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“L’Isis, i curdi, i Foreign Fighters”: Intervista a un combattente europeo in Rojava

Molto meno si è parlato, tuttavia, delle tante persone (il numero esatto non è diffuso dalle Ypg per ragioni militari) che ha raggiunto la Siria per combattere Daesh. Non soltanto il loro profilo sociale e politico è ad ora praticamente sconosciuto, ma manca un canale attraverso cui tante persone che hanno deciso di lasciare la propria tranquillità e rischiare la vita per difendere il Rojava e combattere l’Is possano esprimere sé stesse, le proprie idee, le proprie esperienze e i propri auspici.

Questa intervista è un piccolo (primo) contributo per rimediare, sia pure molto parzialmente, a questa mancanza d’informazione. L’intervista che segue è rivolta a un ragazzo europeo che ha deciso di unirsi alle Ypg ormai un anno fa. Infoaut e Radio Onda d’Urto lo hanno incontrato in una località del Rojava e gli hanno posto alcune domande sulla sua scelta, sull’esperienza che ha affrontato, sulle caratteristiche socio-culturali dei foreign fighters delle Ypg e su quelle dei miliziani dello stato islamico.

Perchè hai deciso di venire a combattere in Siria?

Ho visto quel che stava succedendo in televisione e, impressionato da ciò che vedevo, ho cominciato ad andare a cercare maggiori informazioni su Internet. Sono rimasto scioccato da quello che ho trovato.

Che cosa esattamente ti ha colpito?

Le immagini del massacro di Camp Speicher, in primo luogo. [Ndr: Episodio avvenuto nella provincia di Al-Anbar, in Iraq, nel giugno 2014, quando alcuni contingenti di soldati iracheni sono stati consegnati dai propri superiori all’allora “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, che li ha fatti coricare a terra e ne ha trucidati 1.400 perché sciiti, poi seppelliti in fosse comuni.] Ho visto gente bruciata viva, giornalisti americani che salutavano per l’ultima volta le proprie famiglie per essere decapitati, donne lapidate dai propri padri. Ho pensato che la cosa migliore fosse venire a combattere sul campo. Ho visto che i curdi erano quelli che stavano combattendo con maggiore tenacia l’Isis nell’area. Sapevo non sarebbe stato difficile raggiungerli, così sono partito per unirmi a loro.

Qual è stata la prima impressione quando sei arrivato qui?

Shock culturale.

In che senso?

Tutto è diverso. Era la prima volta che vedevo un luogo dove tutto è così lento, tutto succede sempre “domani”, nessuno ti spiega niente o, peggio, ti raccontano palle, non rispondono a quello che gli chiedi, non ti danno informazioni, non c’è mai fiducia in nessuno. Il cibo era diverso, i servizi igienici erano diversi, tutto era diverso. Sono dapprima arrivato in Iraq e sono stato condotto in un luogo dove ho incontrato tantissime persone come me, che venivano da paesi occidentali e avevano fatto la stessa mia scelta. Abbiamo subito cominciato a ridere e scherzare ed è andata meglio. Era gente molto diversa dal punto di vista politico o di estrazione sociale, ognuno aveva una storia a sé.

Hai ricevuto un addestramento?

Ero stato alcuni anni nell’esercito del mio paese, quindi è stato un addestramento molto semplice, di una settimana, su come usare le armi. Era la prima volta che andavo a combattere, con il mio esercito non era mai successo.

Quale è stata la tua prima impressione sulle Ypg?

All’inizio devo ammettere che ero un po’ preoccupato. Vedevo molti errori, gente che si ferisce o ferisce il vicino con la propria arma per sbaglio. Talvolta questo esercito mi sembrava caotico, o almeno lo era per i miei standard, e questa impressione non mi ha abbandonato neanche in momenti in cui ci trovavamo il nemico a duecento metri. Mi riferisco in particolare ai curdi, e soprattutto ai giovani. Gli adulti naturalmente erano più disciplinati, ma i giovani non sempre. Chi invece è completamente diverso da questo punto di vista, e possiede disciplina e precisione maggiori, sono le combattenti donne.

A quali operazioni hai preso parte?

La prima è stata quella di Tel Tamer, poi Abdul Aziz [provincia di Hasaka, Ndr].

È stata difficile?

All’inizio sì, prima che rompessimo il fronte avversario è stata dura, ma quando abbiamo iniziato ad avanzare e avere ragione della loro resistenza hanno cominciato a scappare e abbiamo loro sottratto un pezzo importante di territorio. Era maggio, faceva incredibilmente caldo.

Come hai proseguito?

Sono stato a Serekaniye e sulla strada per Tel Abyar. Poi sono stato mandato al fronte di Jarablus e alla diga di Tishrin.

Che tipo di combattimento è stato?

Un combattimento principalmente a distanza, con l’uso di razzi e mortai; poi c’è stato l’intervento degli aerei statunitensi e siamo avanzati.

Gli aerei erano sempre statunitensi?

Credo di sì, ma forse qualcuno poteva essere francese; non posso esserne certo, perché in alcuni casi non riconoscevo l’identità degli aerei, non riuscivo a vederli bene.

Qual è la causa più frequente di morte al fronte?

La maggior parte dei nostri morti sono causati da armi leggere, in particolare dal fuoco dei cecchini, o da autobombe e attacchi suicidi. Entrambi questi fenomeni sono difficili da controllare, specialmente appena entrati in un villaggio: è difficile identificare l’origine di uno di questi pericoli. Io sono stato vicino alla morte due volte, finora, quando dei proiettili mi hanno sfiorato la testa. Ciononostante bisogna ricordare che l’immagine diffusa della guerra è quella della televisione, ed è puro show: io stesso ho visto cameramen arrivare e chiedere alla gente di sparare qualche colpo oltre alla trincea per le riprese, poi andarsene ringraziando per il favore. La guerra reale è diversa, e parte del tempo durante una guerra è statico, il tempo non è sempre occupato da adrenalina e combattimenti.

Qual è stato l’atteggiamento della popolazione locale nei vostri confronti, dopo queste operazioni?

Nel caso di Tishrin gli abitanti sono tutti andati via, perché si trattava di supporter di Daesh; o meglio, erano coloni di Daesh, perchè si trattava di famiglie cecene o comunque provenienti dalla Russia, che avevano occupato le abitazioni. Gente del luogo non ce n’era più, se non qualche negoziante, che però è scappato a sua volta. Poi sono stato a Shaddadi, che è stata un’operazione stressante perché ci sono stati almeno sei camion bomba (questo almeno è il numero di quelli esplosi quando c’ero io) che hanno ucciso diverse famiglie civili.

A Shaddadi, quando siamo entrati, molti miliziani di Daesh si radevano la barba, trovavamo ancora il rasoio, la schiuma e la barba sul lavandino quando entravamo in casa. Difficile stabilire cosa fare. Trovavamo armi ovunque, kalashnikov ma anche razzi e munizioni, e una parte della popolazione a sua volta fuggiva. È una strana situazione in cui trovarsi. Abbiamo fatto anche altri arresti di sospetti miliziani, c’era chi tra la popolazione ci portava alle loro case e ci diceva: “Daesh”. In queste case poi trovavamo bandiere dell’Isis, materiale di propaganda, roba così.

Abbiamo anche arrestato un tizio che girava in bicicletta e ci guardava, e quando l’abbiamo perquisito gli abbiamo trovato nel portafoglio una carta d’identità di Daesh. Poi però, nel terzo o quarto giorno dell’operazione, una parte della popolazione evacuata per ragioni di sicurezza ha cominciato a tornare e nella città ed è scoppiato il caos, sono iniziati i saccheggi, una situazione difficile da controllare. Rubavano letti, frigoriferi, materassi dalle case di quelli che se ne erano andati.

Qual è stata l’impressione che hai ricevuto dai miliziani dell’Is?

Dei folli. Semplicemente. Li ho visti combattere a cinquanta metri e urlavano “Allah Akhbar!”, percepivo che credevano davvero che Dio fosse lì a proteggerli. È una situazione assolutamente strana, in cui uno non aspetta di trovarsi, ma quando ho sentito per la prima volta quel grido mi si è come fermato il cuore per un secondo, è stato emozionante. Ci sono diverse interpretazioni circa quella frase, per quel che ne so non significa “Dio è grande”, ma “Dio è più grande”; è un modo per farsi forza quando si ha paura, tenere ferma la convinzione che Dio ti aiuterà perché è più grande dei proiettili, più grande della città in cui eravamo, più grande del mondo e dell’universo…

Un’altra impressione che ho avuto è che in realtà questi combattenti non vogliano morire: avevano sempre con sé equipaggiamento medico, scappavano quando erano in difficoltà. Non credo siano tutti così “radicali”, abbiamo trovato profilattici e un sacco di pacchetti di sigarette finiti nelle loro case. D’altra parte un mito che vorrei sfatare è che usino droghe, io non ne ho mai trovato i segni né addosso a cadaveri e prigionieri, né nelle loro abitazioni. Avevano farmaci, antidolorifici, le cose normali in dotazione a un soldato.

Entrare nelle loro case dopo aver liberato un villaggio è stata talvolta un’esperienza intensa, perché era come entrare all’improvviso nella loro vita, nella loro intimità: c’erano i graffiti sui muri con le scritte del Corano, ma anche giochi per bambini, cibo, tutte le cose che avrebbe nella propria casa la gente normale. L’idea che mi sono fatto è che quella dell’Is non è un’ideologia, è uno stato. Non è che si tratti di un Islam diverso dagli altri o particolarmente radicale, semplicemente hanno trasformato il loro gruppo in uno stato. I gruppi armati islamisti non mancano in Siria, ma soltanto Daesh ha costruito delle istituzioni, per questo si è diffuso così velocemente.

Cosa pensi delle teorie secondo cui l’Is sarebbe una creazione degli Usa?

Non credo che le cose stiano così. Forse hanno ricevuto supporto indiretto, o gli Stati Uniti hanno seguito politiche sbagliate, creando un vuoto che Daesh ha riempito. Sono molti i fattori implicati, ed è anche un fenomeno nuovo. Senz’altro hanno avuto supporto dall’Arabia Saudita e dal Qatar, ma questa non è l’unica ragione del loro sviluppo.

Hai delle idee politiche?

Non sono un attivista e non ho idee politiche, tutto quel che volevo era contribuire a fermare Daesh. Naturalmente supporto le Ypg, l’uguaglianza delle donne, la secolarizzazione, è una forza abbastanza avanzata, soprattutto per il medioriente. Sono semplicemente stato ispirato dalla resistenza di Kobane e dalla lotta curda contro Daesh, e quando sono partito i curdi stavano perdendo, erano assediati. Molti dei foreign fighters vengono per questo, per combattere la barbarie. La maggioranza viene qui per opporsi alla distruzione dei siti archeologici, ai massacri e a tutte le stronzate di Daesh. Devo dire però che è interessante anche conoscere punti di vista diversi e mettersi a confronto con una diversa prospettiva sul mondo.

Sei credente?

No, sono ateo.

Sei contento di questa esperienza?

È una grande esperienza. Sono cosciente che non potrò mai più, dopo questa, averne un’altra agli stessi livelli: credo sia il top che posso raggiungere nella mia vita. Ci sono persone di tutti i tipi tra i foreign fighters, non ne trovi uno che somigli all’altro. Trovi professori, dottorandi, gente che ha studiato, attori, gente qualunque, gente ignorante o con il titolo di studio, persone iper-tatuate, gente che vuole drogarsi, gente che vuole perdere peso. L’unico paragone che riesco a trovare a questa situazione sono gli ostelli, dove trovi tutta questa gente mischiata a caso, di passaggio, persone che non hanno nulla a che fare l’una con l’altra. Questo descrive la maggioranza dei foreign fighters; poi ci sono anche i comunisti, gli anarchici, i socialisti, ma sono una minoranza.

È bello perché c’è lo scherzo, la socialità, c’è anche l’unione con i curdi. Gli “attivisti politici” sono un’altra cosa, sono quelli che non vengono per combattere ma per partecipare al processo politico. Nei loro posti c’è maggiore tensione, non capisco perché. L’atmosfera tra loro è strana, non la capisco. L’altro giorno uno di loro, un tedesco, mi ha chiesto quali fossero le mia idee politiche; quando gli ho detto che non ne ho, ha alzato gli occhi al cielo: “Oh mio Dio, non dirmi che sei un altro di quei foreign fighters venuti per combattere Daesh!”. Non riesco a capire che cosa ci sia di male…

Pensi che avrai dei problemi con la legge, nel tuo paese, per la tua scelta?

Potrebbe accadere. Ho due amici, uno olandese e uno inglese, che nei loro paesi sono stati arrestati, e adesso sono liberi su cauzione, ma avranno un processo. So di gente che ha avuto problemi anche in Australia e Canada. Forse qualcosa sta cambiando rispetto all’inizio, quando sentivo dire che i foreign fighters che venivano a combattere Daesh erano trattati con rispetto dalle autorità dei loro paesi. Non credo che andò in prigione, ma neanche voglio che il fatto di essere stato qui mi crei altri tipi di problemi, come una fedina penale sporca, problemi a trovare lavoro, ecc.

Se dovessi lanciare un messaggio al mondo dalla Siria, cosa diresti?

Direi che in molti sono convinti di aver compreso il fenomeno dello stato islamico e di questa guerra, e ci costruiscono sopra delle narrative, ma il fenomeno è troppo grosso e complesso per essere compreso. La realtà è che non ci sono vere risposte. Forse non è un granché, ma è questo che mi viene da dire.

Dall’inviato di Infoaut e Radio Onda d’Urto in Rojava, Siria

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