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L’Egitto diviso per il Ramadan

I Fratelli Musulmani, movimento islamico che grida al ”golpe militare” contro il deposto presidente Morsi, ha organizzato un sit-in di protesta di fronte alla Moschea di Rabaa Al-Adawiya (dove da circa 2 settimane si ritrovano i sostenitori di Morsi) e a Giza, nelle vicinanze delle piramidi.

Dall’altra parte, gli attivisti di Tamarrod, la campagna popolare che (seppur non integralmente) sostiene il neo primo ministro egiziano Hazem Beblawi, hanno invece deciso di ritrovarsi in piazza Tahrir e di fronte al palazzo presidenziale di Ittihadiya, i due luoghi simbolo dell’opposizione al vecchio governo islamista.

L’Iftar, il pasto serale consumato durante il Ramadan, è stato occasione per creare sit-in e diverse manifestazioni pacifiche che rappresentano però un’eccezione allo stato delle cose in Egitto, inserendosi in giorni di stravolgimenti, scontri e violenze che nelle ultime 2 settimane hanno provocato oltre 100 morti.

Molte le contraddizioni interne alle due piazze. Se affiorano in queste ore accuse ai Fratelli Musulmani di aver “arruolato” e di aver pagato profughi siriani e disperati per scendere in piazza, altrettanti sono però i punti di debolezza della piazza “ribelle”, dove a convivere con i tantissimi sostenitori della presa del potere militare vi sono coloro che, con le stesse parole d’ordine, da oltre 2 anni di battono per la sempre più lontana caduta del regime.

Ma le contraddizioni delle piazze si specchiano anche nei numerosi interrogativi aperti sul fronte istituzionale, dove Hazem Beblawi, primo ministro incaricato dal presidente ad interim Adly Mansour, sta provando faticosamente a formare un nuovo governo attraverso una poco probabile “riconciliazione nazionale”. Tentativi di pacificazione che trovano il rifiuto dei Fratelli Musulmani che ancora gridano al “golpe”, ma anche dei tanti che non si scordano delle nefandezze dello stato militare egiziano.

Dinamiche regionali e internazionali vanno poi a complicare il quadro: nuovi disordini e attacchi alle postazioni militari nel deserto del Sinai – penisola di confine tanto importante alla stabilità e alla “sicurezza di Israele” – sconfinamenti israeliani, chiusura del valico di Rafah, (teoricamente) l’unico ancora aperto di Gaza.

Le minacce statunitensi di ritirare i cospicui finanziamenti all’Egitto seguono poi il tradizionale canovaccio neo-coloniale: il “dono” USA di premio per la stabilità della regione è un ulteriore strumento di pressione politica a disposizione della diplomazia yankee, che prima sembrava dare un silenzioso supporto alla presa di potere dei militari e che adesso chiede a gran voce la liberazione del deposto Morsi, ma che di fatto tiene in pugno l’economia nazionale egiziana.

Nuovi interrogativi, nuove incertezze per un paese che, sempre più diviso e sull’orlo del precipizio economico, riserva sempre nuovi colpi di scena.

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