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Turchia, la vendetta di Erdogan dopo “il regalo di Dio” del golpe sventato

Sono infatti quasi tremila i giudici colpiti dalle prime purghe post-tentivo di golpe e sempre quasi tremila i soldati arrestati, tra cui Akin Ozturk, comandante dell’aviazione indicato come uno dei principali cospiratori. Ovviamente Erdogan sta colpendo tante altre personalità del paese, già da tempo sulla sua personale lista nera: professori universitari, giornalisti, sindacalisti accusati di aver sostenuto i golpisti stanno venendo arrestati ad ogni latitudine del paese, in una capitalizzazione sempre più sfrenata da parte del leader dell’AKP dell’ondata emozionale scaturita dai fatti dello scorso venerdì.

Mentre gli analisti convergono sempre più nell’analizzare come il colpo di Stato sia stato essenzialmente mal condotto, a causa soprattutto del mancato appoggio dei quadri alti dell’esercito e della mancanza di un piano coerente finalizzato al controllo dei diversi obiettivi sensibili, nelle strade la situazione rimane tesa. Circolano infatti, soprattutto sui social network, sempre più testimonianze sulle ore intorno al golpe, tra cui il video di linciaggi di alcuni soldati golpisti condotto da parte di manifestanti pro-Erdogan. In definitiva, i morti lasciati indietro dalla nottata di venerdì sarebbero almeno 290 tra golpisti, forze lealiste dell’esercito, singoli cittadini.

La fortissima reazione popolare è senza dubbio cartina di tornasole delle condizioni attuali della società turca: tralasciando la discutibilità della scelta da parte dei golpisti di non impedire in tutti i modi ad Erdogan di mobilitare la sua base sociale, la mobilitazione in difesa dell’AKP e della stabilità del governo sembra aver messo definitivamente una pietra tombale sulla possibilità per l’esercito di essere il dominus della vita politica del paese, condizione che aveva portato ai golpe del 1960,1971,1980 e 1997.

Lo stesso Erdogan ha parlato di “un regalo di Dio” a proposito del golpe, dato che questo permetterà di continuare la “pulizia” intrapresa a partire dagli scorsi anni dell’esercito, che il presidente turco vorrebbe depurare da ogni rigurgito kemalista. Il grande successo del “Sultano” pare quello di essere riuscito a descriversi come il difensore delle istituzioni democratiche proprio mentre negli ultimi anni, con una fortissima accelerazione da Gezi in poi, ha provveduto a smantellare sempre più ogni parvenza di democrazia nel paese, soprattutto in relazione a libertà di stampa e di associazione politica. Una situazione surreale che promette tempi durissimi per i suoi oppositori politici d’ogni fazione.

Lo spauracchio del golpe possibile potrà da qui in avanti essere infatti l’arma retorica che Erdogan avrà a disposizione per giustificare i suoi progetti di rendere la Turchia uno Stato basato sempre più su un forte presidenzialismo, con una nuova politica estera giocata principalmente su un’ampia libertà di manovra nei confronti di tutte le potenze presenti nel territorio mediorientale (dagli Usa alla Russia, dall’Ue ad Israele, dall’Arabia Saudita all’Iran) nonché di avere mano libera nel poter incrementare la repressione verso i Kurdi, una volta compiuto il repulisti dei propri oppositori istituzionali – nell’esercito, nella magistratura e nelle prefetture.

La polarizzazione della società turca sarà quindi utile solamente ad Erdogan stesso, per provare a stringere ulteriormente la presa sul potere. La squalifica politica di Gulen, più volte chiamato in causa da Erdogan come la “mano invisibile” dietro il golpe, parla al mondo dei turchi musulmani per provare a vincere la battaglia interna tra le due opzioni in campo all’interno dell’islamismo politico turco. Quella più proiettata a Oriente di Erdogan, a base di panturchismo e di una sempre maggior autonomia per la Turchia nel campo delle Relazioni Internazionali si scontra infatti con quella più filo-occidentale di Gulen, non a caso residente in Pennsylvania e con entrate di lungo corso negli States. Lo stesso Gulen, dopo aver respinto le accuse, ha parlato apertamente di un auto-golpe messo in campo da Erdogan per rinforzare il suo potere ed annunciare la rottura politica con gli Stati Uniti preannunciata dal re-approchement con la Russia di qualche giorno fa.

E’ evidente d’altro canto che gli stessi States, aldilà delle dichiarazioni di rito fatte solamente a golpe già sventato, non avrebbero disprezzato un rovesciamento di Erdogan manu militari in una sorta di remake dell’operazione egiziana, dove la sostituzione di Morsi con Al-Sisi era stata benevolmente appoggiata dagli Stati Uniti, ben felici di ritrovare in sella un potere secolare disposto alla piena collaborazione con Washington e Tel Aviv.

Gli attacchi di Erdogan a Gulen infatti rendono chiaro che il primo conoscesse bene i rischi a cui sarebbe stato sottoposto da un’ipotetica unione tra kemalisti ed islamisti moderati appoggiata da Washington; gli attacchi del “Sultano” consistono così in un’esplicita messa in accusa degli Usa da parte del presidente turco, con la risposta stizzita del portavoce del Dipartimento di Stato americano alle parole di Erdogan a mostrare la forte tensione tra i due paesi. Tensione concretizzatasi anche nello stop momentaneo deciso alle operazioni americane contro l’Isis che partono dalla base di Incirlik, poi ripristinate solo in seguito all’arresto di una decina di militari pro-golpe di stanza proprio ad Incirlik (tra cui l’importante generale Bekir Ercan Van).

Come fa notare Dilar Dirik, lo scenario nel paese nei prossimi mesi sarà simile, almeno come macro-struttura, a quello che si sta vivendo in Francia in questi ultimi mesi: da una parte i golpisti, dall’altra la minaccia terroristica svolgono la funzione di canalizzare in una prospettiva dualistica le posizioni politiche, legittimando le torsioni anti-democratiche di un Erdogan o di un Hollande al potere attraverso un’alternativa squalificata essa stessa come anti-democratica. Per questo sembra fuori luogo poter solamente pensare di sostenere un golpe autoritario contro Erdogan da parte di quei soggetti che non esitavano a bombardare fino a qualche ora primi le regioni del Bakur, il Kurdistan turco.

Due fascismi si contrappongono, quello della violenza dello Stato e quello di una finta opposizione ad esso, e nessuna delle due opzioni è sostenibile da chi si muove nell’ottica di una trasformazione dal basso dei rapporti sociali. Quest’ultima opzione, che vive nel Rojava e nelle forme di autogoverno e resistenza militare portate avanti e difese da migliaia di uomini e donne nei territori curdi, sa che ora è arrivato un periodo in cui dovrà intensificare ulteriormente i suoi sforzi per dar filo da torcere ad un Erdogan sempre più potente..

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