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Un contributo da Milano per una risposta alla repressione all’altezza delle mobilitazioni dell’autunno scorso e per il rilancio delle lotte sociali

Il tema della repressione e, più in particolare, il rapporto con la controparte, hanno spesso generato difficoltà e incomprensioni all’interno del movimento italiano. Nel tempo, le strategie e le pratiche adottate dalle forze dell’ordine, così come gli strumenti legislativi introdotti dai governi, si sono progressivamente trasformati.

Anche il movimento è cambiato, arricchendosi di nuove esperienze e soggettività; tuttavia, le sue componenti organizzate hanno solo raramente affrontato in modo sistematico il compito di elaborare una sintesi condivisa su questo nodo, a partire dalla maturazione e dall’evoluzione della situazione concreta. Di fronte a una significativa evoluzione delle strategie repressive a livello europeo, che investe anche la gestione delle piazze e l’agibilità politica conquistata con fatica attraverso decenni di lotte, diventa sempre più complesso affrontare un altro nodo fondamentale: analizzare in modo equilibrato il fenomeno della repressione e delle pratiche di controllo, così da individuare risposte efficaci capaci di superare gli ostacoli che esso pone.

Le mobilitazioni, i collettivi, gli spazi sociali e ogni altra esperienza e forma di lotta, più o meno organizzata, non nascono soltanto per produrre cultura, “fare del bene” o sollecitare risposte efficaci da parte delle istituzioni. Trovano il loro significato nella prospettiva della liberazione e della trasformazione sociale, così come nel rafforzamento della capacità conflittuale necessaria a renderle possibili. Appunto per questo motivo la repressione rappresenta una conseguenza inevitabile della natura stessa dei movimenti che si propongono in rottura con lo stato di cose presenti: i livelli di conflitto necessari ad aprire prospettive reali di liberazione rendono prevedibile il tentativo delle istituzioni di reagire attraverso strumenti repressivi.

DUE PASSI INDIETRO: Brevi note di riflessione dal ‘68 al 2001

La repressione delle proteste ha spesso prodotto nella storia, processi di radicalizzazione, in particolare nelle pratiche di piazza. A partire dal 1968, in molte città italiane, studenti e operai iniziarono a organizzarsi autonomamente per difendere i cortei dalle cariche, strutturando cordoni interni, staffette e forme di protezione collettiva: un salto di qualità nel modo di vivere e praticare la presenza in strada. La strutturazione dei servizi d’ordine non fu il risultato di una scelta ideologica astratta, ma una risposta concreta alla violenza poliziesca e alla gestione autoritaria dell’ordine pubblico.  Negli anni Settanta questo processo si approfondì ulteriormente. Non furono soltanto i gruppi armati a esprimere un livello più elevato di conflittualità; prese forma anche una diversa concezione della manifestazione stessa. Le esperienze dell’area dell’Autonomia operaia e di numerosi collettivi territoriali elaborarono pratiche di autodifesa, spezzoni organizzati, materiali di protezione e servizi sanitari autogestiti: strumenti che ridefinivano il rapporto tra manifestanti e forze dell’ordine. Si trattava di un confronto aperto, che metteva in discussione l’idea del corteo come rito simbolico e controllato. La critica rivolta ai movimenti antagonisti, accusati di essere dei “guastafeste” durante le manifestazioni, affonda le proprie radici proprio in questo passaggio storico.

Nelle democrazie borghesi, e spesso anche nella cultura politica dei partiti e dei sindacati della sinistra storica, la manifestazione è concepita come una parentesi regolata e straordinaria, quasi una festa in senso carnevalesco, nella quale il conflitto viene rappresentato ma non deve oltrepassare determinati limiti. L’idea di una sovversione permanente dei rapporti sociali, capace di travalicare il momento rituale della protesta e di investire la quotidianità, è invece considerata inaccettabile.

In questo quadro, le pratiche di autorganizzazione per la difesa dei cortei hanno rappresentato non soltanto una risposta alla repressione, ma anche l’affermazione di una diversa cultura politica: non più una presenza passiva e simbolica nello spazio pubblico, bensì un protagonismo collettivo capace di contendere concretamente l’agibilità della piazza

Mentre, nel clima che seguì il G8 di Genova del 2001, alcuni volti del movimento concentravano l’attenzione di tutti sulle possibili visioni del mondo che si confrontavano in quelle piazze, sulla presunta cattiveria dei Black Bloc, sull’onnipotenza dello Stato e sui pericoli della mobilitazione, le forze dell’ordine compivano i primi passi di una trasformazione storica per il nostro Paese: un processo destinato a ridefinire profondamente le forme del controllo e della gestione dell’ordine pubblico negli anni successivi. Uno dei risultati più significativi di Genova è stato quello di aver svelato la reale natura dei dispositivi repressivi e delle forze incaricate di esercitarli. È anche per questo che, negli anni successivi, tali apparati hanno progressivamente elaborato nuove strategie e strumenti di intervento, correndo ai ripari rispetto alla crisi di legittimità prodotta da quei fatti. Dopo quanto avvenuto a Genova, il sentimento di indignazione si diffuse in diversi settori della società, arrivando in alcuni casi a incidere sul senso comune. Questa situazione impose ai vertici delle forze dell’ordine un profondo ripensamento dell’approccio alla gestione delle piazze.

RIORGANIZZAZIONE DALL’ALTO: La gestione delle piazze e del conflitto

A grandi linee, questa trasformazione può essere letta attraverso tre direttrici principali: l’utilizzo minimo della forza fisica durante le manifestazioni di piazza, spostamento della repressione dalla piazza ai tribunali grazie alle nuove tecnologie, addomesticamento preventivo delle nuove soggettività in movimento.  Da anni le manifestazioni dei movimenti sociali e antifascisti sono accompagnate da un dispositivo di controllo capillare. Agenti di polizia in borghese o con equipaggiamenti leggeri, spesso muniti più di auricolari che di manganelli, tentano di affiancare costantemente i dimostranti lungo il percorso. I cortei vengono ripresi integralmente, centimetro per centimetro, per tutta la loro durata, attraverso un monitoraggio continuo che consente di raccogliere informazioni e identificare i partecipanti. Parallelamente, una parte dell’azione repressiva tende a esercitarsi direttamente durante lo svolgimento della manifestazione stessa: contestazioni immediate spesso individuali vengono utilizzate per colpire comportamenti ritenuti in violazione delle disposizioni vigenti, riducendo la necessità di un intervento fisico diretto e spostando il terreno del conflitto sul piano amministrativo e giudiziario: non attraverso una carica, che potrebbe rischiare di far apparire i manifestanti come vittime innocenti agli occhi dell’opinione pubblica, ma tramite forme di controllo più discrete e pervasive.

L’evoluzione delle forze repressive negli anni 2000 dimostra come l’obiettivo primario sia diventato quello di disinnescare la possibilità stessa della conflittualità nelle piazze, prevenendo i comportamenti ritenuti “devianti” più che intervenendo per contenerli una volta manifestatisi. Si è andata delineando una nuova modalità di gestione del dissenso e delle sue forme di espressione, costruita con l’obiettivo di prevenire e scongiurare ogni possibilità di conflitto aperto.

Non di rado, gli agenti interagiscono direttamente con i partecipanti, dispensando consigli, tentando conversazioni amichevoli o intavolando discussioni di carattere politico e organizzativo con i promotori delle iniziative. Si tratta di modalità che, più che puntare allo scontro aperto, mirano a gestire, contenere e normalizzare il conflitto.

Come veniva accennato precedentemente, l’organismo poliziesco assume un ruolo sempre più orientato all’investigazione e al monitoraggio, e in questo processo i protagonisti non sono tanto i reparti della celere, quanto gli apparati della Digos. In altri termini, la controparte privilegia una gestione della piazza attraverso l’intelligence piuttosto che utilizzando la forza fisica.  Fotografare, osservare e analizzare i comportamenti, ricostruire relazioni, seguire preventivamente i soggetti ritenuti più esposti e disincentivare determinati comportamenti attraverso minacce, sanzioni pecuniarie e provvedimenti amministrativi individuali, oltre alla possibilità di attribuire responsabilità per eventuali atti di piazza, diventano strumenti centrali di questa nuova modalità operativa.

L’interesse principale non è quindi soltanto la gestione immediata dell’ordine pubblico, ma la raccolta di informazioni orientando l’intervento verso la costruzione di procedimenti penali più che verso lo scontro fisico e il conflitto.

L’idea di disinnescare in maniera preventiva il conflitto sociale in tutte le sue forme si è acuita con l’emissione negli ultimi anni di una serie di “pacchetti sicurezza” che introducono sanzioni e pene spropositate per chi lotta: che si tratti della delibera della commissione di garanzia contro il diritto di sciopero, che si tratti dell’attacco ai movimenti di lotta per la casa nell’ambito dei decreti sicurezza già approvati o di DDL antisemitismo, la criminalizzazione delle lotte è volta a prevenire e sanzionare le lotte sociali contro l’economia di guerra.

LA BUROCRATIZZAZIONE DEL CONFLITTO: Sotto la pressione della repressione

La pressione preventiva esercitata, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, è elevata e si manifesta attraverso strumenti capaci di incidere anche sulle modalità politicamente più adeguate di risposta alla repressione, influenzando la capacità dei movimenti di elaborare strategie collettive ed efficaci di fronte ai nuovi strumenti di controllo.

Ciò si palesa anche nella prevalenza di risposte di natura tecnico-legale e burocratica, più che in scelte direttamente politiche e orientate alla lotta collettiva.

La repressione trova la propria forza nel colpire condotte individuali, isolando singoli gruppi o individui, anche quando esistono momenti e percorsi di natura collettiva. Essa opera differenziando le condotte e attuando la ormai classica divisione tra le componenti presuntamente “pacifiche” e quelle “violente” delle mobilitazioni di piazza.

Riteniamo che la risposta a questa strategia non possa limitarsi a un piano esclusivamente legale-tecnico-burocratico, ma debba necessariamente interrogarsi sulla dimensione collettiva della lotta. Questo tipo di risposta alla repressione è anche lo specchio dei tempi e delle modalità attraverso cui oggi si esprimono i conflitti sociali: sempre più spesso prevalgono strumenti legati alla gestione burocratica delle vertenze, mentre risultano più deboli il lavoro territoriale, la costruzione di relazioni collettive e le mobilitazioni capaci di produrre conflitto e partecipazione.

Laddove esistano volontà e condizioni positive, capaci di tenere insieme le condizioni personali e la dimensione della lotta collettiva, di fronte alla repressione crediamo vi sia una sola risposta: la lotta.

Questo significa non cadere automaticamente in risposte esclusivamente di carattere tecnico-amministrativo assumendo a priori che siano la “soluzione più auspicabile”. Quando si parla di repressione, infatti, non si tratta di assumere una posizione vittimistica, ma di rivendicare le ragioni e i motivi per cui si è scelto di essere presenti nelle piazze e nelle lotte.

RIORGANIZZARSI DAL BASSO OLTRE IL BLOCCHIAMO TUTTO

Conflitto-repressione-lotta alla repressione: Il grado di conflitto necessario ad avviare effettive prospettive di liberazione lascia prevedere che le istituzioni risponderanno ricorrendo a misure repressive. Sapere come comportarsi di fronte agli strumenti repressivi dello Stato, non rappresenta più, come in passato, un patrimonio condiviso, collettivo e dato per acquisito.

Negli ultimi vent’anni si è progressivamente affermato, in diverse città, un dibattito sul rapporto tra esigenze organizzative, sicurezza pubblica e “libertà” di manifestazione, nonché sul modo in cui questo equilibrio possa evolvere nel tempo.  Ma l’idea che un maggiore dialogo con le istituzioni e la controparte possa tradursi automaticamente in una riduzione della repressione va infatti considerata, tutt’altro che scontata.

I “confronti” che precedono le iniziative pubbliche non riguardano soltanto i percorsi, ma talvolta anche le modalità di svolgimento, le pratiche previste e gli obiettivi politici delle mobilitazioni. Questa tendenza ha favorito una progressiva normalizzazione del conflitto sociale e politico, con la conseguente rinuncia a forme di agibilità politica conquistate nel corso di decenni di lotte.

Può così crearsi una situazione in cui alcune forme di espressione simbolica vengono considerate compatibili con le modalità concordate per l’iniziativa, mentre altre vengono accantonate perché ritenute più problematiche. Noi temiamo che questo processo possa portare, nel lungo periodo, a una progressiva restrizione delle forme di protesta praticabili: ciò che oggi viene limitato o scoraggiato potrebbe essere seguito, domani, da ulteriori restrizioni, con il rischio di ridurre gradualmente gli spazi di manifestazione e di espressione del dissenso.

C’è stato un momento preciso in cui qualcosa si è incrinato nel conflitto sociale. Nel tentativo di prevenire la pressione della repressione ed evitare di cadere nella spirale “conflitto–repressione–lotta alla repressione”, non si è verificato un tracollo improvviso, bensì una progressiva sostituzione: il contenuto ha spesso lasciato il posto all’estetica del conflitto e alla sua rappresentazione, generando una profonda ambiguità di fondo. In questo modo si è aperto uno spazio in cui l’indignazione ha finito per prevalere sull’organizzazione. Uscire da questa impasse significa dotarsi di strumenti capaci di produrre conseguenze materialmente tangibili, anche nelle piazze.

Ricostruire servizi d’ordine interni e forme autonome di gestione del corteo non dovrebbe essere considerato un atteggiamento estremistico né una mera questione di principio. Si tratta piuttosto di affermare un’idea precisa dello spazio della manifestazione: un luogo collettivo e dinamico, costruito e attraversato dai partecipanti, la cui gestione dovrebbe rimanere nelle loro mani. Per questo motivo, riteniamo opportuno che le forze dell’ordine si mantengano all’esterno del corteo, davanti o dietro ad esso, senza intervenire direttamente nel suo svolgimento ordinario.

Oltre il blocchiamo tutto: Quanto avvenuto, ad esempio, nella giornata di mobilitazione nazionale del 22 settembre, che a Milano ha rappresentato una grandissima giornata di lotta. Esprimendo una rabbia collettiva e individuando concretamente il significato dello slogan «blocchiamo tutto», che si inserisce in un ciclo di lotte di portata nazionale che è riuscita ad impattare concretamente sulla macchina bellica.

L’autodeterminazione della piazza, alimentata dal rifiuto della situazione di guerra e riarmo globale, ha raggiunto un livello di partecipazione e di conflittualità particolarmente elevato.

In una fase storica segnata dalla guerra, dal riarmo e dall’escalation dei conflitti internazionali, i compagni organizzati devono saper stare dentro le contraddizioni e nella rabbia sociale che attraversano ampi settori della società, contribuendo a orientarla contro la guerra, contro il riarmo, contro il governo e contro il genocidio. Si tratta di una necessità che continua a porsi sia nelle piazze sia all’interno delle nostre strutture, attraverso una discussione politica condivisa e una pratica conseguente.

Nell’attuale fase di riflusso del conflitto sociale e di progressivo livellamento politico, successiva alle grandi mobilitazioni dell’autunno scorso del “Blocchiamo tutto”, rivendicare politicamente quella giornata significa riconoscere il valore di una mobilitazione che, a livello nazionale, ha rappresentato uno dei momenti di lotta più significativi degli ultimi anni.

Il 22 settembre, nel tentativo di bloccare e occupare la Stazione Centrale, c’erano migliaia di persone perché in quel momento quell’obiettivo veniva percepito come giusto e necessario.

Quella giornata non può essere ridotta all’iniziativa di pochi individui. La scelta di come gestire l’ordine pubblico, tanto il 22 settembre quanto il 25 aprile, ultimo momento di autodeterminazione di massa nella città di Milano, appare quantomeno discutibile. Ma in entrambe le occasioni, la piazza non è arretrata.  Per questo risulta difficile ricondurre quelle giornate ai comportamenti di pochi individui o alle decisioni di singoli gruppi. Si è trattato piuttosto dell’espressione di una dinamica collettiva, in cui migliaia di persone hanno agito sulla base di una volontà condivisa e di una percezione comune della situazione. La piazza, in questo senso, si è mostrata come un soggetto collettivo, autonomo e capace di autodeterminarsi.

Se oggi vengono colpiti dei compagni, è anche perché scelgono di stare dentro queste dinamiche sociali e politiche, cercando di dare continuità a una rabbia sociale diffusa che non nasce da loro, ma che attraversa già ampi settori della società.

Con ogni mezzo necessario: Vale la pena ricordare come il movimento del Blocchiamo Tutto sia cresciuto anche grazie al contributo che, in quel momento, rappresentava la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla. Essa provava a dare una risposta concreta a una domanda che attraversava le piazze e le coscienze di moltissime persone: «Cosa possiamo fare noi?». La possibilità di sentirsi parte di uno sforzo comune, capace di sostenere e rafforzare il tentativo di rottura dell’assedio di Gaza, è stata una componente importante della straordinaria partecipazione che ha caratterizzato quelle mobilitazioni, portando centinaia di migliaia di persone nelle piazze di tutto il Paese, fino alla manifestazione di Roma che ha raccolto numeri eccezionali. in quelle giornate di lotta erano presenti ampi settori della società: credenti, laici, lavoratori e studenti, occupanti di case, disoccupati, impiegati, operatori sanitari, medici, infermieri, maestre e insegnanti. Una composizione sociale vasta e trasversale che testimonia quanto il tema fosse sentito ben oltre gli ambienti militanti.

Siamo convinti che, di fronte alla necessità di dare un segnale forte contro il genocidio, la guerra e il riarmo, siano state poche le persone disposte a rimanere passive. Si è sviluppata una dinamica collettiva e autonoma che nessuno era realmente in grado di controllare o dirigere dall’alto.

Non sono mancati i tentativi, da parte di forze politiche istituzionali, di ricondurre quelle mobilitazioni entro una narrazione prevalentemente umanitaria e compassionevole, centrata esclusivamente sulla sofferenza del popolo palestinese. Tuttavia, nelle piazze emergeva con forza anche un altro elemento: il riconoscimento della resistenza palestinese come soggetto attivo della lotta di liberazione. Una resistenza che, nelle sue diverse espressioni, incarna il principio del «con ogni mezzo necessario”.  

Molti sono scesi in piazza con l’idea di contribuire alla liberazione della Palestina. Ma, camminando fianco a fianco, giovani e anziani, lavoratori e studenti, si è fatta strada anche un’altra consapevolezza: che la solidarietà con la Palestina stava trasformando anche noi, mettendo in discussione l’isolamento, l’impotenza e la rassegnazione che spesso caratterizzano il nostro tempo. Quelle giornate, nella loro forza, nella loro partecipazione e nella loro capacità di costruire legami collettivi, lo hanno dimostrato. 

Il “Blocchiamo tutto” è stato un’enorme massa che si è mobilitata da nord a sud del Paese e che ha realmente paralizzato il normale funzionamento della macchina della guerra, suscitando preoccupazione nel governo e attirando l’attenzione anche a livello internazionale.

Ha dimostrato che anche in Italia esiste una concreta possibilità di organizzare e di costruire mobilitazioni di massa. 

Il potere si dota preventivamente di strumenti repressivi, come i numerosi DDL Sicurezza: perché è pienamente consapevole dell’esistenza di un malcontento diffuso e di un disagio sociale generalizzato, destinati a crescere ulteriormente tra tagli al welfare, salari stagnanti, aumento del costo della vita e caro-affitti.

Alla repressione c’è una sola risposta: LA LOTTA!

Il Blocchiamo Tutto ha dimostrato come questi dispositivi possano essere violabili quando masse di persone si mobilitano attorno a un obiettivo comune. Proprio perché si è trattato di un movimento collettivo, fatto di blocchi, cortei e iniziative che hanno attraversato Pisa, Livorno, Torino, Milano, Bologna, Genova, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Catania e decine di altre città, anche la risposta alla repressione deve essere necessariamente collettiva.

Appare quindi indispensabile dotarsi anche di strumenti in grado di rispondere alla pressione della repressione, riteniamo utile e auspicabile costruire un apparato nazionale di avvocati capace di contribuire alla costruzione di risposte adeguate e all’altezza della situazione, che siano in grado di rivendicare quelle grandi giornate di lotta, difendendone collettivamente il significato politico. Uno strumento che sia in grando di dare risposte anche in termini legali e al servizio di un ragionamento collettivo contro la criminalizzazione delle lotte, il cui obbiettivo è azzerare preventivamente il conflitto sociale, con pene spropositate. Allo stesso tempo occorre continuare a lavorare per costruire una struttura in grado di dare risposte politiche collettive alla repressione e per rilanciare in avanti le lotte sociali.

Ma la risposta non potrà esaurirsi nelle aule dei tribunali. La difesa legale deve accompagnarsi al rilancio dell’iniziativa politica e del conflitto sociale. Per questo è necessario tornare nelle piazze, costruendo mobilitazioni capaci di unificare le lotte contro la repressione, la guerra, il riarmo e il genocidio.

Per respingere l’offensiva repressiva e riaffermare che ogni attacco a chi lotta è un attacco all’intero movimento. Alla repressione si risponde con l’organizzazione, alla guerra e al riarmo con una mobilitazione ancora più ampia e determinata.

Su tutto il territorio nazionale è necessario costruire una risposta unitaria, evitando interventi frammentati e disomogenei.

Soprattutto perché a pesare sono le condizioni materiali di vita e un sistema che lascia molte persone sole di fronte alle proprie difficoltà, portando a indicare se stessi come responsabili della propria condizione.  Quando si viene colpiti perché si decide che è arrivato il momento di dire basta: basta al lavoro precario e umiliante, basta alle case vuote mentre c’è chi non ha un tetto, basta a una vita fatta di sacrifici senza futuro, basta a un genocidio in diretta.  Sapere che, di fronte a tutto questo, il compito che ci spetta è continuare a lottare, trovando nella forza collettiva la capacità di farlo anche per chi non c’è più. Essere uniti di fronte alla repressione, costruire risposte all’altezza della situazione, aprire prospettive di rottura e di liberazione collettiva è un compito difficile. Ma è un compito che dobbiamo assumerci, insieme.

Di seguito diffondiamo un video sulla portata nazionale del 22 Settembre:

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