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[Sulla via della ruggine] Le nuove crisi industriali a Torino

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Che il cuore della Torino città industriale, della “motorcity” italiana, non batta più da un pezzo è quasi scontato dirlo. Basta passeggiare per il muro di cinta della città fabbrica di Mirafiori ed ascoltare il silenzio che, rotto appena dalle auto che passano, si percepisce per chilometri e chilometri.

Gli Agnelli, dopo aver venduto per un secolo la favola del duro lavoro e aver costruito la loro fortuna sul sudore di molte generazioni di operai, preso atto che la globalizzazione e la competizione, la saturazione permanente del mercato dell’automobile, l’incapacità di comprendere i salti dello sviluppo (la conversione green ad esempio) riducono le possibilità di profitto, hanno altro a cui pensare: la Juve e i fondi speculativi che di fatto sono la stessa cosa, le fabbriche del capitalismo finanziarizzato.

La componente industriale dell’impero Agnelli, passata per la tanto violenta quanto dal fiato corto ristrutturazione del beatizzato Marchionne, sembra più un peso sul loro groppone. Ed ecco che si preparano nuove chiusure di stabilimenti in Italia e nuovi licenziamenti. Per il momento ad essere interessati sono due stabilimenti che fanno parte di Cnh Industrial, la società che si occupa di movimento terra, creata da Marchionne nel 2012. Lo stabilimento di Pregnana, nel milanese, che si occupa di motori marini e generatori di potenza, chiuderà a giugno 2020 lasciando a casa 220 lavoratori, tra quelli impiegati nella fabbrica e quelli che lavorano nel magazzino. Diverso il destino degli operai del sito di San Mauro, nella cintura torinese. Qui la fabbrica verrà convertita in un polo logistico e solo due terzi dei 370 lavoratori verranno riassorbiti nel nuovo piano industriale. Anche qui, se non altro, è interessante notare il segno dei tempi: un sito di produzione viene trasformato nell’ennesimo hub di circolazione delle merci.

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La fabbrica Cnh di San Mauro si trova lungo la strada per Settimo, una via paradigmatica della trasformazione della cintura di Torino, tra capannoni vuoti, piccole e medie aziende artigiane e centri commerciali sorti al posto di industrie delocalizzate o chiuse. I due paesoni, Settimo e San Mauro, sono stati storicamente a tradizione rossa, oggi a San Mauro governa un sindaco dei 5 stelle. A Settimo era stato significativo l’investimento che i grillini avevano fatto prima della scorsa tornata amministrativa per conquistare il comune, tanto da organizzare lì il “Movifest” del 2018, ma l’effetto Appendino e la mancata discontinuità a livello nazionale probabilmente ha segnato la sconfitta.

Oggi gli operai Cnh sono scesi in sciopero per otto ore e dalle sei di mattina si sono raccolti in un centinaio davanti alla fabbrica bloccando il traffico sull’arteria stradale. Nessuna comunicazione ufficiale è arrivata dall’azienda sul destino del sito e i lavoratori sospettano che dietro la riconversione in polo logistico in realtà si nasconda l’intento della dismissione totale del sito. Quello che sanno di certo è che ad aprile partirà la cassa integrazione a zero ore per 14-15 mesi. Ci dicono che il settore delle macchine agricole in determinati periodi ha “tenuto in piedi la baracca” di fronte alla crisi del mercato dell’auto e che il polo sotto il profilo produttivo ha ancora un suo valore. Un escavatore di quelli prodotti in loco può arrivare a costare fino a 200mila euro. Ci parlano dei disguidi quotidiani che si vivono all’interno dell’azienda, del progressivo disinvestimento che ha effetti reali sulle loro giornate: i bagni sono vecchi, il riscaldamento funziona male e l’ambiente di lavoro è sporco e insalubre. Sono determinati a lottare, ma alcuni sindacati aziendalisti hanno scelto di non scendere in sciopero con la scusa di aspettare prima di avere un incontro con i dirigenti. Gli operai sanno bene che una trasformazione in polo logistico non garantirebbe tutti i riassorbimenti e soprattutto abbasserebbe il potere contrattuale della manodopera. La loro proposta sarebbe di mantenere una parte di produzione da affiancare alla logistica.

Poco più a sud, sempre nei pressi delle colline moreniche che si estendono ad est di Torino, le colline dei vips e delle madamine, tiene banco un’altra infinita crisi industriale. Questa volta gli Agnelli non c’entrano, ma sotto la superfice le due vicende sono accumunate dagli stessi fenomeni. Si parla della Ex-Embraco di Riva di Chieri, oggi Ventures. Una di quelle storie che, ci è stato raccontato, si sarebbero concluse per il meglio. Pacche sulle spalle tra politici e ministri che finalmente avevano portato a casa il risultato, grandi photo opportunities con gli operai di tutto il circo, dalla Mussolini a Calenda, il bivacco delle telecamere di La7 ecc… ecc… Spente le luci però…

Ma facciamo prima un passo indietro per chi non fosse a conoscenza della vicenda. Embraco è una multinazionale brasiliana che produce compressori e faceva parte del gruppo Whirpool (sì, proprio la corporation statunitense che non sta rispettando il piano industriale nel sito di Napoli) ed è stata ceduta ad aprile 2018 ai giapponesi di Nidec. Embraco prima della cessione aveva annunciato la chiusura dello stabilimento di Riva di Chieri e dunque il licenziamento dei 417 addetti che qui lavoravano. Dopo mesi di scioperi, lotte, incontri e tavoli al Mise, i licenziamenti erano stati congelati in vista di un accordo di “reindustrializzazione” del sito e del riassorbimento di tutti i lavoratori sotto la nuova proprietà: Ventures Srl, una joint venture italo-sino-israeliana, che avrebbe prodotto robot per pulire pannelli fotovoltaici e sistemi di depurazione delle acque. E’ andata, rendersi attrattivi per gli investimenti funziona, il Piemonte è ancora competitivo, il governo è in grado di trovare soluzioni, la contrattazione è ancora la via maestra per tutelare il lavoro.

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Dicevamo: spente le luci però… però le linee di produzione nuove dopo mesi tardano ad arrivare e si scopre che i dirigenti della Ventures si affidano da soli dei bonus per il “duro lavoro”, somme tra i 75mila e i 24mila euro al mese, presi da un fondo di 50 milioni che la Whirpool aveva lasciato in pegno per la “reindustrializzazione” dello stabilimento. Ventures lamenta di non avere fondi a sufficienza per avviare la produzione. Una vicenda che al momento sembra ricordare quella del presunto rilancio dello stabilimento ex-FCA di Termini Imerese, per quanto senza soldi pubblici di mezzo. In quel caso la Regione Sicilia e lo stato avevano sborsato 350 milioni di euro nei confronti di Bluetec, azienda piemontese che avrebbe dovuto avviare la produzione nel sito e riassorbire progressivamente i mille lavoratori lasciati a casa dagli Agnelli. I dirigenti di Bluetec secondo le inchieste si sarebbero intascati una parte di quei soldi lasciando a spasso la maggior parte dei lavoratori e senza applicare neanche minimamente il piano industriale. Sorge il dubbio che in entrambi i casi, più che l’avviamento di una nuova produzione, ad interessare gli imprenditori sia la spartizione del bottino. In entrambi i casi, per altro, le produzioni che avrebbero dovuto aver luogo negli stabilimenti erano nel nome del “green”.

I lavoratori della ex-Embraco mercoledì, alla notizia dei bonus esorbitanti, hanno lanciato uno sciopero spontaneo immediato facendo pressione sui sindacati. I 187 operai che lavorano nella fabbrica Ventures si occupano delle mansioni più svariate, dato che nessuna linea di produzione è stata avviata: danno il bianco, puliscono gli ambienti. Niente a che fare con le loro professionalità, gli altri invece sono in cassa integrazione, che scadrà a luglio 2020. Spesso sono famiglie monoreddito che guadagnano circa 700 € al mese. Quasi tutti non hanno accettato la buonauscita per conservare il posto di lavoro, ma adesso in molti si sentono fregati. Ieri i lavoratori sono scesi a Roma per un tavolo improvvisato al MISE. Tavolo che era stato fissato per il 23 ottobre e che gli operai hanno chiesto di anticipare in cerca di risposte. La discussione con i sottosegretari del Mise e del Ministero del lavoro e delle politiche sociali si è conclusa con ben poco: i sindacati, sostenuti dalla Regione Piemonte, e gli esponenti del governo hanno concordato nel dare un ultimatum a Ventures di tre settimane per dimostrare come e quando vuole applicare il piano industriale, dopo di che altro giro, altra corsa: si riapre la caccia ad una impresa che voglia occuparsi della “reindustrializzazione” del sito. Gli operai non vogliono sentire parlare di questa opzione, consapevoli che vorrebbe dire finire in mano a nuove ditte fittizie, ma chiedono a piuttosto l’intervento pubblico. Ma tutto è comunque rimandato al 23 ottobre.

Calenda, dopo avergli accollato la patacca si è presentato al presidio dei lavoratori e, non si sa con quale ruolo, ha chiesto di intervenire al tavolo al Mise con la proposta di elargire soldi pubblici alla Ventures! Alcuni operai l’hanno giustamente contestato e lui ha fatto uno scenografico mea culpa ammettendo che per anni è andato in giro a raccontare cazzate (sue parole) sul liberalismo economico, ma che invece bisognerebbe applicare un liberalismo sociale, che poi non si capisce che cosa sarebbe. I lavoratori sono tornati a Torino più infuriati di prima di fronte all’evidente gioco delle parti, senza avere risposte rispetto al loro destino consegnato alla roulette russa dei prossimi “prenditori” a caccia di soldi facili, probabilmente pubblici. E intanto la fine della cassa integrazione si avvicina.

Le crisi industriali sono diventate sistematiche e il tessuto della manifattura italiana è ormai terreno di speculazione finanziaria delle multinazionali e di avventurieri senza scrupoli. Nessuna risposta organica viene dai governi che si sono susseguiti e probabilmente, dentro la recessione in cui l’area euro sta tornando e dentro la guerra dei dazi, si affaccia un nuovo ciclo di dismissione del patrimonio industriale. Il dibattito misero e inconsistente su questo tema riempie i talk show tra gli afflati protezionistici e il vampirismo di chi vorrebbe abbattere ancora il costo del lavoro, ma tutto questo agitarsi gira sempre più a vuoto. L’elefante sotto il tappeto è che l’accentramento di ricchezze e fattori produttivi è connaturato al sistema di sviluppo in cui viviamo, la finanza e la produzione reale sono due facce inscindibili dello stesso prisma. Il capitalismo, in poche parole, è irriformabile, anche in una sua versione “green” che è portatrice dello stesso sfruttamento e della stessa mortificazione della dignità di chi lavora. Ritrovare questa consapevolezza, riannodare i fili di lotte magari lontane ma che parlano in fondo degli stessi problemi è un primo passo per confrontarsi con tutto questo.

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