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Espulsione di rifugiati Curdi: oggi tocca a Berlino, domani a Parigi?

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Venerdì scorso, il rifugiato politico Ebrahim Abdi Jenekanlo è stato espulso dalla Germania. In Iran rischia ora di subire sia la tortura, sia la condanna a morte.

A nulla sono servite le campagne e le proteste di alcune ONG (tra cui anche Amnesty International) che erano intervenute per impedirne l’estradizione, paventando appunto per la stessa vita del fuoriuscito curdo.

Jenekanlo, nato 33 anni fa in un villaggio del Rojhilat (il Kurdistan sottoposto all’amministrazione di Teheran), viveva e lavorava in Germania ormai da dieci anni e qui aveva depositato diverse domande d’asilo.

Come ha precisato Katharina Merk (di Amnesty International) “prima di fuggire dall’Iran era stato arrestato e torturato per aver preso parte una manifestazione”.

Da tempo la famiglia di Jenekanlo era sotto osservazione da parte del regime iraniano in quanto alcuni suoi membri vengono considerati oppositori e dissidenti. In passato un fratello di Ebrahim Abdi era stato ucciso per aver rivendicato la propria identità curda e anche il padre ha subito minacce e ritorsioni.

Younes Bahram, esponente del Forum tedesco-curdo di Dresda, ha ricordato come anche recentemente si sia parlato del caso di Jenekanlo alla televisione curdo-irachena e anche sui media curdi. Trasmissioni che – involontariamente – potrebbero aver fornito alle autorità iraniane un pretesto per accusare il richiedente asilo di tradimento (reato che prevede anche la condanna a morte).

D’altra parte forse bisognava aspettarselo. Tra il 2019 e il 2020 la Germania ha espulso verso l’Iran ben 48 rifugiati. E questo nonostante le ripetute violazioni dei diritti umani e le numerose esecuzioni capitali qui eseguite (in particolar modo contro cittadini curdi).

E LA FRANCIA?

E’ di questi giorni la notizia che Parigi avrebbe tutte le intenzioni di espellere – in questo caso verso la Turchia – un militante curdo che aveva combattuto in Rojava.

Originario del Bakur (il Kurdistan sottoposto all’amministrazione di Ankara), Huseyin, aveva disertato dall’esercito turco dove avrebbe dovuto compiere una ferma di due anni di servizio militare (un reato il suo che potrebbe comportare la pena di morte) integrandosi nelle milizie curde che si opponevano a Daesh. Successivamente si era rifugiato in Francia dove da tempo vivono le sue sorelle. Dopo un primo arresto, aveva inoltrato varie domande d’asilo al tribunale di Perpignan. Ma tutte venivano rigettate con l’ordine – firmato dal prefetto dei Pyrénées-Orientales – di lasciare il Paese.

Nel dicembre dell’anno scorso era stato portato dalla polizia all’aeroporto. Riusciva tuttavia a rifiutarsi di salire a bordo venendo quindi nuovamente arrestato. La stampa locale doveva poi occuparsi di lui per aver appeso e fatto sventolare una bandiera curda dalla finestra della cella. Per questo rischiava pure l’accusa di tentata di evasione (alla maniera dei fumetti o delle barzellette, con la bandiera al posto del lenzuolo!).

In seguito aveva tentato il suicidio.

Un nuovo tentativo di espulsione- in gennaio – è stato ancora vanificato dal suo ripetuto rifiuto di sottoporsi al test per il Covid19 (propedeutico all’espulsione). Il tribunale lo ha condannato a tre mesi di prigione, ma rischiava anche l’interdizione dal territorio francese per dieci anni.

Per il suo avvocato Huseyin dovrebbe essere rimesso in libertà in quanto l’articolo L224-1 stabilisce che non si può sottoporre una persona al test contro la sua volontà.

Fermo restando che sul suo capo incombe sempre la spada di Damocle di una improvvisa espulsione verso la Turchia.

di Gianni Sartori da  Osservatorio Repressione

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