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La morte di un usurpatore

Shimon Peres è morto, non è una sorpresa perché era molto anziano ed era anche malato; sicuramente tutte le redazioni dei grandi giornali internazionali e delle grandi reti televisive avevano già pronti da mesi, se non da anni, il suo profilo e le analisi sulla sua vita: lunga e vissuta da protagonista.

Commentare e ricordare la vita di un personaggio come Shimon Peres non può sfuggire ad un bilancio di ciò che quest’uomo ha realizzato. Ultimo esponente di quella generazione che ha costruito le fondamenta dello Stato di Israele e delle sue mortali contraddizioni, ora viene ricordato come il “costruttore del solo tentativo di pace con i palestinesi”; quegli accordi di Oslo siglati a New York nel 1993, che un anno dopo gli garantirono il premio Nobel per la pace insieme a Yasser Arafat e Yitzhak Rabin, che dopo pochi anni svelarono interamente l’inganno sul quale si basavano. E di quell’inganno, che di fatto ha prodotto la corsa verso l’abisso umano, politico e sociale dello Stato di Israele, Shimon Peres non si è mai pentito. Quegli accordi che non impegnavano in nessun modo Israele, mentre costringevano i palestinesi alla resa incondizionata, spianarono la strada a tutto ciò che oggi sul terreno rende irrisolvibile la “questione palestinese”: il conflitto che, fino allo scoppio delle rivolte arabe nel 2011 e il caos che ha seguito la loro sconfitta, dal 1947 era ciò che contraddistingueva il Vicino Oriente.

Shimon Peres è morto nel momento più favorevole alla sua memoria, perché la cristallizzazione e la polarizzazione dei conflitti che stanno insanguinando il Vicino Oriente, dalla Siria alla Libia – passando per lo Yemen – hanno fatto sì che diventasse abitudine molto diffusa rimpiangere il passato. Disinvoltamente molti sostengono che alla fine dei conti la responsabilità del caos sanguinoso dilagante è di quei popoli che si sono sollevati contro le dittature che li opprimevano. Paradossalmente, il conflitto israeliano-palestinese è l’unico rimasto fedele alle sue origini.

I “grandi della terra”, nessuno escluso, venerdì si recheranno alle esequie di Shimon Peres. Con faccia immobile parleranno del “suo contributo alla pace”; nessuno, o pochissimi, riterranno necessario cercare di capire se le origini dell’abisso in cui oggi il mondo è precipitato abbia qualcosa a che fare con quell’uomo che riuscì a mascherare la guerra e la spoliazione, travestendole con la “pace” che produsse il raddoppio della colonizzazione della Cisgiordania, la costruzione del Muro di separazione unilaterale costruito da Israele a partire dal 2001 e che come obiettivo aveva quello di confiscare quanta più terra palestinese, compresa Gerusalemme est.

Certamente, se fosse stato in grado, avrebbe trovato le parole adatte per giustificare anche la recente affermazione di Benjamin Netanyahu sulla “pulizia etnica voluta dai palestinesi” quando chiedono lo smantellamento delle colonie in Cisgiordania.

Shimon Peres non era un militare ed è stato esponente di primo piano del partito laburista israeliano al suo apice: l’età avanzata gli ha risparmiato il peso del declino. Ma è un errore, anche grossolano, pensare che Shimon Peres negli anni abbia mutato la sua posizione sulla politica coloniale israeliana su cui è basata la stessa esistenza dello Stato di Israele. Come ha giustamente osservato Amira Hass, in un commento scritto al momento in cui era giunta la notizia che Shimon Peres era stato colpito da un ictus:

Negli anni settanta ha sostenuto il movimento dei coloni. Negli anni novanta, come ministro degli esteri, è stato artefice degli accordi di Oslo, che hanno consolidato la realtà delle enclave palestinesi. Gli insediamenti e le enclave sono due facce della stessa medaglia, a dimostrazione di quanto sia stata coerente la sua visione delle cose. (1)

Shimon Peres è morto e lo piangeranno più in Occidente che in patria, dove nella sua lunga vita non è mai riuscito a farsi eleggere a nessuna carica che ha rivestito. Anzi, in Israele lo prendevano in giro con la battuta che sottolineava come non avesse mai vinto un’elezione, neanche quella di capoclasse alle elementari. In Occidente, si coglierà, grazie alla morte di Shimon Peres, ancora una volta l’occasione per ribadire che l’unico mondo possibile è quello costruito sulle usurpazioni spacciate per negoziati. In definitiva questa era la vera caratteristica di Shimon Peres.

 

28 settembre 2016

1. Amira Hass, “Shimon Peres non è un uomo di pace”, in Internazionale, 19 settembre 2016

 

da: http://www.rproject.it

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