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«Uno strano amalgama»

Processi di soggettivazione e contro-cooperazione nel movimento No Tav.


Le note che seguono [*] fungono un po’ da contrappunto diaristico al lavoro di inchiesta che, come compagn* del centro sociale Askatasuna di Torino, abbiamo condotto in questi mesi con militanti del movimento no tav. Il lavoro, programmaticamente in-concluso, vedrà  la luce nei prossimi mesi per i tipi di DeriveApprodi col titolo
«A sarà düra! Storie di vita e militanza no tav». Si tratta di una trentina di interviste in profondità condotte tra marzo e settembre dell’anno in corso con uomini e donne attiv* all’interno del movimento, di cui proviamo a interpretarne la politicità. Sono figure differenti per età, provenienza, collocazione lavorativa, esperienze pregresse. Hanno però in comune il fatto di dedicare gran parte del proprio tempo all’organizzazione di questa lotta. L’idea di questa pubblicazione nasceva per noi dall’esigenza di riportare un punto di vista situato, dall’interno del movimento. Col passare degli anni tant* hanno raccontato con parole e immagini le peripezie di questo straordinario movimento. Lo abbiamo fatto anche noi, nel 2006 con un libro e un film, da qualche anno con continuità su alcuni siti di movimento[1]. Senza alcuna pretesa di esaurire le letture che questo movimento siamo certi saprà ancora suscitare, abbiamo provato in questo libro a individuare gli elementi di novità e continuità che ci sembrano qualificarne la portata politica. Da qui il carattere aperto e temporaneo di una ricerca che si pensa in divenire e che intende prolungarsi oltre lo spazio di un libro, in un percorso che ci auguriamo ancora lungo. Il lavoro vuole essere anche un umile omaggio alla figura di Romano Alquati, tra i precursori del metodo della conricerca che nei primi anni Sessanta si era trasferito a Torino per andare a vedere «com’era fatta la classe operaia», non solo per conoscerla ma per contribuire a organizzarla. Con lo stesso spirito ci siamo rapportati al movimento no tav.

 

A prima vista il movimento no tav potrebbe rappresentare una declinazione tardiva del movimento ecologista, sotto-insieme della casella «nuovi movimenti sociali». Per lungo tempo è stato rappresentato così. Il contorno delle montagne innevate ha facilitato questa lettura tranquillizzante e riduttiva: una ribellione conservatrice, condotta da montanari nemici del progresso e affetti da sindrome Nimby. Con l’esplosione del lungo ciclo di lotta del 2005, in molti si sono dovuti accorgere delle istanze politiche ben più generali che covavano in seno a questa lotta. Ha prevalso allora una lettura che vi scorgeva una nuova frontiera della «democrazia partecipata», del «municipalismo», oggi dei «beni comuni». Queste rappresentazioni non sono necessariamente «false» ma colgono solo una facciata, non necessariamente la più importante, della densità e politicità che questo movimento è arrivato a incarnare. Come spesso accade, ognuno si costruisce il film che più gli piace vedere. Esplicitiamo quindi fin da subito quali sono state le nostre lenti di lettura e quali aspettative ci hanno mosso. Chi avrà modo di leggere le interviste che abbiamo realizzato potrà farsi una propria idea. Dal nostro punto di vista questo movimento rappresentava tre cose molto semplici: una lotta per la dignità, un esempio di concretezza, la possibilità di una radicalizzazione. Queste tre caratteristiche non sono mai venute meno. I processi di radicalizzazione hanno lavorato così a fondo che oggi fare una barricata, passare davanti a poliziotti schierati in assetto anti-sommossa, rompere un divieto sono fatti naturali e acquisiti, un modus operandi incorporato nel movimento come soggetto collettivo. «C’è poi un discorso ancora più complesso, e più bello» – nota una compagna che nel frattempo si è trasferita a vivere in valle

«di come allinterno del movimento no tav ci si è trasformati a vicenda. Noi, che eravamogli antagonisti che venivano da fuori” (magari un po’ sopra le righe), siamo riusciti a interagire con dinamiche molto differenti. È successo anche il contrario e alla fine si è alzato il livello di coscienza e pratica del movimento tutto».

Un valligiano fa una considerazione non molto dissimile:

«la cosa positiva è proprio questa: il veder cadere tutti questi steccati, anche con difficoltà, perché ci sono punti di vista ed esperienze culturali e personali molto diverse. Però abbiamo saputo fare sintesi al meglio su ciò che unisce rispetto a ciò che divide».

Fin dai suoi primi passi il movimento ha posto con ostinazione tre questioni fondamentali: chi decide? 2) chi paga? 3) qual è il modello di sviluppo auspicabile. Tre domande che pongono politicamente la questione della democrazia, delle politiche economiche e una più generale di sistema. I tre livelli vanno letti come gradi di politicità e complessità che si sono stratificati nel tempo uno sull’altro, come aumento della composizione politica del movimento. Come spiega egregiamente Alberto Perino:

«Se noi nel 2004, o anche prima, avessimo voluto fare il discorso dei beni comuni, del nuovo modello di sviluppo, di queste cose qui, noi avremmo perso tutti quelli che non erano politicizzati. Perché è un discorso lungo, bisogna andare per gradi, bisogna capire. Oggi tutto il popolo no tav è per un altro modello di sviluppo, è per i beni comuni, per non pagare il debito. È una cosa che solo cinque anni fa nessuno di noi si sarebbe potuto permettere il lusso di far passare».

Una gradualità non-lineare che non elimina le precedenti determinazioni, ma le arricchisce. Con l’approfondirsi della crisi del debito, il movimento si è fatto carico di ulteriori istanze, diventano un punto di riferimento imprescindibile (e organizzato) per chi non è disposto ad accettare la logica dei sacrifici del governo «tecnico».

 

Sincretismo e rigidità

 

Una caratteristica evidente del movimento è sempre stata la commistione di soggettività eterogenee. Un valligiano molto attivo (consulente di professione e consigliere comunale per passione) raffigura il movimento come un «amalgama stranissimo, che spaventa gli avversari e gli permette di andare avanti in una forma strana di “autonomia dinamica”». L’eterogeneità della composizione è assunta come ricchezza. Si tratta di «componenti assolutamente diverse e antitetiche tra loro: cattolici coi centri sociali, il borghese col cassintegrato, tutti uniti sulla stessa linea, credo che questo abbia sparigliato un po’ le carte». La varietà dei soggetti si valorizza nella condivisione dell’obiettivo e nella contrapposizione con un nemico comune, percepito come estraneo e smisuratamente forte. Per lungo tempo si è potuto parlare di «trasversalità» ma oggi è forte la percezione di far parte di un soggetto nuovo nato più che dalla sintesi d’istanze differenti, dalla trasformazione collettiva prodotta dalla lotta. Segno di questa mutazione è il fatto che molti si riconoscano direttamente nel movimento, senza ulteriori mediazioni. Un valligiano che fatica a definirsi militante fa queste osservazioni:

«Io per esempio non mi sono “iscritto” a nessun comitato. Quando mi si chiede: “tu, che cosa rappresenti?, io rispondo: “io sono un cittadino della Valle di Susa che fa parte del movimento no tav”. Io sento forte questo discorso della comunità: mi sento parte ed espressione di una comunità che ha la consapevolezza che in questo momento è importante far valere le proprie ragioni».

Se l’accento è qui posto sul rapporto diretto tra territorio e comunità, altrove si evidenzia invece la soggettivazione prodottasi nella lotta a partire da una condivisione di spazi e tempi del vivere quotidiano:

«il prosieguo della lotta stessa ha portato al fatto che innanzitutto queste persone socializzassero. Oggi ci sono persone cui io, se non ci fosse stato il movimento, probabilmente non avrei mai parlato in vita mia, perché non c’erano i presupposti base per poterlo fare (a meno che uno non fosse il vicino di casa, che per caso avevi e non ti eri scelto). È importantissima questa cosa. Oggi, quando mi chiedono “tu cosa sei?”, io rispondo “sono un militante no tav!”».

Come dice una donna sempre presente nelle fasi in cui il conflitto è più acceso: «io quando penso, penso a “noi”, noi del movimento». L’identità collettiva si è prodotta nella lotta come necessità di costituirsi in opposizione a una controparte sempre più agguerrita che vede insieme Lega delle Cooperative, Politica Istituzionale (governo centrale e regionale), Magistratura, sistema dei partiti, media mainstream, ditte locali in perenne bancarotta, bassa manovalanza ‘ndranghetista[2]. È impressione condivisa – peraltro ben testimoniata dalle dichiarazioni di molti esponenti della politica istituzionale – che sulla Val Susa non si giochi più solo una partita intorno alla realizzazione della grande opera ma una più profonda battaglia di legittimità tra forme di riproduzione del sistema di potere attuale e forme di produzione e vita di una società alternativa. Se all’inizio era facile rappresentare il movimento come istanza localistica ed egoista cui si contrapponeva un generico interesse generale, la perseveranza nel difendere il proprio interesse di parte ha disvelato la materialità e parzialità degli interessi che si nascondono dietro la priorità del Tav, arrivando inversamente a rappresentare gli interessi di quanti vedono oggi sottrarre quote consistenti della ricchezza collettiva. Come dice un valligiano: «la comprensione immediata è quella di doversi scontrare con i “poteri forti”, anche un bambino capisce che la posta in gioco è molto alta».

 

Riproduzione, cura, cooperazione di lotta (commoning)

 

Un aspetto peculiare dell’esperienza no tav è l’attenzione posta sugli aspetti della riproduzione. Non per caso. Una battaglia che ha come posta in gioco il territorio e la sua destinazione d’uso pone automaticamente anche una domanda sulla sostenibilità, non solo ambientale ma di relazioni e qualità della vita. Tutte le persone intervistate fanno un bilancio positivo delle trasformazioni inter-soggettive prodotte dalla lotta. Nota uno dei primi no tav:

«è aumentato esponenzialmente il numero di persone che si sono incontrate, che hanno scoperto di avere delle cose in comune e che hanno convissuto dei momenti intensi o bellissimi. Dico momenti bellissimi perché le manifestazioni sono state anche momenti in cui c’era la musica, espressività e il piacere di sentirsi uniti.  Senz’altro, con la lotta contro il Tav, la valle è diversa. Qualche volta ho sentito dire ironicamente: “Ah, se non ci fosse stato il Tav, avremmo dovuto inventarlo per conoscerci tutti!”. Perché adesso ci conosciamo tutti, e troviamo persone che conosciamo in tutti i paesi in cui andiamo. La gente è maturata, di dentro e di fuori: di dentro come convinzioni, al di fuori come comportamento sociale».

Questo valore aggiunto ha posto in maniera differenti i rapporti generazionali e anche quelli di genere. Bambini cresciuti tra una manifestazione e l’altra, in case in cui la questione Tav è argomento quotidiano di conversazione, si ritrovano adolescenti in prima fila, esprimendo forme di opposizione differenti e più conflittuali di quelle del genitore, ma questi non arriverà mai a impedirgli di manifestare perché «quello che stiamo facendo, lo stiamo facendo non soltanto per noi ma per le generazioni a venire, le generazioni su cui invece vogliono scaricare un aumento esponenziale del debito, fino ad annichilirne qualunque tipo di progettualità futura». Similmente, le donne che hanno contribuito alla «tenuta» nel tempo del movimento – organizzando e facendo vivere i presìdi insieme agli anziani e alle componenti giovanili più militanti – hanno utilizzato scientemente queste opportunità come altrettante occasioni di uscita dalle mura domestiche. Una compagna attenta a queste dinamiche fa quest’osservazione:

«Tante donne hanno raccontato che agli inizi litigavano in famiglia perché non rimanevano a casa, perché andavano a cucinare nei presidi. Questa, secondo me, è una trasformazione grossissima, una donna di sessanta anni che bisticcia col marito perché vuole uscire di casa e andare al presidio e si difende questa forzatura e la pratica… beh, non è una cosa da poco!».

Come Occupy o il movimento 15M il no tav ha posto con forza un nodo politico ineludibile: come ci si riproduce, in comune, tenendo testa a un nemico infinitamente più forte. Il rapporto tra momento del conflitto e durata/riproducibilità del movimento è il nodo politico centrale di quello che può essere riconosciuto come «il comune della Val Susa». E forse non solo della Val Susa. Come ha sottolineato con forza Silvia Federici, «non c’è comune se non c’è prima cooperazione» ma questa non è mai data a priori, deve essere attivata come processo che si dà in opposizione al quadro di potere esistente.

«Per questo noi parliamo sempre di commoning. Bisogna partire dal verbo non dalla cosa. È la cooperazione che precede un bene o la riappropriazione di un bene. E ogni processo di riappropriazione avviene solo se c’è un grosso livello di lotta e cooperazione a monte»[3].

Silvia è venuta a trovarci durante il campeggio estivo insieme a George Caffentzis. Di fronte a centinaia di persone – che si apprestavano a passare la notte in attesa di un annunciato sgombero manu militari (che poi non c’è stato) – abbiamo ragionato sui nodi politici, le analogie e le differenze che intercorrono tra la piccola esperienza valsusina e le più interessanti esperienze internazionali degli ultimi anni. Ne abbiamo individuato tre: la necessità di costruire un luogo che permetta ai movimenti di organizzarsi e riprodursi; la trasversalità ricompositiva dei partecipanti alle iniziative di lotta; il mandare avanti insieme pratiche di antagonismo con la costruzione di nuovo legame sociale.

 

Un esempio di de-impresizzazione

 

Nel giugno del 2011, nel pieno di quell’esperienza intensa che fu la Libera Repubblica della Maddalena – quando il movimento tenne occupato per oltre un mese il territorio oggi occupato da un presidio interforze – l’allora presidente di Confindustria Emma Marcegaglia sbottò nervosa: «che nel civilissimo Piemonte ci sia un’area “off limits” è qualcosa di inaccettabile. Il ripristino della legalità vuol dire far accettare le leggi dello Stato ovunque». L’idea stessa di una porzione di territorio sottratta alla sovranità statale – che nel discorso della Marcegaglia coincide perfettamente con l’interesse privato – suscitò vera indignazione tra le schiere imprenditoriali e politiche. Dichiarazioni di egual tenore furono rilasciate anche dal Presidente della Provincia Antonio Saitta. Per il movimento fu uno dei momenti più importanti di accumulo di esperienza, vissuti, relazioni e messa in pratica delle proprie capacità di riproduzione. Ricorda un torinese attivo nel movimento fin dal lungo 2005:
«l’esperienza della Maddalena è, a mio modo di vedere, il punto più alto nella parabola di questo movimento. L’apice della crescita nel senso di abnegazione, di dedizione collettiva alla causa comune. Rendiamoci conto di cosa ha comportato tenere viva e organizzata quell’esperienza: garantire i pasti, i turni di guardia, la costruzione delle barricate, l’organizzazione delle attività culturali e ludiche. Il tutto per oltre un mese con livelli di partecipazione altissima».
Quello di cui si serba ricordo è il lato positivo che si accompagnava al momento del conflitto, il costituirsi di un modello di gestione comune che ha funzionato senza istituzionalizzazioni o burocrazie, semplicemente grazie alla contro-cooperazione di quanti hanno fatto vivere quell’esperienza, con la leggerezza e il piacere di aver messo in campo un’alternativa concreta che sedimentava parallelamente relazioni e rapporti sociali più ricchi. Per la parte più attiva del movimento, è diventato un punto di riferimento politico e mitico, un’esperienza da ripetere al più presto. Ricorda una persona che l’ha vissuta:
«Alla Maddalena, tutto questo è stato “abitato”. Abbiamo potuto stare insieme penso per trentanove giorni. Un’esperienza enorme, riuscire a tenere insieme quel posto, in quel modo, con tutte le proposte immense che ci sono state. Vedere la disponibilità delle persone, la fantasia, l’energia che ci hanno messo nel realizzare e portare avanti questa esperienza così bella. Davvero, non vedo l’ora di poterla ripetere».
Di quelle giornate molti trattengono come dato significativo il superamento che si diede – momentaneo ma concreto – della forma-denaro, aspetto che non sfuggì all’occhio attento di Ugo Mattei che in un editoriale sul Manifesto ricordava ancora esterrefatto come, non solo nessuno gli aveva chiesto di pagare il pasto, nemmeno scorgeva un solo mozzicone di sigaretta per terra. Alcune modalità di quell’esperimento si sono da allora riprodotte, come in una sorta di coazione a ripetere virtuosa, nei frangenti in cui la lotta raggiunge una particolare intensità ed è obbligata a «tenere» per più giorni. Li abbiamo rivisti all’opera in occasione della tre giorni di occupazione dell’autostrada dopo la procurata caduta di Luca Abbà dal traliccio e nelle ultime due estati di campeggio a Chiomonte, a pochi passi dal cantiere militarizzato. Queste caratteristiche non rispecchiano ovviamente istanze, fini e bisogni del movimento nella sua totalità né la medietà della sua composizione. Anche chi sottolinea questi aspetti sa di dover fare i conti con livelli differenti, obiettivi intermedi, strategie di lungo periodo. Ci si confronta sui limiti della fase e i problemi minimi dell’organizzazione. Se qui ho insistito su questi aspetti è perché in qualche modo mi sembrano rappresentare un precipitare e condensarsi d’intensità politiche in cui il movimento arriva a prefigurare – nella lotta – embrioni di quella società altra che potrà darsi solo col superamento dello stato di cose presenti. In questo senso, più che essere sussunto in un generico «movimento dei beni comuni», il movimento no tav rappresenta oggi una declinazione concreta di resistenza all’Europa dell’austerity e, al contempo, la prefigurazione di una società organizzata intorno ad un’altra idea di cooperazione.


[*] Da “Quaderni di san precario” – nr. 4  [guarda-scarica qui il numero completo]


NOTE

 

[1] La valle che resiste, Velleità Alternative, Torino, 2006. Il video, dello stesso anno, s’intitola invece Fermarlo è possibile. Cronaca di una lotta popolare. Entrambi i lavori sono frutto delle riflessioni e del contributo del centro sociale askatasuna di Torino e del comitato di lotta popolare no tav di Bussoleno. I siti cui si fa riferimento sono: www.notav.info e www.infoaut.org.

[2] Nel corso degli anni, presìdi e altre strutture del movimento sono stati più volte incendiati da mani anonime. L’ultimo caso è avvenuto durante le tre giornate di occupazione dell’autostrada che hanno fatto seguito alla «caduta» di Luca Abbà dal traliccio. In quell’occasione vennero bruciate due autovetture di militanti no tav.

[3] «Il comune della riproduzione. Intervista a Silvia Federici», a cura di Anna Curcio e Cristina Morini per Uninomade, (http://uninomade.org/il-comune-della-riproduzione).

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