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La battaglia di Menbij. Droni e trincee nella guerra globale

«Piacere, siamo la Siria democratica». La frase suona stranamente assurda mentre viene pronunciata da Agir, comandante delle Forze Siriane Democratiche (Sdf) mentre stringe la mano ai componenti di una famiglia araba vagamente intimorita, in un quartiere meridionale di Menbij. E’ il luglio 2016. Dopo aver penetrato la città da sud, le Sdf puntano al centro. I combattimenti durano da un mese e mezzo, i morti sono centinaia da entrambe le parti. I miliziani di Daesh arretrano, hanno appena abbandonato questo quartiere. Gli abitanti offrono il té ai soldati stanchi sotto il sole cocente, osservando con curiosità le loro uniformi. Da oltre due anni la città era isolata dal resto del mondo, governata dall’emiro al-Tunisi scelto per l’estremità occidentale dello stato islamico dal califfo al-Baghdadi, che si trova invece all’estremità opposta, nella città di Mosul. Un ragazzo manda dei bambini a chiedere sigarette alle Ypg; spalancano la bocca mentre afferrano due pacchetti e corrono indietro gridando come dei pazzi. Pochi istanti dopo, tutta la via fuma. Una sigaretta dopo due anni. Non è il tabacco in sé: quale che sia la latitudine, la fede o l’ideologia, la gente non ama che lo stato invada quella che ciascuno concepisce, a modo suo, come sfera personale.

Agir è il genere di combattente che può contribuire a realizzare il sogno delle Ypg di diventare compiutamente un esercito, abbandonando le caratteristiche della milizia e conservando tutti i saperi della guerriglia. Competente nel disinnesco delle mine e nel sabotaggio, si muove per Menbij sotto il fuoco dei cecchini con la sua kefiah nera e azzurra, mentre i palazzi esplodono sotto le bombe dell’aviazione e sotto i mortai di Daesh, e i combattenti e i miliziani si affrontano sparandosi dai tetti delle case. Ha incaricato Abdelkhabir, un signore della zona, di radunare tutte le famiglie del rione lungo la strada, per condurle in un parchetto lì vicino. Si aspetta circa un’ora; poi, eccoli, arrivano. La stessa scena da giorni. Centinaia di civili inermi, finora ostaggio dei combattimenti. Donne vestite di nero mostrano a chi le osserva soltanto gli occhi, curve sotto borse, sacchi e valige, intente a tenere per mano i bambini. Una bimba sui tre anni rimane indietro e si mette a piangere perché ha perso la mamma. Urlando con gli occhi pieni di lacrime fa uno sforzo e sale sul marciapiede, entrando nella porta dove passa la fiumana confusa. In un istante, ha dovuto diventare adulta.

Mentre alcuni combattenti aiutano gli sfollati a prendere la via che conduce fuori città, altri continuano l’avanzata facendo fuoco verso le posizioni nemiche. Nella guerra urbana, in ogni caso, non è mai del tutto chiaro da dove arrivano i colpi e chi sta sparando, se sono amici o nemici. La linea del fronte si sposta verso nord in modo talvolta diseguale, così che l’amico può essere di fronte, il nemico alle spalle, o colpire da ogni direzione. Agir consegna un’enorme bomba artigianale a Ozan, che viene da Hasakah ed ha acquisito un’esperienza precedente nell’esercito siriano. Ozan scompare per alcuni secondi dietro un muretto, poi torna correndo. L’esplosione, terribile, avviene dopo una ventina di secondi. La pressione ha colpito persino i combattenti a due isolati di distanza, ma l’enorme portone in ferro blindato di un quartier generale dell’Is è saltato con la mina che gli era stata agganciata.

Le Sdf entrano in formazione puntando le armi in ogni direzione, spalancano le porte e fanno irruzione a due a due, scrutando ogni angolo dell’edificio con i kalashnikov e gli M-16. Il palazzo è già stato abbandonato dai miliziani, e i compagni portano in fretta dentro le mitragliatrici, i lanciarazzi e gli esplosivi. Un ragazzo europeo consegna ad Agir una serie di documenti che ha trovato in una delle stanze. Nomi e cognomi di miliziani di Daesh, fotocopie dei loro documenti, visto d’ingresso in Turchia dal Turkmenistan. Le stanze sono piene di culle, passeggini, giochi per bambini. I miliziani si muovono e combattono con appresso le loro famiglie. Così dev’essere la filosofia del mujahedeen, in versione Daesh: donne e bambini devono morire con il «capofamiglia», servitore di Dio. Lo stato islamico ha deciso che Menbij deve diventare una trappola per tutti i suoi abitanti, che abbandonarla equivale a un tradimento. Lo scontro tra soldati non interessa a Daesh: i guerrieri del califfo, tanto coraggiosi quando devono trucidare gli astanti a un concerto o le famiglie che passeggiano sul lungomare, si sono resi invisibili qui: non restano che i cecchini-fantasma, le strade cosparse di mine e una popolazione di cui farsi scudo.

Procedendo poco oltre, il gruppo di Agir entra in una scuola. Sopra ogni aula di lezione, l’insegna nera del califfo. Nei cassetti ci sono le foto di classe, con la maestra completamente ricoperta di stoffa nera, fino agli occhi. I suoi alunni, pensiamo, devono sempre essersi chiesti che volto abbia. I manuali che troviamo sembrano uno scherzo, preparati apposta per dare un’immagine ridicola o disgustosa dell’Is, e invece sono veri: pamphlet per imparare a leggere, in cui ad ogni parola corrisponde un oggetto, e tali oggetti alternano coniglietti e bombe a mano, telefonini e kalashnikov, pupazzetti e manette, per imprimere nella psiche dei bambini la violenza e la morte come norma. Poco dopo, dal tetto, vediamo una grossa detonazione squarciare il pomeriggio. Un attentatore suicida, travestito da profugo, si è fatto esplodere in mezzo a una folla di civili che attendeva di lasciare la città: si alzano le grida dei bambini, che iniziano a correre in ogni direzione, colpiti come «traditori» con le loro madri a tre o a quattro anni perché un esercito nemico cercava di proteggerli.

Agir osserva i soccorsi in lontananza, scuote il capo e fa schioccare la lingua. Non è siriano. Come tanti che si affrontano in questa città è giunto da un altro paese per contribuire alla vittoria di uno dei contendenti. «Io non credo in Dio. Credo nell’universo – dice – credo che la religiosità debba esprimersi nel pensiero che tutte le cose sono Dio, e Dio è in tutte le cose». Agir viene da una città turca non lontana dall’Armenia, ma la lingua che usa è il curdo. «L’Islam non è una religione negativa. Uno dei suoi primi insegnamenti è l’umiltà, il rifiuto dell’attaccamento al denaro; e questo è buono». Fa una pausa. «Ma i fanatici vanno combattuti. Ciascuno deve poter decidere in cosa crede e perché; e noi curdi ci ricordiamo che l’Islam ci fu imposto dall’antico califfo Omar, idolo dei banditi di Daesh, che mutilava i seni delle donne curde per farne seccare la pelle e fabbricarci collane». Si alza in piedi e ordina al suo gruppo di fare altrettanto. «Noi curdi siamo tutti ezidi» dice prendendo la strada; «Zarathustra era il nostro filosofo. Un uomo illuminato come Marx, Lenin, Einstein».

Ad Agir è stato assegnato un gruppo di sei combattenti, tre arabi e tre europei. Si muovono rasenti i muri per raggiungere altre unità curde e arabe. Le Sdf vogliono lanciare una grande offensiva la sera stessa. Il gruppo si congiunge con l’unità del comandante Mazlum, da Ayn Issa, in una strada ricoperta di macerie, tra edifici sfondati. Ci saluta Dilovan, che avevamo incontrato a Tel Abyad. Rashid ha perso un occhio, dice; Serhat è morto, colpito alla testa da un cecchino ai primi di luglio.

Agir parla con Mazlum, seguito da Bager, che ci disse: «sperare non serve, bisogna combattere». E’ notte: Mazlum, Bager e Dilovan si muovono con un’altra ventina di compagni sulla sinistra, il gruppo di Agir procede con altri sulla destra, raggiungendo un edificio abbandonato e facendovi irruzione, per rispondere dal tetto al fuoco delle mitragliatrici e dei Dragonov dell’Is. Un palazzo è stato incendiato, le ultime fiamme illuminano una parte del quartiere in modo angosciante. L’aviazione e i mortai tacciono, lasciando i due eserciti globali a combattersi da soli. Un’esplosione squarcia l’aria. I compagni iniziano a sparare all’impazzata, rischiando di colpire i loro stessi amici. Quando torna la calma, inizia, tra i pianti, la raccolta dei resti sparsi del corpo di Bager. Dilovan viene condotto via, senza una gamba e senza più occhi. Era già stato ferito nei combattimenti in cui era morto Serhat, ma aveva preteso di tornare al fronte.

Agir e i suoi avanzano tra le esplosioni in territorio nemico. Per non essere visti, passano da un’abitazione all’altra sfondando i muri e le pareti dei cortili con grossi martelli (le pareti delle case siriane, se povere, sono sottilissime) e raggiungono un piccolo edificio a due piani, dove ricevono via radio l’ordine di fermarsi. Centinaia di compagne e compagni stanno attaccando più a est: bisogna tenere la posizione. Iniziano gli scambi di mitragliatrice e kalashnikov con il nemico, molto vicino, che colpisce due volte la casa con razzi anti-bunker. Un cecchino crivella le pareti meridionali del piccolo edificio con il suo Dragonov e colpisce Agir alla spalla. Il comandante grida; più che dolore, è disappunto. Ha il respiro affaticato, perde sangue ma non la calma. Agir è pronto a divenire martire, ma c’è ancora tanto lavoro da fare: Bab, Jarablus, Aleppo, Raqqa… «Da adesso siete tutti comandanti» dice ai suoi sei uomini, che si guardano interdetti: non capiscono gli uni la lingua degli altri. Si arrangeranno. La guerra globale è così: si comunica a gesti, tra coordinate satellitari; si combatte tra le barricate per le comuni o il califfato, spiati dai droni delle superpotenze. E’ la nuova guerra – simile a quelle di sempre: la carne da macello mette il cuore, il macellaio la scienza.

Dal corrispondente di Radio Onda d’Urto e Infoaut a Menbij, Siria

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