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Cile: dal terremoto sociale allo tsunami politico

Riportiamo un articolo di Raúl Zibechi (analista internazionale, docente e ricercatore sui movimenti sociali nella Multiversidad Franciscana de América Latina e consigliere di vari gruppi sociali) pubblicato su Comitato Carlos Fonseca rispetto alla situazione politica cilena dopo le elezioni dello scorso 28 ottobre che hanno registrato percentuali di astensionismo altissime parallelamente alla crescita di diversi movimenti sociali nel paese.

In effetti, la crescita del movimento sociale che si è constatata nell’ultimo decennio ha avuto nel 2011 uno sviluppo esponenziale: scioperi e proteste regionali a Magallanes (sud), Arica e Calama (nord), sollevazione regionale contro il megaprogetto HidroAysén (sud), scioperi dei lavoratori del rame, azioni delle comunità mapuche, mobilitazioni dei danneggiati dal terremoto del 2010 e, soprattutto l’ampio movimento per l’educazione pubblica che include studenti, padri e docenti.

A metà del 2011, in pieno impegno studentesco, il terzo Manifesto degli Storici assicurava che si stava verificando un “movimento di carattere rivoluzionario-antineoliberista”[3]. Nel 2013 dopo due anni di intense mobilitazioni e dell’elevatissima astensione elettorale, è possibile concordare, come specificano numerosi analisti, che la classe politica vacilla. Per questo si sta aprendo il passo la proposta di convocare un’Assemblea Costituente che, come suggerisce lo storico Sergio Grez, per la prima volta nella storia cilena proceda democraticamente “alla rifondazione delle basi delle istituzioni”[4].

La Costituzione vigente fu approvata nel 1980 sotto la dittatura di Augusto Pinochet. Molti analisti considerano che fu disegnata per impedire cambi giacché include alcuni “catenacci” come la necessità di contare sui 4/7 dei parlamentari per approvare una legge organica. L’avvocato costituzionalista Fernando Atria sostiene: “Nessun paese che uno consideri democratico chiede più di una maggioranza semplice per l’approvazione di una legge”[5].

Atria conclude che la dittatura ha istituzionalizzato tre meccanismi per perpetrare il potere delle elite che la democrazia non è riuscita a demolire: il sistema elettorale binominale, il quorum speciale di 4/7 per approvare leggi importanti e il Tribunale Costituzionale, che “formano un insieme di istituzioni profondamente antidemocratiche” che “danno il potere di veto alla destra”. Conclude che la dittatura, attraverso questa architettura legale, ha deciso di “togliere il potere alle maggioranze, perché erano sembrate pericolose”.

L’attuale movimento rifiuta la strategia della Concertazione, coalizione centrista che ha governato tra il 1990 e il 2010, di smantellare passo dopo passo la Costituzione ereditata. Di fatto questo processo si è fermato perché i “catenacci” funzionano impedendo le riforme, come succede con la legge dell’educazione ereditata da Pinochet.

L’inesauribile resistenza mapuche

Si giunge al carcere di El Manzano, nei dintorni di Concepción, dopo aver attraversato grandi quantità di pini ed eucalipti che denunziano la presenza del modello estrattivista nella sua versione di legno. La comitiva, dopo aver annunciato l’intenzione di visitare Héctor Llaitul e aver passato tre controlli della Gendarmeria, certamente non molto rigorosi, continua il cammino verso l’infermeria del carcere. Seduto sul suo letto, circondato dalla sua sposa, da sua madre e da due familiari di prigionieri, saluta con un ampio sorriso.

La commissione è composta da cinque premi nazionali, dal presidente della Chiesa Evangelica Luterana, dal presidente del Collegio Medico, da un ex giudice e un diplomatico, da dirigenti studenteschi e sindacali, da diversi intellettuali, dalla Pastorale Mapuche e dalla Commissione Etica contro la Tortura. La metà sono stati nel carcere di Angol, dove è detenuto Ramón Llanquileo, come Llaitul membro del Coordinamento Arauco Malleco che si occupa del recupero delle terre ancestrali nelle mani delle compagnie forestali e dei latifondisti.

I prigionieri Mapuche hanno messo fine allo sciopero della fame di 76 giorni il 28 gennaio, quando la comitiva si è impegnata a promuovere una Commissione Nazionale e Internazione di osservazione dei diritti umani del popolo mapuche. Anche se allegro, Llaitul è dimagrito di 26 chili che si notano soprattutto per la larghezza del pantalone e per il pallore del viso. I motivi dello sciopero rimangono, ma i visitatori distribuiscono un volantino con sette richieste.

La libertà immediata di Llaitul e Llanquileo, aprire un momento di dialogo tra lo stato e i rappresentanti mapuche, definire una agenda che “consideri l’autodeterminazione e le forme di rappresentanza e autogoverno del popolo mapuche”, recuperare alle comunità i territori sottratti dalle forestali, indulto generale per i prigionieri mapuche, rispetto del Trattato 169 dell’OIL che riconosce i diritti collettivi e protezione dell’infanzia mapuche, giacché molti bambini comuneri sono stati fatti oggetto di violenza da parte degli apparati repressivi.

Da parte sua, la Quarta Dichiarazione degli Storici relativa alla Questione Nazionale Mapuche, firmata da centinaia di intellettuali, è stata diffusa alcuni giorni dopo la morte della coppia di proprietari terrieri svizzeri Luchsinger-Mackay a Vilcún, il 3 gennaio, sembrerebbe per mano di comuneri mapuche che avevano occupato la proprietà nel quinto anniversario dell’uccisione alle spalle del comunero Matías Catrileo, da parte di un carabiniere quando un gruppo cercava di entrare nell’azienda di Jorge Luchsinger.

Cinque anni dopo, nell’ambito delle manifestazioni in omaggio del giovane studente di 22 anni, e con la richiesta che sia processato l’assassino, circa 20 mapuche hanno occupato l’azienda del cugino di Jorge, Werner, che si sarebbe difeso sparando mentre incendiavano la sua casa. La dichiarazione degli storici assicura che i fatti di violenza “hanno il loro inizio nella così erroneamente chiamata ‘pacificazione dell’Araucanía’ fatta dallo stato cileno tra le decenni 1860 e 1880, in violazione degli accordi conclusi con i mapuche dopo il raggiungimento dell’Indipendenza (1825)”[6].

“Attraverso una prolungata campagna militare –continua la Dichiarazione–, lo stato del Cile occupò a sangue e fuoco l’Araucanía e, utilizzando i metodi più violenti e crudeli, usurpò grandi estensioni di terra indigena che mise all’asta a basso prezzo o regalò a coloni cileni e stranieri, confinando i mapuche in piccole e misere riduzioni (paesi di indigeni convertiti al cristianesimo, n.d.t.)”. Per questo considerano che “attuale violenza sia il risultato di più di 130 anni di ingiustizie, saccheggi e negazione dei diritti”.

Dal decennio del 1990 nuove generazioni mapuche hanno creato una infinità di organizzazioni urbane e rurali, in quello che lo storico Gabriel Salazar chiama come la “sesta epoca” della guerra mapuche, iniziata nel 1981[7]. Per la prima volta nella storia le carceri del sud sono piene di giovani mapuche prigionieri politici. Pensa che lo stato cileno possa fare poco “di fronte al più antico ed indomito movimento sociale della storia del Cile”, che conta sull’appoggio della maggioranza dei cileni e sulle simpatie internazionali. Per questo afferma che lo stato “non potrà andare molto lontano”.

“Io non presto il voto”

Nella notte del 28 ottobre il governo di Piñera ha dovuto sospendere precipitosamente i festeggiamenti programmati per celebrare quello che considerava il sicuro trionfo dei candidati governativi nei distretti decisivi: Santiago, Providencia e Ñuñoa. Lo sconfitto sindaco di Providencia, un colonnello ed ex ministro di Pinochet, ha mostrato lo stile della destra insultando chi lo aveva vinto nelle urne: “Ha vinto l’odio, l’intolleranza, la mancanza di rispetto. (…) Qui ha vinto di nuovo il serpente del paradiso”[8].

È evidente che il movimento studentesco riunito nell’ACES, e alcuni collettivi che lo hanno appoggiato, hanno letto correttamente lo stato d’animo dei cileni quando hanno deciso di lanciare la loro campagna “Io non presto il voto”. Nello stesso giorno elettorale sono andati nello Stadio Nazionale per protestare coccoloni e con le mani sulla testa “per ricordare ai votanti che il luogo fu il centro di detenzione più grande del paese durante l’ultima dittatura militare, appoggiata dai candidati della destra”[9].

Per le elezioni del 2012 è stata modificata l’anagrafe elettorale. Prima era necessario iscriversi per poter votare, ma lo facevano solo 8 milioni su 13 milioni che avrebbero potuto farlo, giacché soprattutto i giovani decidevano di non iscriversi. In questa occasione l’iscrizione era automatica, ma il numero di persone che non hanno votato è stato anche maggiore di quello quando non si iscrivevano: quasi 8 milioni non sono andati alle urne e cinque milioni hanno votato, ossia si sono astenuti tre milioni in più. Ora pochissimi politici vogliono decretare l’obbligatorietà del voto.

Mario Sobarzo, del Centro Alerta, un collettivo che si è impegnato nella campagna contro il sistema di trasporto urbano Transantiago, ha fatto una riflessione sull’astensione del 60% ricordando che nei municipi più poveri, come il periferico Punte Alto, nella capitale, ha votato solo il 30% degli aventi diritto[10]. In questo municipio il Transantiago ha i più alti livelli di clandestini, in un sistema che presenta una illegalità media del 20%. Nonostante il dispiegamento di guardie in tutte le stazioni e in tutti gli autobus, uno su cinque utenti non paga il pedaggio nonostante ci sia la possibilità di essere sanzionati con multe elevate.

Per Sobarzo l’astensione riflette “un desiderio di rinnovamento e di cambio che il sistema non riesce a rappresentare”. Crede che “la campagna Io non presto il voto abbia politicizzato l’interpretazione dell’astensione”. Crede che in futuro il movimento sociale debba intensificare tre processi: “la capacità di organizzare proposte collettive, la capacità di coordinamento tra le varie organizzazioni e di mantenere la mobilitazione come il principale strumento di negoziato”.

Gli studenti secondari riuniti nell’ACES, che è il maggiore nucleo del settore più mobilitato della società cilena, continuano a riunire tra 45 e 65 licei, secondo quanto riferiscono Manuela e Max, ricordando che nel picco della lotta coordinavano 120 licei su un totale di 200 che erano occupati. Credono che il movimento sia lontano dall’essere stato neutralizzato e che nelle assemblee settimanali hanno approfondito la loro comprensione della realtà cilena. Puntano a “far convergere i punti focali in conflitto” per cui hanno creato una Commissione Mapuche nell’ACES per avere delle relazioni dirette con le comunità colpite dalla repressione.

Il tipo di relazione che gli studenti secondari stabiliscono con il mondo mapuche va oltre  la rappresentanza, una figura che il movimento rifiuta, per stabilire legami faccia a faccia. Negli ultimi due decenni sono sorti numerosi gruppi studenteschi mapuche, molti di loro legati a case e residenze studentesche universitarie nelle città, che si sono trasformati in uno dei centri più importanti di organizzazione del popolo mapuche.

Nell’ambito della mobilitazione giovanile-studentesca è sorta la Federazione Mapuche degli Studenti (FEMAE) che si definisce come una “rete autonoma composta da studenti dell’educazione superiore e dell’insegnamento medio, che ha carattere territoriale e si prefigge come principale obiettivo di contrastare il forte sradicamento culturale e politico di cui soffrono gli studenti nell’educazione formale che offre lo stato del Cile”[11].

Verso una Assemblea Costituente?

Le enormi manifestazioni studentesche del 2011 si sono scontrate contro il muro dell’indifferenza del governo, nonostante che il movimento giovanile conti su maggiori simpatie del presidente Piñera. Le agitazioni si disperdono ma non si dissolvono. Ritornano con più forza, cercando percorsi laterali, indiretti. In Cile ci sono due processi convergenti: la protesta sociale è legittimata e da un decennio cresce continuamente; il regime è in discussione, non più solo il governo.

Questa doppia realtà la chiamiamo tsunami, nel medesimo senso del presidente della Federazione degli Studenti dell’Università Cattolica, Noam Titelman, per il quale “il terremoto sociale del 2011, il movimento studentesco, si sta trasformando in uno tsunami politico; lo stiamo vedendo con l’accostarsi di nuovi dirigenti e di visioni differenti”[12]. Un sintomo di questo “tsunami” è la crescente politicizzazione dei movimenti. Vediamo due casi.

Nel 2012 l’ACES ha pubblicato la “Proposta per l’educazione che vogliamo”, un manifesto nel quale analizza brevemente lo scenario politico e fa tre proposte educative[13]. Considerano che dopo il 2011 “si è aperta la porta affinché il mondo sociale definisca il tipo di società che vuole”, perché le manifestazioni hanno messo a nudo le ingiustizie. I giovani si considerano “memoria e accumulazione storica (…) i figli e i nipoti del modello”. E chiariscono: “Non siamo sottomessi alle paure e alla logica del consenso, per questo abbiamo la libertà di gridare, di sollevarci e di mobilitarci, per pensare e creare, per sognare un mondo diverso”.

Credono che la grande virtù del movimento sia stata di porre al centro del dibattito uno dei nuclei del modello, come il guadagno nell’educazione. Su sé stessi dicono: “Siamo la punta dell’iceberg, di un continente sociale che non tollera più di essere violentato, imbruttito, colpito, umiliato, sfruttato”. La chiarezza dell’analisi dei giovani, ma soprattutto la loro decisione e mancanza di paura, si constata in ogni gesto e in ogni parola, come vestono e parlano, e in questo modo sostenuto e di sfida di guardare.

È lo stesso sguardo di Llaitul e dei familiari dei prigionieri poltici Mapuche. Per Salazar, il mapuche “è un movimento che ha accumulato una memoria si sé stesso quasi senza paragone nel mondo, sulla quale si stratificano non solo una ma cinque o sei epoche di guerra lungo sei o più secoli di storia”[14]. Incarnano una cultura politica differente a quella tradizionale, e, se si guarda da vicino, molto simile a quella degli studenti: non si reggono con la Costituzione vigente, non formano un partito politico né si adeguano al calendario elettorale, non competono per degli incarichi nello stato né vogliono trasformarsi in una parte della classe politica.

Inoltre, “non si propongono mete fisse, obiettivi unici e programmi rigidi soggetti a valutazioni periodiche”[15]. Hanno una originale capacità di analisi e comprensione del proprio passato e della realtà nazionale. Abbondano i collettivi di storia Mapuche e ciascun militante conosce nei dettagli la causa dei loro problemi: la “pacificazione dell’Araucanía” emerge in ogni dibattito.

Non c’è nessuna casualità che questi attori, i violentati dal neoliberismo e dallo stato del Cile, stiano cominciando a camminare insieme, percorrendo i grandi viali che mai hanno abbandonato, perché solo per un momento si sono immersi per riunire più forze, più saggezza e coraggio, per tornare alla superficie con la potenza di una eruzione … o di uno tsunami.

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