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La rivoluzione nel Sud è anticorruzione o non è

Un ottimo contributo di Bruno Cava Rodrigues al dibattito “Welcome Back Mr Socialism?” ospitato sulle pagine di Commonware. Dove si tratta di non restare impigliati nelle letture auto-assolutorie della sinistra (” è solo un golpe”), né nelle interessate semplificazioni della destra (“tutta colpa del PT”) ma cogliere il rapporto tra fallimento del modello lullista, crisi dei governi progressisti latino-americani (modello estrattivista), ruolo della Cina, crisi globale e la corruzione come elemento regolativo strutturale delle relazioni di classe del gigante sudamericano.

 

Parlare della situazione brasiliana in questo momento è veramente un compito difficile, quasi inglorioso. Ci sono tante mistificazioni con il coltello in mano, tante posizioni superficiali, e poi campagne internazionali pro o contro l’impeachment (o “colpo parlamentare”) di Dilma, entrambe ufficialisti, ma anche con un certo godimento nell’uniformità, nell’appiattimento dell’analisi su uno spirito gregario e difensivo. Insomma, siamo di fronte a un ambiente di sensazione morale che paradossalmente rimprovera il pensiero nell’esatto momento in cui più abbiamo bisogno di pensare.

Da una parte, c’è un tentativo di imputare tutte le colpe della crisi economica, politica e socio-ambientale al governo del PT o al partito stesso, che è alla guida del potere federale dal 2003. Questo è il discorso dell’attuale governo ad interim del PMDB dopo la sospensione di Dilma, cioè il discorso dell’altro grande partito della coalizione lulista, che ha governato il Brasile negli ultimi dieci anni. Nello scorso marzo, i capi del PMDB (Temer, Cunha, Renan, Sarney e altri) hanno fatto una “uscita per dentro” quando abbandonarono la vecchia alleanza con il PT per fornire ai milioni di “indignados” la testa del presidente su un vassoio. Dall’altra, c’è un discorso assolutorio, in toni cinicamente eroici, che traduce il flusso di fatti e i concatenamenti vertiginosi della congiuntura in un’enunciazione diritta e semplice: questo è un coup d’etat. Questa narrazione, per coloro che la comprano, ha il vantaggio di essere inquadrata in un postulato Zeitgeist continentale, che sarebbe caratterizzato da una sequenza di “colpi lievi” al servizio della restaurazione neoliberista. Sarebbe un colpo soave, parlamentare o post-moderno, non importa. L’importante per loro, come ha scritto Luiz Eduardo Soares[1], è “definire Dilma come vittima” o “rimettere messaggi facilmente decodificabili al pubblico straniero, costringendo gli operatori interni del processo”.

Entrambe le campagne sono enormi mistificazioni. Tutto il sistema politico è sotto minaccia di morte. 
Sia i capi del PMDB sia quelli del PT, proprio come il leader dell’opposizione Aecio (PSDB), vedono i loro schemi di finanziamento elettorale e partnership con imprenditori e banchieri denunciati in successivi leaks dell’operazione Lava Jato (“Car Wash”). Essa non è un’invenzione dei grandi media conservatori, ma l’esplosione di un megaschema di corruzione nel cuore della politica brasiliana. Non si salva Lula, coinvolto in affari con i grandi baroni della costruzione, e cade a pezzi il mito della “Santa Dilma”, che è stata implicata direttamente nello scandalo dall’ex-leader del suo governo al Senato, Delcídio do Amaral, e dallo zar dello sviluppismo, Marcelo Odebrecht.

Tutte le analisi riduzionistiche, come quella della svolta neoliberista, perdono di vista la dimensione centrale della corruzione nella crisi. Non basta ricordare, ritualmente, come la corruzione sia sistemica o strutturale nel capital-parlamentarismo. Certo che sì, il capitalismo è la corruzione sistematizzata, però senza spiegare come la corruzione funziona quell’affermazione non significa niente o, peggio, sbiadisce la sua materialità. La corruzione non è una invariante storica, si trasforma con il cambiamento del sistema di produzione, come un ingranaggio dello sfruttamento. Nel caso del Brasile di Lula e di Temer, il funzionamento economico-politico della corruzione nel ciclo del PT (2003-2016) è inspiegabile senza tener conto della svolta neosviluppista (“neodesarrollista”) brasiliana, dalle fine dell’ultimo decennio[2].

Questa svolta è stata il risultato dell’assimilazione della crisi globale del 2008-09. Nel Sud, i governi progressisti hanno letto quella congiuntura come opportunità per iscriversi nei flussi della globalizzazione e poi, in una seconda fase, fare una politica industriale strategica. Ciò corrisponde, nel big picture, all’ingresso travolgente della Cina nel processo. Da una parte, per mezzo dell’accumulazione di capitale risultante dell’esportazioni delle commodities, che all’epoca avevano un prezzo relativamente alto nel mercato globale; dall’altra, per mezzo delle importazioni massicce di beni di consumo a basso costo. Questa equazione di successo ha avuto come risultato la formazione di un “nuovo ceto medio”, che è diventato la base sociale del lulismo.

L’ingresso della Cina non è soltanto un problema a causa dell’estrattivismo e della sua altra faccia, il consumo di massa, ma perché è diventata una matrice dei governi progressisti[3]. La via cinese dello sviluppo è diventata una sorta di nord ufficiale del Sud. Questo si manifesta in vari modi, con l’idea sposata dal ministro dell’economia del PT di una Nuova Matrice Economica (NME), con la lettura anti-imperialista in termini di “nuova guerra fredda” intorno ai BRICS, con il Programma dell’Accelerazione della Crescita (PAC), lanciato nel 2010 e di cui Dilma è stata la “madre”, o con il progetto battezzato “Brasile Maggiore”, nella linea nazionalistica di un Brasile potenza del futuro, tono rinforzato nell’ambito dell’organizzazione dei megaeventi: il Mondiale di calcio, la Giornata della Gioventù con la presenza del Papa, o le prossimi Olimpiadi. Tutto ciò culmina con il Piano Dilma del 2012, che coinvolge un pacchetto di 250 miliardi di dollari in finanziamento pubblico a imprenditori privati scelti dal governo come partner che dovrebbero realizzare lo sviluppo. Sono i cosiddetti “campioni nazionali” (in quanto conglomerati imprenditoriali-finanziari pienamente globalizzati) dell’agribusiness, dell’industria automobilistica, delle grandi opere, dei minerali, del petrolio ecc.

È senza dubbio vero che la corruzione in Brasile e in America Latina ha una lunga genealogia che potremmo tracciare dalla colonizzazione, attraverso la schiavitù o le varie dittature. Lo sfruttamento violento nel Sud è modulato dal razzismo e opera attraverso una continua pacificazione dei poveri[4]. In questo contesto segnato da diversi meccanismi di violenza orizzontale e verticale, la corruzione funziona all’interno di tutto il tessuto sociale. Da qui il frequente argomento usato a sinistra secondo cui, per contrastare il potere, bisogna senza purismi lavorare nel tessuto stesso dove la corruzione è strutturale, con l’obiettivo di – per così dire – corrompere la corruzione.

Il problema è che, nella matrice neosviluppista adottata dai governi progressisti, tutto questo funziona al contrario. Gli strumenti di governo sono stati utilizzati per saccheggiare la ricchezza comune, in nome di un progetto. Non solo con i “campioni nazionali” si intensificano i meccanismi di sfruttamento, ma la corruzione si espande allo stesso ritmo della crescita economica, diventando una componente fondamentale dell’accumulazione capitalistica. Essa converte sistematicamente i fondi sociali del lavoro in sussidi per il profitto. Possiamo fornire due esempi per ogni caso: da una parte, il progetto di pacificazione militare e gentrification nelle metropoli dei megaeventi, o il progresso omnidirezionale dell’agrobusiness nel campo in generale e in Amazzonia; dall’altra, il milionario finanziamento elettorale con fondi deviati dei lavori della diga di Belo Monte, o la creazione di una “banca della corruzione”, che riciclava denaro deviato nel sistema finanziario internazionale. La corruzione è anche il patto di autoimmunizzazione che i partiti mantegono sotto i panni delle loro bandiere e dei loro falsi antagonismi. Non dovremmo accettare né la versione di destra per cui la colpa è sempre del PT, né quella che crea narrative epiche di colpi ed eroi[5].

La svolta cinese nel Sud, dunque, ha aumentato il tasso di sfruttamento – nella logica del plusvalore assoluto e relativo – secondo la configurazione neosviluppista del capitalismo. Il cortocircuito è che, leggendo questa svolta in termini geopolitici, la sinistra vicina al governo sopravvaluta la dimensione anti-imperialista e anti-neoliberista. E allo stesso tempo non parla di sfruttamento, cioè del rapporto sociale di capitale, ma soltanto di disuguaglianza, come problema di miglioramento quantitativo dei poveri. Questo è ancora un duplice errore, poiché la globalizzazione non è la stessa degli anni ’90. L’effetto Cina – il mondo “made in Cina” e la “Cina made in mondo”[6] – già funziona completamente all’interno del capitalismo globale, come un suo metabolismo. Senza la Cina oggi non è più possibile nemmeno un neoliberismo all’americana. E così non vi è nessuna “nuova guerra fredda”, che non sia nostalgia nella testa di vetero-marxisti. Bisogna mettere i piedi per terra contro queste astuzie hegeliane.

La governance della globalizzazione, tuttavia, non è banale come la sinistra. I processi finanziari reagiscono alla corruzione del neosviluppismo, per mezzo di requisiti come alti tassi di interesse, svalutazione della moneta, o semplicemente inflazione. Nel 2012 Dilma ha cercato di abbassare l’interesse per forza, iniziativa letta dalla sinistra in termini di coraggio[7]. Il suo fallimento politico-economico, come quello del Piano Dilma nel suo complesso, ricorda l’avvertenza data da Foucault nel suo corso del 1978-79, secondo cui il neoliberismo batte il socialismo non perché ha un’egemonia ideologica, ma perché la sinistra socialista non è in grado di produrre una governamentalità all’altezza delle mutazioni della soggettività. Di conseguenza, più materialista della sinistra, il neoliberismo si impone. Lo stesso vale per il governo del PT: senza mobilitazione della soggettività per costruire nuove istituzioni, c’è solo un volontarismo tanto “coraggioso” quanto impotente.

L’esaurimento del governo del PT e del ciclo progressista non è motivo di celebrazione. Non stiamo seduti sui margini del fiume mentre i cadaveri dei nostri nemici passano, come nel proverbio cinese. Inoltre, non è il caso di immergersi nel pensiero della sconfitta. Bisogna invece “sconfiggere il pensiero della sconfitta”[8]. Ciò per noi significa rifiutare la dicotomia infernale tra neoliberismo e neosviluppismo, due modi tra loro articolati della stessa corruzione della ricchezza comune per mezzo dell’estrazione. Tale dicotomia corrisponde anche alla lettura dei dilemmi e delle sfide in maniera ideologica, come una falsa “guerra fredda” per le coscienze tra neoliberismo e progressismo; e non dunque in termini di soggettività, dove oltre alla categoria di “nuovo ceto medio” ci sono in realtà nuovi antagonismi ed espressioni di rifiuto e reinvenzione, come è accaduto ad esempio nelle rivolte del maledetto giugno del 2013[9]. Questa probabilmente era l’unica via reale per costruire un’altra governamentalità, cioè dall’interno della composizione di classe, delle sue manifestazioni ambigue e potenti. Ci sono dentro gli indignados tendenze che vogliono migliori servizi della sanità, dell’educazione o del trasporto pubblico, per cui la corruzione è esattamente l’appropriazione – a destra o a sinistra – delle possibilità di democratizzare le istituzioni. Al contrario, senza una nuova composizione di lotte e creatività, il neoliberismo sarà sempre molto più intelligente delle scorciatoie volontaristiche.

In Brasil made in Cina, Camila Moreno esprime un fascino marxiano per la trasmutazione della materia nei flussi globali indotti dell’effetto Cina. Tutta la Tavola Periodica degli Elementi sembra girare intorno all’urbanizzazione e industrializzazione cinese. È una buona analisi, al di là del vecchio quadro degli anni ’90. Forse, come diceva G. Bruno (o Deleuze), questa materia vivente di cui parla Camila è popolata da una miriade di anime, come un general intellect, un ilozoismo di massa. Pertanto, oltre le categorie di oggettivazione e mistificazione, bisogna entrare nella camera oscura del “nuovo ceto medio”, nelle mutazioni, nei nodi politici delle lotte sociali, compreso quello – o sopratutto quello – dell’anticorruzione. E poi stare insieme a questo straordinario movimento di rifiuto – nelle sue tendenze di radicalizzazione democratica – nelle occupazioni, nelle strade, nelle reti.



[1] Luiz Eduardo Soares, “Respiração artificial”.

[3] Questo è l’argomento del work in progress di Giuseppe Cocco e mio, che indirizza l’albero Sud-Sud della crisi globale del capitalismo tra Cina e America Latina. Per alcune anticipazioni si veda l’intervista a Giuseppe Cocco della Rivista Vacarme.

[4] Toni Negri e Giuseppe Cocco, GlobAL. Biopotere e lotte in America Latina, trad. it. Manifestolibri, 2006.

[5] Bruno Cava, “On coups and heroes”.

[6] Camila Moreno, Brasil made in China, Rosalux, 2015.

[9] Alexandre Mendes e Clarissa Naback, “Vertigini di giugno”.

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