InfoAut
Immagine di copertina per il post

Il rimosso politico oltre la cronaca nera

Le regole interne non si sfidano, come invece aveva tentato di fare l’ingombrante Bo. Conviene ancora oggi convivere, concertare e non sbranarsi.


Un buon commento di Angela Pascucci (che ripeschiamo da 
Il Manifesto di martedì 21 luglio) sulla natura politica di una vicenda spacciata per cronaca penale, mentre sono in gioco niente meno che gli assetti di potere della Cina di domani

La clemenza della Corte si è infine abbattuta su Gu Kailai con un verdetto di condanna a morte «sospesa», che chiude a doppia mandata il processo-simbolo della nuova Cina. La sentenza comminata ieri alla moglie di Bo Xilai, ex astro nascente della politica cinese caduto in disgrazia, prevede due anni di sospensione dell’esecuzione, per consentire il ravvedimento del condannato, che passa poi di solito al carcere a vita. La formula, contemplata solo dal codice penale cinese, è un retaggio dell’impero mantenuto da Mao che credeva, in determinati casi, nel recupero del reprobo. 
Si può sin d’ora affermare che Gu Kailai si è già guadagnata quella vita lasciata in sospeso. L’imputata perfetta di una ben congegnata rappresentazione, apparsa in aula sconfitta e dimessa, sformata dai farmaci, ombra irriconoscibile della donna che era una volta un abile avvocato e una potente first lady, ha accettato senza opporsi il ruolo di rea confessa dell’efferato omicidio dell’uomo d’affari inglese Neil Heywood assegnatole dalle versioni ufficiali e dalla vulgata popolare. A farle perdere la testa e spingerla al crimine, secondo quanto da lei ammesso in tribunale secondo le cronache ufficiali, le minacce di vendicarsi su suo figlio, Bo Guagua, per un affare immobiliare fallito proferite dall’uomo, figura ambigua di faccendiere sospettato di un passato da spia. 
Il delitto è avvenuto e la donna ne è stata di sicuro una protagonista, ma la ricostruzione ufficiale dei fatti, l’impalcatura dell’accusa, le modalità del processo lasciano più di un dubbio, soprattutto sul non detto. Ad esempio, neppure l’ombra è comparsa dell’uomo che ha scatenato la tempesta perfetta: l’ex capo della polizia di Chongqing, Wang Lijun, che con la sua fuga nell’ambasciata Usa di Chengdu ha dato fuoco alle polveri. Eppure chi più di lui era al corrente dei fatti? E ancora, durante tutto il procedimento è rimasto innominato anche Bo Xilai, il marito, destituito da tutte le cariche del Partito per gravi violazioni della disciplina interna, cioè aver coperto il delitto della moglie, e oggi in attesa di giudizio in uno dei luoghi misteriosi dove l’apparato disciplinare trattiene e interroga i caduti in disgrazia, in uno stato di detenzione che stranisce e svuota. Del tutto rimosso il contenzioso fra la potente coppia e Heywood, affiorato all’inizio del caso, cioè l’esportazione di capitali neri all’estero, per la quale il businessman aveva chiesto un prezzo troppo elevato, finendo poi per ricattare i Bo. Gu Kailai ha tuttavia accettato di buon grado tutto questo. In cambio ha avuto, in qualche modo, salva la vita, assicurata l’incolumità del figlio e la possibilità che la rovina del marito sia meno devastante. E comunque, per due anni sarà un ostaggio, un deterrente per eventuali «ripensamenti».
La sentenza chiude in modo conseguente un processo dal quale con chirurgica precisione è stato rimosso ogni elemento che collegasse il fatto criminale a un qualunque aspetto politico, dopo un iniziale periodo in cui era impossibile capire dove finisse l’uno e cominciasse l’altro. Ma il vuoto della rimozione finisce per esaltare questa parte oscura che tra un processo e l’altro (si avvicina quello a Wang Lijun, mentre si attende il verdetto del Partito su Bo Xilai) verrà a galla frammentata e distorta, forse destinata a non ricomporsi mai in un’unica verità. 
Sconcertante, per un affaire di cui si afferma che sarà ricordato come un punto di svolta per il futuro della Cina. Al pari, secondo alcuni, del processo alla «banda dei quattro» che liquidò a suo tempo una parte del maoismo. Paragone in realtà improprio: allora la resa dei conti politica fu chiara a tutti, oggi regna l’oscurità e il segreto. Segno dei tempi.
Ma sulla valenza politica dello scandalo di oggi nessuno ha mai avuto dubbi, anche perché in una Cina infestata dalla corruzione viene a galla solo quel che, per convenienza, i più forti decidono di eliminare. Dunque, su questo aspetto conviene tornare. 
La gestione, anche giudiziaria, del caso induce a ipotizzare un’esitazione dell’apparato del Pcc a spingere fino in fondo il tasto ideologico nella resa dei conti politica. La sfida lanciata a marzo da Wen Jiabao alla fine dell’Assemblea nazionale del popolo, quando il premier aveva resuscitato i fantasmi della Rivoluzione culturale e ammonito il governo di Chongqing, non è stata al dunque raccolta dagli altri leader. Eppure la rimozione di Bo Xilai dalla guida del partito nella municipalità a statuto speciale del Sichuan, avvenuta il giorno dopo l’anatema di Wen e ad esso collegata, aveva fatto profilare uno scontro politico radicale, quello tra sinistra e riformisti liberal, in vista del cambio di leadership di autunno. Era seguita una settimana al cardiopalma, con la sinistra più radicale all’attacco e immediatamente imbavagliata, e le voci più incontrollabili che rimbalzavano sul web, tra cui quella di un tentato golpe a Pechino. 
Ma il caso riesplode ad aprile inoltrato, come un fattaccio di cronaca nera, con Gu Kailai accusata dell’omicidio di Heywood e, separatamente, Bo Xilai privato di tutte le cariche di partito e messo sotto inchiesta interna.
Da quel momento sparisce ogni attacco ideologico, come se i vertici avessero infine deciso di trattare il caso Bo in termini esclusivamente giudiziari, secondo le modalità di altri scandali eccellenti, disattivandone la carica politica e accontentandosi dell’epurazione e dell’inevitabile castigo dello scomodo personaggio. Forse perché gli alleati di Bo, pur accettando la caduta in disgrazia dello scomodo «principe rosso», non avrebbero mai accettato lo sterminio politico o peggio il discredito delle idee di sinistra che quello aveva finito, nel bene e nel male, per incarnare anche agli occhi di una larga base popolare che indubbiamente si era costituito, e non solo a Chongqing. La stessa che oggi grida al complotto. Andare allo scontro aperto avrebbe potuto essere devastante per l’andamento pacifico della transizione e la coesione del Pcc. Di qui, anche, i numerosi commenti che ad aprile dal Quotidiano del popolo invitavano all’unità del Partito.
In una fase di cruciale transizione nella quale mancano leader così forti e autorevoli da poter imporre decisioni e soluzioni, l’affaire Bo si è rivelato una sorta di test, utile a far emergere due fondamentali punti di compromesso. Da una parte, che le regole interne per definire gli equilibri di potere non si sfidano, come invece aveva tentato di fare l’ingombrante ed eclatante Bo, che ambiva a entrare nel Comitato Permanente del Politburo. Dall’altra, che conviene ancora oggi convivere, concertare e non sbranarsi, anche se il comune denominatore si va riducendo sempre. Passato il terremoto, gli equilibri si sono presumibilmente ricomposti, e non è detto che siano gli stessi di prima. 
In questo senso, nota Joseph Fewsmith (China Leadership Monitor on line n.38), è necessario aggiornare i termini con cui solitamente si descrive l’articolazione delle alleanze e dei raggruppamenti all’interno del Pcc, poiché, come dimostra anche in questo il caso Bo, la divisione schematica tra «principini» (i figli delle grandi famiglie rosse di cui Bo Xilai faceva parte) e «tuanpai» (coloro che aderiscono alla Lega della gioventù comunista del presidente Hu Jintao) non regge più, di fronte alla ricomposizione in nuove coalizioni di interessi e poteri personali. E comunque sotto questo aspetto il Pcc dovrà prima o poi uscire dall’ambiguità che nasconde con la retorica del «socialismo con caratteristiche cinesi» e tagliare il nodo più spinoso per la sua sopravvivenza se, come affermava giustamente Mao, «per avere ordine nell’organizzazione, bisogna averne nell’ideologia».
A questo proposito, la sinistra cinese, rimasta vittima della purga di Chongqing, ha letto giustamente nella deflagrazione del caso Bo il tentativo di dare una spallata agli attuali equilibri di politica economica per dare il via a nuove riforme economiche in senso neoliberista (vedi Wang Hui, «Le stanze segrete del potere», pubblicato su Alias il 28/04/2012). Più di una dichiarazione e decisione indicava che la strada era stata imboccata. Ma, anche qui, la crisi economica globale arrivata a mordere pure la Cina sembra aver imposto una frenata. La seconda economia del mondo, dopo aver tenuto testa al primo tsunami economico del 2008, si trova oggi a fronteggiare un notevole rallentamento della crescita di cui non si riescono a prevedere né l’ampiezza, né la durata. E tutto ciò mentre ancora non ha risolto i profondi problemi strutturali che mettono a rischio la sua tenuta futura: il cambiamento dell’asse portante del suo sviluppo, i gravi problemi ambientali e sociali, le mutazioni demografiche che ne stanno modificando il profilo sociale ed economico. Un’eredità pesante, che la Quarta generazione di leader lascia alla Quinta, entità ancora indefinita e oggetto di febbrili contrattazioni proprio in questi giorni d’estate.
L’incertezza domina sovrana, e certo consiglia prudenza nello squadernare i dissensi interni. Non è questo il momento di imboccare strade senza ritorno. D’altra parte ormai Bo Xilai è finito, la sua famiglia distrutta. La lezione è stata impartita.

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

cina

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Houthi alla conquista di Mocha. La situazione nel corridoio energetico globale e il possibile ingresso di nuovi attori

Tra il 9 e il 10 settembre il movimento politico-militare scita libanese Ansar Allah (detti comunemente Houthi Yemeniti) ha preso in controllo di Mocha, una città portuale affacciata su una delle più importanti rotte marittime del pianeta, lo stretto di Bab el-Mandeb.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Serbia: sionismo e nazionalismo nei Balcani. Un approfondimento dopo il funerale di Mladić

A partire dai funerali “quasi” di Stato di Ratko Mladić, il comandante delle truppe serbe colpevoli del genocidio di Srebrenica morto in detenzione all’Aia, facciamo il punto sulla politica interna ed estera della Serbia.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Libano: “Israele sta radendo al suolo una fascia del sud del paese”. Il collegamento da Beirut con il giornalista Pasquale Porciello

In Libano, l’esercito di occupazione israeliano continua a intensificare i bombardamenti nel Sud del Paese nonostante l’accordo quadro firmato a Washington lo scorso 26 giugno, primo accordo diretto tra i due paesi in quarant’anni.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Torino è contro il riarmo

Ripubblichiamo l’indizione della due giorni del 19-20 settembre 2026 che si terrà a Torino organizzata dall’assemblea cittadina Torino Partigiana.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Hanover: finto think tank utile a diffondere propaganda israeliana

Un’inchiesta originariamente svolta dal Guardian ha svelato il meccanismo utilizzato da un finto Think tank – inesistente in quanto senza sede, senza indirizzi né referenze – “Hanover” che allena l’intelligenza artificiale nella creazione di propaganda ad hoc in favore di Israele e del suo operato.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dibattito su Imperialismo digitale @Blackout Fest 2026 con Dario Guarascio

Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico. Di seguito ripubblichiamo il podcast del dibattito tenutosi al BlackoutFest 2026 e condiviso da Radio Blackout.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Cuba: acqua, medicinali, carburante, energia elettrica. Il peso del bloqueo nella vita quotidiana.

A Cuba la crisi economica e sociale ha raggiunto livelli sempre più drammatici.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Israele dichiara guerra anche agli aquiloni di Gaza

Dopo aver distrutto scuole, ospedali e case, Israele trasforma anche il gioco dei bambini palestinesi in una «minaccia letale». Aquiloni di carta senza esplosivi vengono equiparati ai droni e diventano il nuovo pretesto per minacciare bombardamenti e sfollamenti nella Striscia.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Pisa: boeing militare del Kuwait transitato dall’areoporto Galilei, movimentato materiale bellico

Nella notte di lunedì 24 agosto velivoli militari provenienti dal Kuwait sono transitati dall’aeroporto Galilei di Pisa, come denunciato da attivisti e attiviste del Movimento No Base e altre realtà pisane.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Cagliari, il Muro di Coscienza prende vita in aeroporto: “Le rotte con Israele passano anche da qui”

Si è formato questa mattina dalle 8.30 alle 12:00 il Muro di Coscienza all’aeroporto di Cagliari Elmas parte di una giornata coordinata attraverso Giovedì Bianco (giovedibianco.it) che ha coinvolto anche Verona e Milano questa mattina e che prosegue oggi pomeriggio e stasera a Roma Fiumicino e Venezia.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Toscana sacrificata

Ripubblichiamo questo testo originariamente apparso su Scrivania Autogestita di Informazione che ha il pregio di tessere i fili di ciò che si sta verificando sulla regione Toscana, individuando le tendenze e gli interessi in campo.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Trump a Pechino da Xi Jinping

MercoledìTrump è volato in Cina per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping, accompagnato da diversi amministratori delegati: una delegazione di imprenditori di spicco provenienti da diversi settori, tra cui agricoltura, aviazione, veicoli elettrici e chip per l’intelligenza artificiale. Dopo due giorni, il presidente statunitense Donald Trump ha lasciato Pechino affermando di aver concluso “accordi commerciali fantastici, ottimi per entrambi i paesi”, ma sono emersi pochi dettagli su ciò che le due superpotenze hanno concordato dal punto di vista commerciale.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Xi Jinping – Trump : Iran, commercio ed economia globale sul piatto della tre giorni a Pechino del presidente Usa

Seconda visita di Trump – dopo quella del 2017 – a Pechino per un faccia a faccia con Xj Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

Opec (-) 1

In uno dei momenti più delicati dall’inizio dell’aggressione imperialista all’Iran, cominciano a sorgere delle fratture in seno alla principale alleanza politico-strategica ed economica del Medio Oriente.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Competizione USA-Cina e impatti sul mercato dell’energia

Chi guadagna dal blocco dello Stretto di Hormuz? ENI, ad esempio. Si parla di dividendi straordinari per la società di Descalzi da quando il petrolio è stabile sui 90 dollari, con oscillazioni che vanno sino a oltre i 100.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Si riaccende il fronte tra Pakistan e Afghanistan

Tra il 26 febbraio e il 2 marzo sono avvenuti raid pakistani contro l’Afghanistan riaprendo il fronte tra i due Paesi, la guerra tra i due paesi è ancora in corso, e ancora non si hanno previsioni su una fine certa.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Nuova strategia Usa e chi non vuol capire

A proposito della nuova strategia degli Stati Uniti e le reazioni che ha suscitato

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Levante: il Giappone ai tempi del neogoverno nazionalista della Premier Sanae Takaichi

A livello internazionale, una delle prime mosse della Takaichi è stata aprire un profondo scontro diplomatico con Pechino

Immagine di copertina per il post
Culture

Se la Cina ha vinto

Se l’obiettivo di un titolo apodittico come “La Cina ha vinto” è convincere il lettore della validità della propria tesi, Alessandro Aresu vi riesce pienamente.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Il grande reggimento cinese dell’esercito globale dei gig-workers

200 milioni di precari tra industria e servizi, ma soprattutto giovani che rifiutano il mito del lavoro