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Le comuni agricole in Rojava. Viaggio in una cooperativa a Serekaniye

Lungo le strade di Serekaniye i bambini corrono lungo l’asfalto, le signore vestite di nero in marcia verso i negozi. Ancora oggi le Ypg mantengono qui una costante ma discreta presenza, perché il conflitto del 2012 non aveva visto la vittoria delle forze rivoluzionarie con il consenso unanime della popolazione; la convivenza tra arabi e curdi non è sempre stata semplice, e tra la gente si annidano sacche sociali oscurantiste e reazionarie. Lungo una deviazione che conduce alla campagna circostante, sulla strada sterrata circondata da radi filari alberati, un gruppetto di bimbi di ritorno da scuola chiede di salire sul pick-up per non fare tutta la strada a piedi. Non comprendono le domande in curdo: questa zona di campagna (Azaziye) è completamente araba; ed è qui che il Kongrea Star, il movimento interamente femminile che affianca il Tev Dem (movimento per la società democratica) nella trasformazione del Rojava, ha creato uno dei progetti agricoli qualitativamente più importanti per la trasformazione in atto.

“Il regime aveva imposto al Rojava la monocoltura del frumento, e per questo aveva bandito la semina di alberi da fusto e la costruzione di serre; ma nell’economia che stiamo sviluppando, la logica cambierà completamente” spiega Ana, vent’anni appena compiuti, incaricata di spiegarci il progetto. Gli svariati ettari di terreno agricolo, su cui sono state impiantate quattro grandi serre, dovranno rappresentare un prototipo per progetti analoghi che verranno sviluppati a Kobane, a Derik, a Derbesiye. “Si tratterà di progetti tra loro connessi, ma al tempo stesso indipendenti e coordinati da organi autonomi in ciascun caso”. Il valore di questo esperimento è misurato anzitutto sul suo significato tecnico e ingegneristico, in particolare con riguardo alle serre: “L’idea è di organizzare una piccola accademia su questi terreni, per diffondere le competenze che accumuliamo”. Nella cooperativa, il cui nome è Bistane Rojava, si coltivano quattro appezzamenti da 5 Dunam l’uno a pomodori, zucchine, melanzane, peperoncino, patate e cipolle. Le comuni femminili del Kongrea Star hanno avviato il progetto e ne sono responsabili, e ciascuno dei quattro appezzamenti è lavorato da 5-10 persone che costituiscono una comune agricola.

Le comuni del Rojava, infatti, non costituiscono soltanto un sistema territoriale, attraverso le migliaia di comuni di villaggio o di quartiere che si riuniscono in ciascun cantone, bensì un sistema di entità incrociate e sovrapposte, dove la stessa persona è parte della sua comune di zona, della sua comune economica (ad es. agricola), della sua comune di donne, di studenti, ecc. Più che immaginare il sistema esclusivamente come una piramide capovolta (il ruolo delle istituzioni cantonali è considerato la base, mentre le comuni sarebbero il vertice), si tratta di pensare un reticolato di plurima partecipazione ed esercizio di un potere popolare di fatto, dove l’individuo può conquistare una varietà di strade per accrescere la sua partecipazione alla vita associata. Il sistema delle cooperative vuole sviluppare l’economia, ma farlo in modo nuovo tanto sotto il profilo dei rapporti sociali, quanto sotto quello del rapporto con la natura, sebbene la creazione di queste relazioni maturi in un mondo dove rapporti (capitalistici) esistono già. Le cooperative, allo stato attuale, non aboliscono il capitale né il suo ciclo, o il denaro e i rapporti mercantili, ma si sforzano di attutirne il più possibile l’impatto sociale, cercando al contempo di creare una diffusione social del potere che possa permettere ulteriori risultati.

Tre persone per ogni comune della Bistane Rojava di recano al bazar di Serekaniye per vendere i prodotti della cooperativa, tenendo i prezzi il più bassi possibile: “Se il prezzo corrente è 50, noi vendiamo a 40. L’idea è cercare di evitare problemi di sostentamento tanto alla popolazione quanto a noi stessi” dice Ana. Il 30% del profitto resta alla cooperativa per nuovi investimenti (macchinari, materiale, sementi, ecc.) mentre il 70% va alle quattro comuni che la costituiscono. Questo denaro viene suddiviso in parti uguali, ma per un numero uguale ai membri della comune, più uno: questo “uno” è la quota che ciascuna comune devolve a Kongrea Star (che ha fornito anche il capitale iniziale) per ulteriori iniziative. Ci sono anche dodici lavoratori a parte, che non fanno parte delle quattro comuni (ma sono parte della cooperativa), che anziché coltivare la terra di occupano di piantare alberi e costruire materialmente le serre, operando su tutto il terreno. Gli alberi piantati, visibili su un lungo filare, alti pochi centimetri, sono tutti da frutta: “Per ogni genere di arboricoltura sarà fondata una nuova comune” dice Ana.

Mentre camminiamo in mezzo ai campi, gruppi di contadini curdi e arabi pranzano riparandosi dal sole sotto le fronde degli alberi. “La nostra filosofia agricola consiste nel coltivare prodotti che crescono naturalmente su queste terre, in modo da evitare l’uso di fertilizzanti chimici”. Come potete difendere gli ortaggi, allora, dall’attacco dei parassiti o dall’azione degli insetti, chiede un compagno? È necessario un surplus di lavoro fisico? “Se strettamente necessario, riduciamo l’uso di fertilizzanti chimici al minimo, ad esempio, nel caso di parassiti, cerchiamo di intervenire subito e nel punto giusto, in modo da non lasciar propagare il problema”. Ana è ingenere agricolo, e spiega che il metodo prescelto è qui integrare le nozioni scientifiche o la ricerca ingengneristica che si impara nelle università o su internet con le conoscenze locali: “Se qualche persona del luogo ci fa osservare che la sua esperienza gli ha insegnato delle cose e ha prodotto dei risultati, seguiamo la sua strada senza necessariamente sacrificarla alle ricerche ufficiali sull’argomento”. Esiste un interesse alla tutela della biodoversità, inoltre, perché le cooperative del movimento “vogliono rompere con la cultura monocolturale del regime, che sfruttava sempre le stesse risorse presenti nel suolo, uccidendolo. Noi facciamo le rotazioni e pratichiamo l’alternanza delle coltivazioni”.

Osservare questo appezzamento, molto vasto ma non immenso, e le sue serre, e pensare che si tratta di un progetto pilota, fa comprendere quanto le politiche coloniali dello stato siriano in Kurdistan e la guerra civile abbiano danneggiato la potenziale qualità di vita di questa popolazione, della cui povertà una città come Serekaniye offre uno squarcio impressionante. A rammentare come si è superato quello stato di cose, uomini armati sorvegliano l’ingresso della cooperativa da una torretta, accanto alla quale sono disposte pile di sacchi di sabbia, e si riparano dal sole con grosse kefiah avvolte sulla testa, come ai confini di una tenuta da film western, ma ritratta in un inaudito film comunista-mediorientale. Chissà se i primi cento compagni accorsi a Serekaniye per affrontare Al-Qaeda avevano immaginato che la loro scommessa sarebbe stata un giorno ripagata da questi risultati; uno dei veterani di quella battaglia, tra i pochi sopravvissuti ai successivi quattro anni di guerra, lo incrociamo all’ospedale di Serekaniye, dopo averlo visto a Shaddadi: è Brusk, che saluta sorridendo e racconta alle Ypg con cui sta per partire come è finito nel nostro reportage. Per una gradevole circostanza, il coraggio suo e dei suoi compagni sembra rispecchiarsi nella metonimia involontaria creata da Ana, quando le chiediamo del metodo di Bistane Rojava per ciò che riguarda le sementi: “Generalmente arrivano dalla Siria, ma in alcuni casi dal Bakur. Ne seminiamo diversi tipi e vediamo qual è il migliore, poi lo diffondiamo”.

Dall’inviato di Radio Onda d’Urto e Infoaut a Serekaniye, Rojava

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