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Egitto – «Giulio era in mano ai servizi dal 25 gennaio»

La notizia arriva di pomeriggio sulla Reuters e subito rimbalza sui social network, ripresa da tantissimi utenti, egiziani e italiani: la sera del 25 gennaio Giulio è stato preso dalla polizia e portato nel compound della Nsa, la sicurezza interna. A riferirlo sono tre poliziotti e tre ufficiali dell’intelligence, separatamente. Raccontano tutti la stessa versione. Regeni è stato catturato da poliziotti in borghese alla stazione della metro Gamal Abdel Nasser, nel centro del Cairo, la sera del sesto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir. Insieme a lui è stato fermato anche un egiziano, di cui non è stato possibile confermare né l’identità né legami con Giulio. Non sarebbero stati target predestinati, ma vittime di retate arbitrarie in una serata calda per la capitale: Il Cairo era assediata dalla polizia per evitare proteste dopo il diktat governativo che vietava assembramenti.

I due, Regeni e l’egiziano, sono stati condotti con un minibus bianco con targhe della polizia alla stazione di polizia di Izbakiya. Quasi una fortezza, la descrivono le fonti. La conferma dell’arresto ai tre poliziotti quella notte era stata data dagli agenti di pattuglia: «Ci dissero che un italiano era stato arrestato e portato a Izbakiya. Era Regeni».

Un altro poliziotto, di base a Izbakiya, invece, dà una versione differente. Se inizialmente aveva detto di ricordarsi di un italiano arrestato, ha poi sviato: «Non so niente, ho controllato i registri e il nome di Regeni non c’era». Lì Giulio sarebbe rimasto mezz’ora per poi essere trasferito – aggiungono i tre dell’intelligence – a Lazoughli, il compound della sicurezza di Stato, gestito dalla Nsa. Cosa è accaduto dopo? Le fonti dicono di non saperlo, così come non conoscono il destino dell’egiziano arrestato con Giulio.

L’agenzia indipendente egiziana Mada Masr fa notare come le rivelazioni non coincidano con quanto emerso in precedenza: Giulio, che doveva raggiungere un amico a Bab al-Louq, avrebbe dovuto prendere la metro alla stazione Sadat, che però il 25 era chiusa perché a piazza Tahrir. Testimoni lo avevano visto entrate nella stazione Behoos: per arrivare a Nasser avrebbe dovuto cambiare alla fermata di Ramses, senza però un apparente motivo perché la Nasser non si trova sulla linea diretta a Bab al-Louq.

La Reuters ha chiesto un commento al Ministero degli Interni, capofila della campagna di insabbiamento degli ultimi due mesi e mezzo: «Non abbiamo rilasciato dichiarazioni in merito», la risposta di un funzionario alla richiesta di confermare la presenza di Regeni a Izbakiya. Segue a ruota la Nsa: Mohammed Ibrahim, del dipartimento per le comunicazioni, ribadisce che «non ci sono connessioni tra Regeni e la polizia o il Ministero degli Interni o la sicurezza nazionale. «Non è stato mai detenuto in una stazione di polizia o simili – aggiunge – La sola volta che è entrato in contatto con la polizia è quando dei funzionari hanno timbrato il suo passaporto all’arrivo in Egitto. Se avessimo avuto sospetti sulle sue attività, la soluzione sarebbe stata semplice: lo avremmo espulso».

Ma semplice come dicono le autorità egiziane non è stata. Giulio è stato seguito e controllato mentre svolgeva le sue ricerche: un’attenzione identica a quella subita da attivisti, dissidenti, giornalisti egiziani. La sua casa è stata perquisita in sua assenza, è stato fotografato e monitorato mentre parteciva alle riunioni dei sindacati. E infine è scomparso, un nome tra centinaia di altri desaparecidos. Come molti di loro, è stato ritrovato senza vita con i segni inconfutabili di torture prolungate, una firma che gli egiziani conoscono bene, quella dei servizi di sicurezza.

Se di verità ancora non ce ne sono, le voci trapalate ieri dovrebbero avere l’effetto di un terremoto sull’omertà che regna ai vertici del Cairo. Se è improbabile quanto riportato dalla presunta “gola profonda” nelle mail a Repubblica, ovvero un coinvolgimento diretto del presidente al-Sisi e del ministro degli Interni Ghaffar nella scomparsa di Giulio, su di loro pesa come un macigno la colpa dell’insabbiamento. La colpa di aver deviato le indagini, sterminato a sangue freddo 5 uomini che andavano al lavoro – non una banda criminale – per addossargli la responsabilità dell’omicidio, di aver fatto ritrovare i documenti di Regeni a casa loro, di aver gridato al complotto islamista e straniero.

È probabile invece che Il Cairo continui a tacere o a negare quanto rivelato ieri. Ora spetta al governo di Roma (annichilito dall’assenza di reazioni da parte europea) prendere quelle misure «immediate e proporzionali» millantate dalla Farnesina ma mai assunte dopo il richiamo dell’ambasciatore. Sul fronte interno, però, al-Sisi ha capito che la morsa repressiva potrebbe rivelarsi un boomerang. La manifestazione di venerdì ne è la prova, come la rabbia esplosa due giorni fa quando un poliziotto ha ucciso per un tè un venditore ambulante: mercoledì al-Sisi ha proposto emendamenti alle leggi che regolano il corpo di polizia perché il loro comportamento in strada sia più conforme «agli standard dei diritti umani»

di Chiara Cruciati – tratto da Nena News

 

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