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Oltre un solo uomo: perché le guerre di Israele non finiranno con Netanyahu

Per rompere questo paradigma, i palestinesi devono generare una leva, una leva reale. Questa non può derivare da inutili negoziati o da appelli al Diritto Internazionale a lungo ignorato.

Da InvictaPalestina Fonte: English version

Di Ramzy Baroud – 23 aprile 2026

È facile sostenere che la nuova dottrina militare israeliana si basi sulla guerra perpetua, ma la realtà è più complessa.

Non che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si opporrebbe a un simile assetto. Al contrario, la sua incessante spinta verso l’intensificazione militare suggerisce proprio questo. Dopotutto, la sua dichiarata ricerca di un “Grande Israele” richiederebbe esattamente questo tipo di militarismo permanente: espansione senza fine e distruzione regionale continua.

Tuttavia, Israele non può sostenere indefinitamente una guerra a tempo indeterminato su più fronti.

I funzionari israeliani si vantano di combattere su “sette fronti”, ma molti di questi, in termini militari, sono in gran parte immaginari piuttosto che veri e propri campi di battaglia.

Le guerre reali, tuttavia, sono interamente opera di Israele: dal Genocidio di Gaza alle sue guerre regionali non provocate.

Ciononostante, questo fatto non deve impedirci di vedere un’altra realtà: nel periodo precedente alla guerra contro l’Iran e nell’aggressione crescente contro il Libano, c’era un consenso quasi totale tra gli israeliani di origine ebraica. Un sondaggio dell’Istituto Israeliano per la Democrazia condotto tra il 2 e il 3 marzo ha rilevato che il 93% degli israeliani di origine ebraica sosteneva l’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran. Il sostegno era trasversale a tutti gli schieramenti politici.

Lo stesso entusiasmo per la guerra ha accompagnato il Genocidio di Gaza e le varie guerre e espansionistiche in Libano.

Persino Yair Lapid, spesso falsamente dipinto all’estero come una “colomba”, ha appoggiato pienamente queste guerre, ammettendo dopo il cessate il fuoco con l’Iran che Israele vi era entrato con un “raro consenso” e che le aveva sostenute “fin dal primo momento”.

Le sue ripetute critiche, come quelle di altri politici israeliani, non riguardano la guerra in sé, ma l’incapacità di Netanyahu di ottenere un risultato strategico.

Ed è questa la distinzione cruciale. Gli israeliani, nella maggior parte dei casi, appoggiano le guerre, ma molti non si fidano più di Netanyahu e della sua capacità di trasformare la distruzione in una vittoria strategica. A metà aprile, il 92% degli israeliani ebrei aveva espresso un giudizio positivo sull’esercito per la gestione della guerra con l’Iran, ma solo il 38% aveva dato un giudizio positivo al governo.

In altre parole, l’opinione pubblica crede ancora nella guerra, ma nutre crescenti dubbi sulla dirigenza che la conduce.

Questa distinzione potrebbe non essere rilevante per noi, dato che il risultato rimane comunque una strage, devastazione e violenza coloniale. Ma nei calcoli militari e strategici di Israele, ha un’importanza enorme. Le guerre israeliane hanno storicamente seguito uno schema ben preciso: schiacciare la Resistenza, imporre il Dominio militare e politico e trasformare la violenza sul campo di battaglia in espansione coloniale.

Netanyahu non ha realizzato nulla di tutto ciò.

Ecco perché la reazione in Israele al cessate il fuoco in Libano del 16 aprile è stata così forte, e perché i timori di una possibile situazione di stallo con l’Iran sono ancora più profondi.

Il cessate il fuoco in Libano non ha chiaramente garantito uno degli obiettivi principali dichiarati da Israele: il disarmo di Hezbollah. Israele ha mantenuto le truppe nel Libano meridionale, ma l’accordo ha interrotto le operazioni offensive ed è rimasto ben lontano dalla promessa “vittoria totale”.

Per molti in Israele, qualsiasi risultato che non sia una vittoria totale viene immediatamente interpretato come una sconfitta. Un dirigente regionale del Nord di Israele, Eyal Shtern, ha espresso questo sentimento con brutale chiarezza quando, in risposta al cessate il fuoco in Libano, si è chiesto come Israele fosse passato “dalla vittoria assoluta alla resa totale”, secondo quanto riportato dalla CNN.

Questa è la vera crisi che Israele si trova ad affrontare oggi: non aver scoperto i limiti della guerra permanente, ma aver scoperto ancora una volta che la violenza sterminatrice non produce automaticamente una vittoria politica.

Sebbene l’Iran possieda una leva politica che potrebbe consentire una tregua a lungo termine, o addirittura permanente, il Libano e la Siria rimangono in una posizione ben più vulnerabile. Tuttavia, nessuno si trova in una condizione più precaria dei palestinesi, in particolare quelli di Gaza.

A differenza di altri che conservano un certo margine politico e spazio di manovra, i palestinesi vivono sotto l’Occupazione, l’Apartheid e l’Assedio israeliano. Gaza, in particolare, è stata ridotta a un’enclave isolata e devastata.

Il suo assedio ermetico ha prodotto una delle catastrofi umanitarie più orribili della storia moderna: un’intera popolazione che sopravvive con acqua inquinata, infrastrutture distrutte, cibo estremamente scarso e migliaia di persone ancora sepolte sotto le macerie.

A parte la loro leggendaria fermezza, il Sumud, i palestinesi operano con forti limitazioni nella loro capacità di imporre condizioni a Israele, soprattutto perché quest’ultimo continua a ricevere il sostegno incondizionato degli Stati Uniti e dei suoi alleati occidentali. Eppure la loro Resilienza, l’azione collettiva e la presenza costante rimangono potenti strumenti di pressione che non possono essere facilmente arginati.

Netanyahu, e coloro che verranno dopo di lui, troveranno sempre in Palestina uno spazio in cui condurre una guerra continua e a costi relativamente bassi per Israele stesso. A differenza di altri campi di battaglia, dove la guerra diventa insostenibile dal punto di vista politico, militare ed economico, Israele ha trasformato la sua Occupazione della Palestina in un campo di battaglia permanente.

Anche se Netanyahu, ormai politicamente indebolito e anziano, dovesse uscire di scena, il paradigma di fondo rimarrà intatto. I futuri dirigenti israeliani continueranno a fare la guerra in Palestina, non nonostante i costi, ma per i benefici che ne derivano: è finanziata, vantaggiosa dal punto di vista coloniale e politicamente sostenibile all’interno dell’attuale struttura israeliana.

Per rompere questo paradigma, i palestinesi devono acquisire una reale influenza. Questa non può derivare da inutili negoziati o da appelli a un Diritto Internazionale a lungo ignorato. Può emergere solo da una Resistenza collettiva e costante al Colonialismo, rafforzata da un sostegno concreto da parte degli Stati arabi e musulmani e di autentici alleati internazionali, e amplificata da una solidarietà globale in grado di esercitare una reale pressione su Israele e, soprattutto, sui suoi principali finanziatori.

Per ora, Netanyahu continua le sue guerre perché non ha risposte ai propri fallimenti strategici. In questo contesto, l’intensificazione della guerra non è un punto di forza; è l’ultimo rifugio di una dirigenza incapace di ottenere la vittoria.

Questo, tuttavia, rivela anche qualcos’altro: Israele sta entrando in un momento di vulnerabilità senza precedenti.

Tale vulnerabilità deve essere denunciata, in modo chiaro, coerente e urgente, da tutti coloro che auspicano la fine di queste guerre insensate, la fine dell’Occupazione israeliana della Palestina e un percorso verso la giustizia che è stata negata fin troppo a lungo.

– Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 

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