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La Nakba non è mai terminata

La storia, la cultura, le radici dei palestinesi nella loro terra sono oscurate, in ogni modo. Il caso del nuovo libro di testo di educazione civica per le scuole di Israele.

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 16 maggio 2016, Nena News – Mentre Israele celebra la sua fondazione, migliaia di palestinesi vanno nei boschi alla ricerca dei resti dei loro villaggi distrutti durante e dopo il 1948. Famiglie intere pranzano accanto a ruderi spesso coperti dalla vegetazione. I più anziani narrano le vicende e le tragedie di quei luoghi, tramandando una storia orale che resta il caposaldo della memoria collettiva palestinese. Altri, nel Neghev, manifestano chiedendo rispetto per le loro radici, per le loro case che rischiano di essere spazzate via nel quadro di piani di “ricollocazione” e di sviluppo del deserto. Altri ancora, nei Territori occupati, nei campi profughi dal Libano alla Giordania, sfilano issando bandiere e scandendo slogan per la Palestina. E’ l’anniversario della Nakba, la “catastrofe” del popolo palestinese che perse tutto nel 1948 e che si ritrovò in buona parte lontano dalla sua terra, cacciato via o costretto alla fuga, mentre lo Stato di Israele viveva l’alba della sua storia.

A qualcuno queste manifestazioni, le visite ai villaggi distrutti, le narrazioni degli anziani forse appaiono ripetitive o un aggrapparsi al passato mentre bisognerebbe guardare al futuro. Non è affatto così. Questi “riti” sono essenziali per i palestinesi che in questo modo da decenni custodiscono la loro identità e la difendono dalla narrazione israeliana che, sempre più in Occidente, diventa la versione esclusiva di ciò che accadde prima, durante e dopo il 1948. Sono fondamentali per impedire che scenda l’oblio su di un popolo scomodo non più soltanto all’establishment politico di Israele ma anche a tanti europei e americani stanchi di «questi palestinesi» che insistono a reclamare i loro diritti, ad invocare la libertà. Ed è ora un’aggravante la fede islamica della maggioranza dei palestinesi. Un punto sul quale batte il premier israeliano Netanyahu che ha più volte messo sullo stesso piano l’Intifada agli attentati dell’Isis in Europa raccogliendo non pochi consensi nel Vecchio Continente.

In questo clima non è destinata a generare alcun interesse a casa nostra una notizia che ben rappresenta la Nakba 68 anni dopo: l’annullamento dei palestinesi e della loro storia nella terra alla quale appartengono. Il ministero dell’istruzione israeliano ha diffuso lunedì scorso il nuovo libro di testo di educazione civica per le scuole del Paese che contiene poche righe sull’esistenza dei palestinesi in Israele e sull’occupazione militare di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. Il libro – un prodotto del nuovo corso nazionalista religioso nell’istruzione avviato dal ministro Naftali Bennett – in verità ha scontentato molti, dagli ebrei sefarditi agli attivisti dei diritti di gay e lesbiche.

Sono però i palestinesi i più ignorati, i più depredati della loro identità nonostante rappresentino in Israele più del 20% della popolazione. Inoltre recupera rappresentazioni dei cittadini arabi tipiche degli anni ’60 come i «drusi sionisti», i «cristiani aramei», i «beduini», i «circassi», i «musulmani». I palestinesi in Israele e nei Territori occupati sembrano non avere alcun legame storico e culturale con luoghi in cui vivono: solo lì per caso. Il libro sottolinea che «la versione palestinese (del 1948) sostiene che la maggior parte dei rifugiati sono stati espulsi con la forza ma in Israele è ormai comunemente accettato che la maggior parte dei profughi sono fuggiti» e fornisce numeri sui rifugiati molto diversi da quelli ufficiali delle Nazioni Unite. Gli autori non mettono in alcuna relazione gli arabo israeliani (i palestinesi in Israele) e i palestinesi in Cisgiordania, quasi tacciono sull’occupazione che dura da 49 anni e non fanno alcun riferimento alle colonie ebraiche costruite nei Territori occupati in violazione delle leggi internazionali. E infatti nel libro è scritto che c’è una «disputa»: i territori che Israele catturò nel 1967 sono «occupati» o «liberati»?

Israele si lamenta dei libri di testo palestinesi che non lo riconoscono, in particolare a Gaza dove governa Hamas. Ma Israele, che si proclama una democrazia, «l’unica democrazia del Medio oriente», fa lo stesso nelle sue scuole. Lo studente ebreo non apprende nulla dei palestinesi, è portato a credere che gli «arabi» siano un mosaico di minoranze che non hanno radici nel Paese, più o meno degli immigrati. Lo spiega bene la docente universitaria Nurit Peled Elhanann nel suo libro “La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione”. Gli arabi, scrive, sono rappresentati come profughi in strade e luoghi senza nome. «Nessuno dei libri (di testo)», aggiunge Peled Elhanann, «contiene fotografie di esseri umani palestinesi e tutti li rappresentano in icone razziste o immagini classificatorie avvilenti come terroristi, rifugiati o contadini primitivi». La Nakba è anche questa, i palestinesi lo sanno bene.

da: nena-news.it

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