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Il mio nome è Bager Nûjiyan

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Il mio nome è Bager Nûjiyan, prima ancora era Xelîl Viyan. Il mio nome di famiglia è Michael Panser. Sono nato il 1 settembre 1988 nella città di Potsdam, in Germania dell‘est.

La mia famiglia è fatta di persone che amano la terra e la società e che all‘epoca erano legate al paradigma del socialismo reale. Sono solidali e hanno un legame emotivo. Con il crollo del socialismo reale naturalmente si visse una crisi, ma lo sostengono e restano legati a valori e etica socialisti. Io credo che anche questo sia una base per la mia ricerca della verità della rivoluzione.
Alla giovane età di circa 14 anni ho assunto un ruolo attivo nella sinistra e ho iniziato la mia ricerca. Che più tardi abbia conosciuto il PKK e la filosofia di Abdullah Öcalan, ha certamente le sue ragioni anche in questa fase. Ho partecipato a lavori antifascisti e di sinistra in Germania. Ho raccolto molte esperienze, ma diventava chiaro che queste esperienze nella mia ricerca non bastavano. Il contesto di una vita liberista, prigioniera nelle costrizioni del sistema capitalista, è molto lontano dalla realtà della rivoluzione. Così ci fu l‘evasione da qui e una ricerca più ampia.

Nel 2011/2012 ho conosciuto i primi Heval, in particolare attraverso i giovani e il movimento delle donne. La conoscenza inizialmente non era riferita alla pratica, la società o la realtà in Kurdistan, ma come prima cosa ho conosciuto la filosofia di Abdullah Öcalan. E la mia ricerca consisteva in questo: quali sono le debolezze nella ricerca rivoluzionaria che ci siamo proposti? Con la nostra ricerca teorica e filosofica volevamo trovare e sviluppare un‘ideologia di liberazione. Nell‘ambiente della società europea, questo naturalmente era legato a grandi difficoltà. In questa ricerca, la via verso il Kurdistan si è aperta come un fatto naturale. Noi abbiamo conosciuto la filosofia di Abdullah Öcalan, abbiamo letto e studiato i libri tradotti. In questo periodo abbiamo capito alcune cose: quello che in Europa cerchiamo, è ciò che oltre la civiltà occidentale e la modernità capitalista è nascosto qui in Medio Oriente, e la cui storia è andata perduta. Qui ora si sviluppano nuovamente queste conquiste rivoluzionarie e offrono nuove risposte. Nello stesso periodo in cui da noi crollava il socialismo reale, in Kurdistan veniva aperta la strada per una nuova realtà rivoluzionaria. Nella nostra ricerca abbiamo acquisito coscienza di questo. Abbiamo allacciato contatti e trovato la nostra strada verso il Kurdistan.

Così, lentamente abbiamo capito una cosa: il problema europeo è legato alla soluzione della modernità capitalista, al modo di vivere capitalista. Nell‘imposizione del sistema di sfruttamento capitalista, la Germania assume un ruolo guida, di questo dobbiamo essere consapevoli. Abbiamo anche riconosciuto che senza una prospettiva internazionalista che superi i confini chiusi, non è possibile una soluzione a questo problema.

In questo modo lentamente abbiamo imparato di più, conosciuto la rivoluzione in Kurdistan e in effetti in quel periodo ho iniziato a unirmi seriamente alla rivoluzione. Dal 2012 abbiamo approfondito ulteriormente i nostri ragionamenti, ci siamo istruiti e impegnati nella costruzione di un movimento secondo i valori del paradigma che costituiva il contenuto delle nostre discussioni. Le esperienze e debolezze che si sono mostrate in queste fase, ci hanno fatto riconoscere una cosa: che non funziona partecipare solo tiepidamente alla rivoluzione. In quel periodo ho preso la mia decisione. Essere un* ver* rivoluzionari* deve significare pensare in modo complessivo. Un* rivoluzionari* deve essere adeguat* ai tempi e staccarsi dal modo di pensare limitato dell‘eurocentrismo e dalle prospettive che offre la cosiddetta modernità. Altrimenti è impossibile avere successo.

Questa consapevolezza l‘ho raggiunta attraverso l‘approfondimento ideologico e ha significato che l‘ingresso nel Partito dei Lavoratori Kurdistan rendeva possibile ciò che ritengo necessario: la costruzione della forza rivoluzionaria. Ho riconosciuto questo. Mi è anche diventato chiaro che una rivoluzione attuale non può conoscere confini. Questo sarebbe impossibile, una rivoluzione non può funzionare così.

La rivoluzione in Europa inizia con la rivoluzione in Kurdistan. Questo collegamento effettivamente esiste. In effetti il paradigma che mantiene il suo dominio in Europa, a maglie strette e con grettezza, impone alla società un modo di vivere liberista e rende lo sfruttamento la base assoluta del suo ordine sociale e è appunto il paradigma che oggi esegue pesanti attacchi al Kurdistan. Allora abbiamo compreso che in primo luogo dobbiamo raccogliere esperienze della pratica rivoluzionaria. Così mi sono dedicato completamente alla rivoluzione.

Inizialmente ho preso parte alla pratica internazionalista, non solo per diffondere il pensiero e il nuovo paradigma di di Abdullah Öcalan in Europa, ma in particolare per imparare a capire meglio la modernità capitalista che si impone alla società come ultima forma della mentalità maschile-dominante. Su questo abbiamo indagato e anche sviluppato una certa pratica. Poi sono arrivato in Kurdistan.

Al centro della rivoluzione c‘è la trasformazione rivoluzionaria della coscienza. Questo è il compito fondamentale nell‘ambito di lavoro delle accademie. Ciò, che in precedenza nella società non riuscivi a pensare, perché in particolare nel centro capitalista dell‘Europa il pensiero è molto diviso e decontestualizzato, e così non permette la nascita di una nuova coscienza. Così non si arriva a una ricerca nel senso ampio di un nuovo paradigma. Non può nascere una nuova filosofia che prende come base la vita stessa e vuole attuare un vero socialismo. Noi parliamo della difesa della socialità, dell‘amore per la società. Certamente l‘amore per la società, in una società che sfrutta non è possibile.

Mi è diventato chiaro che coloro che sono impegnati in una ricerca rivoluzionaria, nella loro ricerca devono andare molto lontano. Devono avanzare in modo coerente fino alla sostanza. Se vogliamo creare una nuova realizzazione della vita socialista, dobbiamo andare dove la libertà è maggiormente attuata. Le montagne del Kurdistan sono un luogo straordinario. Offrono la possibilità di percepire se stessi nella pratica. Ti fanno riconoscere cosa significa mostrare impegno e sforzarsi; e ti fanno capire in modo nuovo il significato di questa fatica. Quanto sono profonde le tracce che il sistema lascia nel nostro pensiero? Nella vita comunitaria come viene vissuta in montagna, tutti i problemi e le carenze creati dal modo di pensare padronale, diventano chiari nella nostra coscienza. Una comunità di vita collettiva, un ambiente rivoluzionario che si basa sulla volontà comune di promuovere l‘umanità e di liberare le singole personalità dalle costrizioni degli schemi comportamentali padronali. Questa possibilità qui è stata creata realmente. Il sistema padronale non può attaccare tanto facilmente questa base che qui è stata creata. Naturalmente si verificano attacchi militari, ma nella lotta contro le conseguenze ideali e psicologiche del pensiero padronale, qui attraverso un impegno e un lavoro seri, possiamo creare una nuova coscienza.

Questa è stata la ragione per la quale su mia proposta sono arrivato qui all’accademia. Per quanto nella pratica abbia potuto raggiungere anche uno sviluppo nel pensare, c‘è stata la necessità di recarmi in questo luogo particolare. Perché l‘accademia crea un ambiente dove si lavora intensamente e concretamente alla creazione di consapevolezza rispetto al proprio pensiero padronale, e allo stesso tempo anche alle sue alternative.Questo viene messo in pratica in un ambiente caratterizzato dalla convivenza comunitaria, dal lavoro collettivo, dallo scambio reciproco, c’è tutto – i valori condivisi, il sostegno reciproco.

La vera amicizia viene vissuta nel modo più chiaro nelle accademie. Noi analizziamo reciprocamente in modo molto preciso quali resti di un sistema di sfruttamento si mostrano nel comportamento di un* amic*. Non è che qui dividiamo l‘individuo dalla comunità, o che un individuo si deve adattare alle caratteristiche del gruppo. Dal mio periodo nella sinistra, posso dire che non riuscivamo affatto a risolvere questa contraddizione. Trovare il giusto equilibrio tra la singola persona che conduce una lotta interiore e il suo ambiente, perché si rafforzino e si costruiscano reciprocamente. Riconoscere un* amic* nella forma così com‘è, e volerla riconoscere e proteggere, non può essere tutto – perché a ognun* che proviene da questa società sono state fatte apprendere modalità di comportamento padronali. Cosa significa la vera amicizia che qui vogliamo vivere e creare? Non prendiamo un* amic* come ciò che è diventat* e come mi sta di fronte, ma secondo i suoi obiettivi e la sua potenzialità. È il nostro approccio sviluppare ogni amic* secondo le sue forze. In questo senso ci critichiamo reciprocamente e ci impegniamo per metodi di sviluppo della personalità. Per questo sono entrato nell‘accademia e questa è una lotta interiore molto intensa. Attraverso questo sforzo creiamo la base per questa vita. Perché siamo consapevoli del fatto che il socialismo che vogliamo creare – cioè la nuova vita, una vita che aspira alla libertà, una vita con pari diritti, che intende l‘essere umano in sé come valore, che riconosce il valore delle conquiste sociali e prende come base la potenzialità della società stessa e le saggezze e le lotte che vengono condotte. Se vogliamo costruire i nostri sogni e le nostre utopie, dove dobbiamo iniziare? Nella nostra personalità. Abdullah Öcalan sottolinea in particolare gli effetti del patriarcato. La sua analisi si può trasferire all‘intera civiltà egemonica quando dice: se non viene superata la mascolinità patriarcale interiore, il socialismo resterà sempre incompiuto. Un socialismo che non entra nella sostanza, ossia che non inizia nella persona stessa, non crea una nuova personalità, personalità libere, non può portare nuove conquiste. Il socialismo passato, i tentativi storici che ci ha consegnato e le sue inadeguatezze, lo valutiamo in questo modo. C‘è stata una società combattiva e si è anche sviluppato un ruolo di avanguardia, ma venne compresa la radice del problema: cos‘è un essere umano libero? Questa è la domanda fondamentale. Quali sono gli effetti del dominio nell‘essere umano stesso? Questo è il problema fondamentale. Dato che queste domande non sono state affrontate, il sistema ha ripetuto se stesso. Non ha trovato un distacco dal pensiero padronale. Anche se così tant* hanno dato la vita in questa lotta, sono stati fatti grandi sforzi e è scorso così tanto sangue e sudore, questi tentativi forse non sono falliti del tutto, ma certamente non hanno raggiunto gli obiettivi desiderati. Dobbiamo constatare questo.

La vita nell‘accademia è sforzo di liberarsi. La rivoluzione non è una cosa che si verifica di colpo. Non è una singola insurrezione né una vittoria militare. Questo non è possibile. La rivoluzione è una condizione permanente che inizia con un passo, con una decisione: la decisione di partecipare alla rivoluzione e di staccarsi dal sistema dominante; la costatazione che la vita alla quale siamo costrett* in questo sistema è sbagliata e che è necessario costruire qualcosa di nuovo. Forse la rivoluzione in ogni persona inizia con un‘insurrezione, ma in sé è una condizione permanente. Se non diventa un processo che si orienta secondo le condizioni attuali e future, allora non è una rivoluzione. Questa è un‘insurrezione o una rivolta, ma non una rivoluzione. Spesso questo è stato compreso storicamente nel modo sbagliato ed è diventato un ostacolo.

Costruiamo la nostra base su questa nozione. Da questo dipende anche la nostra futura partecipazione e non si può prevedere. Il percorso della rivoluzione non si può impostare e attuare secondo un piano. Che questo è impossibile, lo ha dimostrato la storia. Per questo i preparativi che compiamo qui, consistono nella costruzione di una personalità militante. Cosa significa essere una personalità militante? Dobbiamo essere preparat* a tutto, come la fase attuale ce lo richiede. Così creiamo un pensiero complessivo, di comprendere il metodo, in cosa consiste la situazione attuale, il significato storico della situazione attuale, i pericoli della situazione attuale in cui ci troviamo e allo stesso modo le sue potenzialità.

Se viviamo in questo modo e abbiamo questa consapevolezza, allora non è comunque tanto importante dove andiamo – in quale Paese agiamo, in quale parte del Kurdistan, o se andiamo in un altro continente. Nella pratica naturalmente ci sono differenze, ma è l‘interezza a essere decisiva. Comprendere nel modo giusto le nostre idee, sviluppare la nostra organizzazione, il linguaggio giusto, la forma giusta della comunicazione e della critica – e organizzare in questo senso la nostra vita nel modo giusto. Se mettiamo in pratica bene queste cose e ci sforziamo per una buona pratica, siamo in grado di apprezzare le nostre fatiche e comprendiamo nel modo giusto anche gli sforzi de* nostr* amic*, possiamo comportarci in modo corrispondente. In particolare anche il significato della fatica e dell‘impegno de* cadut* che hanno dato la loro vita in questa lotta – se comprendiamo tutti questi punti nel modo giusto, allora attraverso l‘unità del pensare – sentire – agire, possiamo creare militanti che possono mettere in pratica tutto ciò che sarà necessario. Questo è stato effettivamente dimostrato nello sviluppo di questa rivoluzione, non è vero?

Una persona che è chiara nella sua volontà, e nei suoi sentimenti e nelle sue nostalgie si collega veramente con la ricerca della libertà, con la lotta giusta per la rivelazione della verità, può ottenere tutto! Ci sono esempi nel nostro movimento e anche in altre rivoluzioni prima di noi ci sono decine di migliaia di esempi di rivoluzionari*, di come agiscono, in quali sforzi si impegnano e come partecipano. È sia il nostro obiettivo sia il nostro dovere sostenere esattamente questo e fare il necessario. Questo è quanto posso dire in proposito. Auguro a tutt* voi buona fortuna!

 Da Internationalist Commune of Rojava

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My name is Bager Nûjiyan from Internationalist Commune on Vimeo.

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