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“Barzani? Non eletto, e il sistema è mafioso”. Parla l’opposizione curda in Iraq

I suoi avversari al potere nel Krg lo accusano di populismo. Il Pkk lo considera un partito proveniente dalla stessa scuola del Pdk e dell’Upk, essendo sorto da una costola dissenziente dell’Upk. Al di là delle opinioni su questa formazione politica, tuttavia, l’intervista che segue (in cui vengono ovviamente espressi anche punti di vista in cui le redazioni di Infoaut e Radio Onda d’Urto non si riconoscono necessariamente) permette di conoscere alcuni aspetti della politica curdo-irachena attraverso uno sguardo critico che proviene dall’interno delle sue istituzioni.

Che cos’è Goran?

È un movimento per il cambiamento (questo il significato del nome) nel Kurdistan iracheno o Krg (Kurdish Regional Governement). Il nostro fondatore è Nawshirwan Mustafa, che nel 2009 ha abbandonato il suo precedente partito, l’Unione Patriottica del Kurdistan (Upk) e ha presentato questa lista alle elezioni del 21 luglio di quell’anno. Per comprendere la nascita del nostro partito occorre ricordare come è nato il sistema politico del Krg. Nel 1991, dopo la guerra del Golfo, ci fu la rivolta nel Kurdistan iracheno. Nel 1992 si tennero elezioni, contro il volere del governo di Baghdad, ma approfittando dell’instaurazione di una “no-fly zone” sul Kurdistan ad opera degli Stati Uniti, elezioni che condussero all’esatto pareggio tra Pdk di Massud Barzani e Upk di Jalal Talabani [48% a testa, Ndr]. Scoppiò così una guerra civile tra i peshmerga dei due partiti che portò all’accordo del 1998 siglato con la mediazione di Clinton, che fece ottenere al Pdk la “zona gialla” (province di Duhok ed Erbil) e all’Upk la “zona verde” (provincia di Suleimaniya).

Quello fu il fallimento, per il nostro paese, del tentativo di instaurare istituzioni democratiche. Il governo del territorio finì per essere organizzato secondo un sistema mafioso. Fu l’occasione perduta per dimostrare che i curdi erano in grado di gestire una democrazia. Dopo la caduta di Saddam Hussein, nel 2003, si è avviato un processo costituzionale che ha condotto, nel 2005, all’approvazione di una costituzione che riconosce alle tre province nominate in precedenza l’autonomia all’interno dello stato iracheno, ma questo non ha modificato la spartizione di fatto del potere tra i due principali partiti. La fondazione del nostro partito, nel 2009, è dovuta alla volontà di instaurare una vera democrazia nel Krg attraverso una serie di riforme radicali. Sebbene nel Krg non si siano mai svolte elezioni regolari, nel 2009 abbiamo ottenuto il 25%. Fu un’esperienza nuova, per i curdi iracheni, avere una vera opposizione in parlamento. Nel settembre del 2013, nonostante vi siano state molte irregolarità durante le elezioni, abbiamo ottenuto il 24% e abbiamo stipulato un accordo con il Pdk per attuare un percorso di riforme radicali.

Ciononostante, ogni sorta di ostacolo è stato posto di fronte ai nostri deputati. In quello stesso anno è finito il mandato di Massud Barzani come presidente, ma il parlamento ha accordato un’estensione di due anni. Questa estensione era illegale, perché Barzani era stato eletto a suffragio popolare, con delle elezioni presidenziali, e un parlamento non può estendere un mandato popolare. Ciononostante il mandato fu esteso dal parlamento a guida Pdk e Upk per due anni, fino al 2015, con una clausola che proibiva un’ulteriore estensione. L’estate scorsa, quando è scaduta l’estensione, la situazione parlamentare era questa: Goran ha il 24% dei deputati, l’Upk il 18%, l’Unione Islamica il 10%, Società Islamica il 6%. Questo 58% del parlamento ha concordato una presa di posizione comune ufficiale, che sottolineava come il Krg non sia una compiuta democrazia parlamentare, perché la maggioranza del parlamento non appoggia il presidente. Il Pdk, che controlla il restante 42% del parlamento, è andato su tutte le furie e per questo è saltato anche il suo possibile accordo con l’Upk, con il risultato che quando l’estensione è scaduta il parlamento non ne ha votato una seconda estensione (che comunque sarebbe stata due volte illegale).

Massud Barzani, però, è tuttora “presidente”…

Non ha mai abbandonato il suo ufficio, ma né il popolo né il parlamento lo legittimano ad occupare quella posizione.

Esistono forme di repressione dell’opposizione parlamentare nel Krg?

Sì. In particolare esse si sono manifestate proprio nel periodo in cui il Pdk premeva per una seconda estensione del mandato presidenziale, e sono peggiorate quando l’estensione non è stata accordata. Il 12 ottobre scorso il presidente del parlamento, che è di Goran, si stava recando alla camera da Suleimaniya, ma i peshmerga del Pdk non gli hanno permesso di passare il checkpoint attraverso cui si entra nella zona gialla. Da allora il presidente del parlamento curdo non ha mai più potuto uscire da Suleimaniya, né raggiungere il parlamento, che è a Erbil.

Quali sono, invece, i principali problemi sociali ed economici del Krg?

È in corso una severa “crisi” economica, ma occorre mettere questa parola tra virgolette, perché il Krg è un paese ricchissimo: ha 4, massimo 5 milioni di abitanti e un’esportazione di 650.000 barili di petrolio al giorno. Il governo trae da questo traffico un introito abnorme, eppure non è in grado di pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici: c’è qualcosa che non va! (Bisogna anche tenere conto che oltre all’introito del petrolio il governo ha anche quello di tasse e dogane). La verità è che dal 1991 assistiamo al saccheggio del Kurdistan da parte della classe dirigente, all’abuso istituzionale e alla pervasività completa della corruzione.

Esiste una reale libertà di manifestazione nel Krg?

Nella zona gialla del Pdk la libertà di manifestare è ammessa in teoria, ma negata in pratica. Nella zona verde dell’Upk, a Suleimaniya, le cose vanno meglio. Non c’è libertà completa, ma è comunque meglio.

Come può un partito che è minoranza nei consensi conservare indisturbato il suo potere, anche in presenza di una crisi sociale così grave, in cui i dipendenti pubblici non ricevono i loro stipendi?

Barzani, molto semplicemente, riesce ad abusare della questione dello stato islamico. Come sapete dal 2014 lo stato islamico ha occupato una parte importante del territorio iracheno, che confina su un asse nord-sud con il Krg. Noi curdi siamo contro lo stato islamico e anche contro l’estremismo islamico; ciononostante l’uso che fa Barzani di questa problematica è politico, sostenendo che in questa fase eccezionale sarebbe irresponsabile indire elezioni, che lui non può lasciare la sua carica altrimenti Daesh vincerebbe, ecc.

La questione riguardante il Pdk e lo stato islamico ha un volto anche peggiore. I profughi ezidi sopravvissuti al massacro di Singal, un’area che il Krg rivendica come curda, sostengono di esser stati abbandonati dai peshmerga del Pdk che avrebbero dovuto difendere la città, e sostengono che Barzani ha “venduto” Singal all’Is. (Infoaut ha approfondito gli accadimenti di Singal in una serie di articoli e interviste a profughi Ezidi pubblicati  a Novembre 1,2 N.d.R)

Sul fatto che il Pdk non ha difeso Singal nessuno ha dubbi e nessuno prova a negarlo, neanche Barzani stesso. Su quali siano le ragioni di questa scelta, tuttavia, non posso dire nulla perché non ho prove. Quello che posso dire è che, all’epoca di quei tragici fatti (agosto 2014) ero portavoce dei deputati di Goran e chiedemmo che fosse istitutita una commissione parlamentare d’inchiesta. Barzani non ammise la creazione di questa commissione.

Qual è la vostra posizione sul Rojava?

I curdi del Rojava hanno diritto all’autodeterminazione tanto quanto quelli del Basur [Kurdistan iracheno, Ndr]. Il Pyd e i suoi alleati hanno avuto successo nel fare propria la questione curda così come quella cristiana e delle minoranze, oltre che a organizzarla militarmente in modo efficace. Si tratta di un ottimo esempio di autodifesa e autogoverno. Tuttavia chiediamo più democrazia in Rojava e più diritti umani.

Può essere più preciso?

In Rojava esiste un movimento d’opposizione, l’Enks (consiglio nazionale curdo in Siria), che è appoggiato dal Pdk di Barzani. Questo partito lamenta restrizioni dell’agibilità politica e della libertà di espressione da parte del Pyd e dei suoi alleati. Ora questo non vuol dire che tutte queste lamentele siano fondate, né io non voglio dar l’impressione di appoggiare questo partito, che se fosse al potere potrebbe essere anche altrettanto autoritario del Pdk in Iraq. Tuttavia, da persona democratica, non posso che chiedere a chi ha la responsabilità del governo attuale del Rojava maggiore democrazia, maggiore trasparenza. (leggi anche “Rojava: la rivoluzione sotto assedio”)

Cosa pensate della situazione in Bakur, ovvero nel Kurdistan turco?

I curdi vivono una storia tragica in Turchia, fin dall’inizio del Novecento. Sono privati dei diritti fondamentali e, secondo la legge della nazione, sono turchi a tutti gli effetti. Il Pkk porta avanti in Turchia una lotta armata per vedere riconosciuti questi diritti, che la Turchia dovrebbe riconoscere come dovrebbe riconoscere la differenza curda. Per queste ragioni i curdi di Turchia non stanno zitti, ma lottano per la loro giusta causa. C’è anche un problema di giustizia in senso stretto: il governo turco dovrebbe essere portato davanti a un tribunale internazionale per i crimini che sta commettendo in questi mesi.

Come valutate l’azione degli Stati Uniti in Iraq, e più in generale nel medio oriente?

È una questione complicata. Partiamo dal presupposto che, là dove ci sono delle dittature, devono essere buttate giù. Gli Stati Uniti e l’occidente hanno un obbligo morale rispetto alla democrazia, eppure supportano la Turchia e l’Arabia Saudita, la dittatura in Yemen, le monarche del Golfo, ecc. Dal 1991, dall’invasione del Kuweit, esiste un conflitto tra Stati Uniti e medio oriente. L’intervento statunitense in Iraq tra il 2003 e il 2011 ha condotto questo paese al caos. Gli Stati Uniti devono aiutare i movimenti democratici in medio oriente, ma non lo fanno: non supportano noi, ad esempio, ma aiutano Barzani a restare presidente.

Cosa pensate dell’invio o della presenza di truppe italiane nel Krg?

Il discorso è lo stesso. Queste truppe sono benvenute e le salutiamo come movimento politico Goran, tuttavia ci aspettiamo che mettano pressione su Pdk e Upk affinché vi sia in Krg, finalmente, una trasparenza e una reale democrazia, a cominciare dall’unificazione delle forze peshmerga, ora legate al Pdk e all’Upk, e alla loro indipendenza istituzionale. Come può esserci democrazia dove le forze armate sono in realtà le milizie di due partiti? I peshmerga dovrebbero essere indipendenti e neutrali rispetto al conflitto politico nel Krg.

Ci sono anche truppe turche in Iraq. Non se ne sa molto, perché sembra ci sia chi fa di tutto per mantenere riserbo sui loro movimenti ma, benché il governo iracheno ne abbia chiesto più volte il ritiro, alcune unità turche si muovono attorno all’area di Mosul, dichiaratamente dentro l’area controllata dai peshmerga. Cosa ne pensate?

Questa è una questione diversa. La presenza di truppe delle potenze regionali è maggiormente delicata: la Turchia, tanto per cominciare, potrebbe avere interessi in Iraq che confliggono con quelli curdi. Inoltre non c’è stata alcuna autorizzazione parlamentare all’arrivo di queste truppe, neanche nel parlamento curdo e, persino con la nuova legge presidenziale del Krg, il presidente non può autorizzare la presenza di truppe straniere sul nostro territorio senza passare per il parlamento. Non c’è stato neanche un accordo tra la Turchia e il governo del Krg, o tra la Turchia e il Pdk.

Alcuni mesi fa la Russia ha mostrato delle foto che mostrerebbero carichi di petrolio provenienti dai territori controllati dallo stato islamico in Siria, recarsi in Turchia attraverso Zakho, cioè attraverso il Kurdistan iracheno. È vero?

Non ho prove su questo punto. Tuttavia non c’è trasparenza nel Krg, quindi non possiamo sapere.

Se dei carichi di petrolio passano da Zakho, è possibile che il Pdk ne sia all’oscuro?

Impossibile.

Un’ultima domanda di carattere internazionale: che cosa pensa, da curdo, della situazione palestinese?

Credo che tutti i popoli abbiano diritto all’autodeterminazione e al riconoscimento dei propri diritti fondamentali, che ai palestinesi sono negati. Quindi supporto il popolo palestinese. Vi prego di aggiungere, tuttavia, che credo anche sia possibile per loro giungere a un accordo di pace con Israele.

Intervista realizzata nel marzo 2016

dai corrispondenti di Infoaut e Radio Onda d’Urto a Erbil, Iraq

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