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Cosa pensano i curdi della Palestina?

Hamas non è un’organizzazione salafita ma, ricevendo appoggio politico e denaro dal Qatar, ritenne di mostrare indiretto appoggio alla corrente islamista dell’insurrezione siriana, palesando un’improvvisa ostilità al governo di Damasco. Il fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp), principale organizzazione della sinistra palestinese, assunse invece la posizione opposta: lo storico legame politico tra resistenza palestinese e regime siriano (a sua volta ostile all’autonomia democratica del Rojava) condussero l’organizzazione a prenderne le più strenue difese. Anche l’Alternative Information Center, importante organizzazione indipendente comunista palestinese, appoggia il governo siriano, difendendone non soltanto la scelta di campo anti-israeliana, ma le politiche sociali interne, che hanno prodotto un sistema scolastico, universitario e sanitario gratuiti ed efficienti, in un’ottica ritenuta simile a quella socialista. La sinistra palestinese, più in generale, come il più forte movimento libanese sciita Hizbollah, che dagli anni Ottanta combatte duramente Israele, ha scelto di collocarsi nel cosiddetto “asse iraniano”: la linea sciita/alawita rappresentata da Iran, insurrezione yemenita, governo siriano e Hizbollah, le cui milizie agiscono direttamente nella guerra civile siriana, e si sono scontrate con le Ypg, a fine aprile, per le strade di Qamishlo.

Quando la politica è questione di sopravvivenza e non di afflati idealistici, come nel caso dei palestinesi e dei curdi, l’internazionalismo patisce una severa emarginazione strategica. Hamas, che pure non è socialista, non ha nulla da guadagnare dalla vittoria dei salafiti in Siria (si tratta degli stessi elementi che vorrebbero entrare in competizione con la sua organizzazione nell’ambito della questione palestinese); eppure, come nel caso del Fronte – che a sua volta ha poco a che spartire, quanto a visione politica, con il conservatorismo religioso della classe dirigente iraniana o dei leader di Hizbollah – la geopolitica assume la priorità: chi protesta in occidente, duole dirlo, può permettersi di essere indipendente molto più di chi combatte in oriente, poiché non necessita della delicata merce globale rappresentata dalle armi. Accade così che se Hamas ovviamente non prova alcuna simpatia per il Pkk o per le Ypg, che portano avanti un progetto non islamista e si contrappongono direttamente, oltre che all’Is, al Fronte Islamico, anche l’Fplp si trovi a non appoggiare l’autonomia dichiarata dal Rojava (che pure è in linea con le sue posizioni socialiste) perché metterebbe in pericolo (cosa peraltro da dimostrare) “l’integrità territoriale siriana”.

Il comandante del Pkk Jamal Andok, da noi intervistato in Iraq, ha affermato senza mezzi termini che il Pkk porta i palestinesi nel proprio cuore. Spesso, tra i curdi, accade che i militanti armati della prima ora, che hanno attraversato anche fasi storiche passate, siano più inclini a mettere il legame internazionalista in primo piano. È accaduto anche con l’entusiasmo dimostrato a Ramallah o a Nablus da alcune ragazze e donne dell’Fplp, che ci hanno detto di vedere nelle combattenti Ypj un esempio. Pkk ed Fplp combatterono del resto insieme in Libano negli anni Ottanta, dove il Pkk ottenne il suo primo campo di addestramento, nella valle della Bekaa, grazie all’intercessione di Al-Fatah e dell’Fplp. Oggi, però, la declinazione di questa solidarietà assume caratteri molto più vaghi. Le compagne del Kjar (organizzazione femminile curda iraniana) dicono di avere un grosso debito storico con l’esempio palestinese, e di appoggiare la lotta delle donne palestinesi anche nel presente, ma aggiungono di non avere alcuna ostilità verso la popolazione isrealiana (“non sono i popoli, ma gli stati che sbagliano”), e di essere favorevoli a un processo di pace.

Queste parole, del tutto condivisibili in via di principio, appaiono purtroppo fuori luogo a chiunque conosca realmente la situazione palestinese. Non soltanto, al momento – piaccia o no – una fetta irrilevante della popolazione israeliana si oppone ai crimini commessi (dentro e fuori Israele) dal proprio stato, ma l’idea stessa di “processo di pace” appare inadeguata e ipocrita, e addirittura controproducente, non esistendo sul territorio un contropotere palestinese a partire dal quale immaginare un processo negoziale, quale che sia; ed è esattamente per questo che oltre la metà dei palestinesi ritengono oggi che la violenza sia l’unico potere politico di cui la loro popolazione dispone. Quando a parlare non sono militanti politici, ma persone la cui formazione è più blanda, può accadere poi – come in una conversazione avuta ad Amuda, in Rojava – che un ragazzo curdo arrivi a rivalutare la trita polemica secondo cui i palestinesi avrebbero “venduto” le proprie terre (si trattò a ben vedere dei pochi palestinesi possidenti di inizio Novecento, delle cui scelte la popolazione palestinese nel suo insieme non porta alcuna responsabilità), ciò che segnala una totale mancanza di consapevolezza politica rispetto al problema.

Da dove si origina questo stato di cose? Il progressivo distanziamento tra le due lotte, nel mondo sorto dopo la caduta del Muro di Berlino (1989) e la cacciata del Pkk dalla Siria (1998), ha avuto un ruolo. Tuttavia il movimento curdo muove critiche a quello palestinese, sebbene nella maggior parte dei casi prevalga pubblicamente la caratteristica, distaccata “cortesia” mediorientale (non sempre ricambiata). Un compagno del Rojava, parlando a titolo squisitamente personale, mette i problemi sul piatto: “Non vogliamo entrare direttamente nella questione israelo-palestinese – dice – perché è una vicenda che non compete ai curdi: sono israeliani e palestinesi a dover trovare una soluzione”. I palestinesi, però – aggiunge – non possono continuare a lamentarsi della loro condizione “senza esprimere una prospettiva politica per la soluzione del problema”. Anche i curdi (popolazione tra i trenta e i quaranta milioni), ricorda, sono stati sterminati, massacrati e deportati in massa, e subiscono migliaia di morti, feriti e prigionieri in quattro stati che continuano a reprimerli e colonizzarli da un secolo, “ma abbiamo elaborato una strategia indirizzata a voltare pagina, e siamo pronti ad abbandonare ogni desiderio di vendetta, rinunciando anche alla rivendicazione di uno stato, pur di ottenere pace e autonomia”.

L’assenza di una prospettiva tra i palestinesi è reale, è uno dei punti di forza di Israele ed è indicata dai palestinesi stessi come prima causa del dilagante disamore verso le proprie organizzazioni. Tuttavia è difficile immaginare una rivendicazione non irrealistica, quando oltre tre milioni di palestinesi sono profughi in Siria, Giordania e Libano, e altri tre vivono sotto embargo o occupazione militare in due piccoli lembi di Palestina storica. Con tutte le loro immani tragedie, i curdi non hanno mai “perso” la loro terra. Ciò su cui però le critiche curde toccano un punto dolente è l’ostinazione con cui i palestinesi vorrebbero continuare a pensare il medio oriente, contrapponendo alla logica panislamista una prospettiva nazionalista araba che, semplicemente, non esiste più. “Gli stati arabi dicono di appoggiare i palestinesi – argomenta Garip Huso a Suleimaniya – ma cosa hanno fatto per loro? Nulla: usano la loro questione politicamente”. Non gli serve neanche ricordare il trattamento penoso riservato ai profughi palestinesi in Libano, Giordania e Siria, si limita ad evidenziare l’elemento pretestuale di certe campagne, ricordando come l’Iraq di Saddam Hussein, mentre sosteneva i palestinesi e sterminava i curdi, abbandonava al proprio destino gli arabi d’Iran, o come la Siria di Assad non si sia mobilitata particolarmente per gli arabi alawiti che vivono nella provincia di Antiochia, in Turchia.

“I palestinesi devono fare attenzione agli stati che intendono strumentalizzarli, e anche al distorto utilizzo religioso della loro causa, o alle politiche degli stessi partiti e leader che li hanno venduti” commenta Muhammad Al-Qadri, arabo musulmano, responsabile cantonale per gli affari religiosi in Rojava. “La soluzione per palestinesi e israeliani è l’ideologia di Ocalan, l’autogoverno confederale che ferma il sangue e permette a tutti di coesistere in pace” afferma un anziano signore curdo nella sua casa a Derik; sebbene sia probabile che, se i palestinesi non hanno adottato una simile soluzione, non è perché non sia loro venuto in mente, ma perché tra loro e qualsiasi idea di libertà si frappone un problema grande come Israele; e il problema più delicato tra curdi e palestinesi, non a caso, non sono gli stati o i movimenti arabi, ma Israele stesso. Già negli anni Settanta il Pdk curdo-iracheno di Mollah Mostafa Barzani intavolò contatti con il Mossad pur di trovare una sponda significativa in un medio oriente arabo, persiano e turco che non lasciava al movimento curdo alcuna via d’uscita; e Israele ha lanciato, in questi mesi, ripetute comunicazioni ufficiali di simpatia per la causa del Rojava, insistendo sul presunto comune, duro destino del popolo ebraico (assimilato ovviamente a quello israeliano, secondo una ben nota strategia propagandistica) e curdo, perseguitato ed isolato nel medio oriente.

Israele persegue con entusiasmo una politica di balcanizzazione della situazione regionale per aumentare il peso relativo del suo potere: “Il Mossad appoggia tutte le fazioni della guerra civile siriana, compreso l’Is, in funzione anti-Assad – spiega una compagna europea a Qamishlo – perchè non dovrebbe supportare anche i curdi?”. Esiste una corrispondenza indiretta di interessi tra il Pyd e Israele, in Siria, per ragioni opposte: decolonizzazione in un caso, colonizzazione nell’altro; e il problema è anche rappresentato dallo scarso tatto reciproco tra curdi e palestinesi sulla questione, se non altro sul piano comunicativo. “Il popolo curdo e quello ebraico hanno patito un’analoga storia di persecuzione – ha dichiarato di recente il comandante del Pkk Heval Murat a un giornalista israeliano, che l’ha intervistato a Qandil – quindi ci chiediamo perché Israele venda alla Turchia gli aerei da guerra con cui bombrada queste montagne, se è vero che la Turchia appoggia notoriamente Hamas”. Una simile dichiarazione, condivisibile nella prima parte, suona piuttosto stupefacente nella seconda: come si può attaccare pubblicamente un movimento di resistenza popolare palestinese, sia pur legato a una diversa ideologia e a interessi regionali contrapposti a quelli del Pkk? Il monito che ci aveva affidato Mustafa Barghouti sembra resterà, al momento, decisamente inascoltato.

Dal corrispondente di Infoaut e Radio Onda d’Urto a Qamishlo, Rojava

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