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La guerra nel nord della Siria

  1. Premessa: il 25 maggio le unità armate kurde si ritirano da Nusaybin

Le YPS (Unità di Difesa Civili), si sono ritirate dalla città di Nusaybin, situata nel nord-est della Turchia, sottoposta da 70 giorni a pesanti attacchi, compresi i bombardamenti aerei, condotti dall’esercito turco. Per assicurare, di fronte agli ‘attacchi smisurati’ dell’esercito turco, la protezione della popolazione civile, comunica il coordinamento generale dell’YPS: il ritiro è diventato necessario.

A metà marzo è stato proclamato il divieto d’accesso a tempo illimitato a Nusaybin, situata appunto al confine fra Siria e Turchia, considerata roccaforte del movimento di liberazione kurdo (in particolare del Partito democratico kurdo – HDP, che, nel parlamento della Turchia conta 59 deputati puntualmente aggrediti dal governo…). A Nusaybin, per esempio, nelle elezioni parlamentari dello scorso anno l’HDP ha raccolto il 90% dei voti. Nelle sue strade, nei suoi quartieri la popolazione si autogestisce. Gli attacchi condotti sulla città dallo stato turco sotto il mantello della “lotta al terrorismo”, in breve, mirano alla distruzione delle strutture democratiche di base.

Data la decisa resistenza dell’Organizzazione della Gioventù kurda, del Partito del Lavoro del Kurdistan (PKK) e della popolazione che si è addestrata e unita nelle YPS, le forze armate turche non sono riuscite a superare le barricate, le trappole esplosive sistemate a difesa dei quartieri. Per evitare sconfitte nella battaglia casa per casa, l’esercito turco ha scelto la distruzione sistematica della città: così Nusaybin è stata anche posta sotto il tiro a distanza dei carri armati e dell’artiglieria, seguiti dai bombardamenti aerei. Interi quartieri sono travoltirti dalle rovine.

Alì Atalan, deputato di HDP, conta che sono andate distrutte 8.000 abitazioni abitate da 80.000 persone delle quali 50.000 sono fuggite … e aggiunge che esisterebbe un piano del governo inteso a innalzare mura che ostacolino il passaggio verso la vicina Kamischli (città siriana) e viceversa. Nell’impero ottomano Nusaybin e Kamischli costituivano un insediamento continuo, per cui ancora oggi tante famiglie hanno parenti in entrambe le città. Sulla base dell’accordo Sykes-Pikot raggiunto un secolo fa da Inghilterra e Francia, confermato a Losanna nel 1923, fra le due città venne stabilita la linea di confine che doveva dividere la Siria dalla Turchia – sulla quale venne contemporaneamente costruita la linea ferroviaria per e da Bagdad (Irak).

2. Un mese dopo ‘milizie multietniche’ nella Siria del nord combattono sotto la protezione del fuoco-USA contro gli islamisti…

Con la penetrazione degli USA in Irak nel 2003, anche in Siria il fattore kurdo è diventato “apriporta” in direzione di un intervento, che fino ad ora però nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU non ha trovato la maggioranza necessaria. Allo stesso tempo gli USA e i loro alleati vietano al PYD (Partito Democratico Kurdo della Siria) e ai suoi alleati di prendere parte agli incontri di Ginevra. In ogni caso, il suo (del PYD) braccio armato composto da uomini e donne, le Unità di Difesa Popolari (YPG), combatte con buoni risultati l’IS. In origine l’YPG, formato nel 2011, aveva il compito di difendere la popolazione, adesso è parte delle forze di attacco.

Il dirigente del PYD, Gharib Hassou, all’agenzia russa Ria Novosti ha detto: “Raqqa un giorno farà parte del sistema federale democratico che abbiamo creato nel nord della Siria”. Con altri alleati il PYD, dietro il nome “Forze Democratiche Siriane”, mira alla conquista delle città (abitate da popolazione kurda) più interne e anche no alla Siria, innanzitutto Raqqa, poi Manbidsch e Dscharabulus… Questo è il territorio liberato che dal 17 marzo 2016 viene chiamato “Regione Federale Rojava”, ossia, la “zona cuscinetto posta fra la Turchia e l’IS”. L’offensiva viene condotta assieme alle milizie dell’opposizione siriana e di origine araba, nate nel 2011, alleate innanzitutto con l’“Esercito Siriano Libero”, poi (con tanta precauzione e di volta in volta) con Al-Nusra-Front e altri gruppi. Nel 2015 hanno costruito l’SDF (Forze Democratiche Siriane, cioè con origini kurde, arabe, turche, assire e altre nazionalità) del Rojava, a tratti sostenute dagli USA.

Per esempio, all’inizio gli addestratori statunitensi inviati in Rojava erano 50, a maggio erano già 300. La Russia, che sostiene l’esercito siriano uficiale, ha pubblicamente segnalato disponibilità alla cooperazione, apertamente ostacolata comunque dagli USA. Le operazioni militari sono indirizzate anche contro l’influenza della Turchia nella regione e connesse alla “guerra nel Kurdistan del nord” (o anche “sud-est della Turchia”), insomma alla “questione kurda”. Il modello kurdo, cioè di costituire in Siria una Federazione, è l’unica ipotesi democratica percorribile, affermano molte voci esperte. L’ “epurazione dal nord della Siria dell’Is” è perciò una “necessità” per dare forza al progetto Rojava “multietnico e multireligioso”.

A Berlino in questi giorni si è riunito il “Gruppo di Lavoro della Coalizione Internazionale Anti-Isis”. Sotto la presidenza della Germania e degli Emirati Arabi Uniti è stato deliberato, una volta cacciato l’IS, come “nei territori liberati debbano essere costruite il più presto possibile infrastrutture pubbliche quali acquedotti, ospedali e scuole”. La presenza dell’incaricato straordinario USA nella coalizione contro l’IS, Brett McGurk, ha consentito di affrontare anche la questione di prevedere nel nord della Siria “una zona cuscinetto”.

L’opposizione siriana “Coalizione Nazionale” (Etilaf, in arabo), di casa invece a Istanbul, in una dichiarazione pubblica dice che “la Germania ha condotto i negoziati sul futuro della Siria assieme a Russia e USA, ha buoni rapporti con russi e americani, è generosa con i nostri profughi, ha l’autorità morale di portare avanti questo processo.”

  1. Inizio di agosto: battaglia attorno ad Aleppo

L’attacco è iniziato la notte. Un elicottero ha lanciato un cilindro di gas, di che tipo ancora non si sa. In ogni caso, 33 persone sono rimaste ferite. Da Istanbul la “Coalizione Nazionale” punta il dito sul presidente siriano Assad; un’indicazione non ancora confermata né da Russia, Usa, né dall’ONU. L’esercito siriano incolpa i gruppi combattenti di Aleppo di aver avvelenato i civili abitanti i luoghi controllati dal governo (di Assad), causando la morte di sette persone e il ferimento di altre 14. La Russia che dirige il Centro per la Pacificazione a Latakia, punta il dito invece su Al-Nusra-Front (che da poco si è dato un nuovo nome. “Fronte per la conquista della Siria”, riconducibile in fondo all’IS , in arabo, Daesch.

Intanto i combattimenti ad Aleppo non si fermano. Decisivo per il futuro della città sarà il modo in cui si svilupperà la situazione militare nel nord e nell’est della città. Là sono concentrate le più forti unità siriano-kurde, l’YPG e l’YPJ. Dopo un lungo riserbo adesso in Aleppo cooperano apertamente con le forze siriane e russe. L’Istituto Washington per la Politica del Vicino Oriente chiede per questo al governo USA di dare maggior sostegno all’opposizione “moderata, araba sunnita”, per impedire un rafforzamento dei kurdi e della loro “espansione” verso ovest. I kurdi vengono ancora compresi dagli USA fra le “Forze democratiche siriane”. A questa definizione appartengono tanto gli ex combattenti del “Esercito Siriano Libero” che altre milizie arabe quali i Peschmerga (l’esercito di Barzani) del nord-Irak: stretti alleati loro e della Turchia. Anche la Germania ha armato e addestrato militari kurdo-iracheni.

Wladimir Schapowalow della Scholochow-Università di Mosca spiega che: “… il territorio di Aleppo per le parti in guerra ha un significato geo-strategico. Per le truppe del governo e dei suoi avversari, per la Turchia e l’Arabia Saudita, ma anche per gli USA, il controllo su Aleppo è la chiave per il controllo sul territorio siriano e sui paesi confinanti.” Questo chiarisce perché là ci sono oggi 2.000 soldati della NATO, come dice nello stesso programma lo scienziato-politico russo Semjon Bagdassarow : “… una metà sono forze speciali e truppe di pionieri USA, l’altra truppe danesi, inglesi, francesi e tedesche.”

  1. Intanto il 4 agosto il tribunale di Amburgo…

la corte d’appello di Amburgo ha condannato il militante kurdo Bedrettin Kavak a 3 anni di carcere; il pm ne aveva chiesti 4. Kavak ha già passato 24 anni nelle galere della Turchia, dove è stato più di una volta pesantemente torturato. Il pm non lo accusa di nessuna colpa concreta, ma al contrario di aver organizzato, come quadro responsabile del PKK, manifestazioni e ricomposto i conflitti nella comunità kurda in Germania. Sulla base dell’art. 129b (il 270 bis al di là del Reno) il compagno è perciò responsabile dell’agire del PKK in Turchia: assunto che permette al giudice di considerar Bedrettin assassino, omicida.

Ad ognuno degli oltre 30 giorni di processo erano presenti 20-50 manifestanti. Nelle ultime udienze Kavak ha esposto in una dettagliata dichiarazione la propria formazione politica, la carcerazione e l’esperienza della tortura. “In Turchia i kurdi da decenni oppongono resistenza alla sistematica violazione dei diritti umani, ai crimini di guerra e alla repressione della popolazione (kurda). In Medio Oriente, il PKK è la forza che lotta per la pace e la democrazia, per il reciproco e pieno rispetto di tutte le etnie contro la sistematica vendetta dello stato; nessuno ha il diritto di condannare la resistenza legittima.”

I giudici nella sentenza caratterizzano quel che accade in Turchia, al più, come “fatti preoccupanti”, per concludere che, ciononostante, i kurdi non hanno il diritto di difendersi con le armi. Nelle loro conclusioni giungono a paragonare il PKK all’esercito turco…

Un esponente del Centro Sociale Democratico dei kurdi, NAV-DEM, ha criticato … “il fatto che nei processi fondati sul par. 129b, contro i kurdi non viene mai soppesato a sufficienza fino a che punto e perché la resistenza del PKK si pone contro la violazione sistematica dei diritti e contro i crimini di guerra eseguiti dallo stato, come invece è stato fatto nei confronti dall’ANC (Congresso Nazionale Africano, al tempo del razzismo…) in Sudafrica. Nel 2013 la corte di cassazione aveva sentenziato che in gioco non c’è il razzismo cioè l’apartheid come in Sudafrica e che il Kurdistan non è una colonia, ma bensì risultato dell’intesa fra le potenze vincitrici della 1° guerra mondiale.

Una simile valutazione è fuori dalla storia e manca della dinamica degli sviluppi storici.

Nel processo contro Bedrettin Kavak vengono violentati il diritto penale e i tribunali nel quadro di un diritto penale pasticciato per scopi politici. La Frazione di Sinistra di Amburgo chiede la cancellazione del par. 129b. Tutti i kurdi arrestati a causa del § 129b devono essere immediatamente liberati.”

In aula dopo la sentenza, Bedrettin ha commentato: “Resistenza significa vita”, mentre i manifestanti scandivano: “Lunga vita al PKK”.

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