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Cinque detenuti firmano un esposto: “Così hanno lasciato morire Sasà”

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Cinque detenuti-testimoni della fine tragica di Salvatore “Sasà” Piscitelli (uno dei tredici uomini deceduti durante e dopo le rivolte carcerarie di inizio marzo 2020) hanno deciso di metterci il nome e la faccia e di inviare un esposto in procura fornendo particolari inediti e dettagli riscontrabili

Lorenza Pleuteri * da Diritti globali

“Pestaggi. Torture. Accanimento contro un ragazzo in fin di vita. Soccorsi negati. Una morte che poteva e doveva essere evitata”, se non addirittura “un omicidio doloso”, richiamato dalla citazione dell’articolo del codice penale che punisce il più grave dei reati.

L’esposto firmato a fine novembre da cinque detenuti conferma e appesantisce le denunce contenute nelle lettere raccolte e rilanciate nei mesi scorsi da giustiziami.it, agenzia di stampa AGI, Comitato per la verità e la giustizia sulle morti in carcere, bollettino anarchico Olga, associazioni di base, antagonisti, volontari.

I testimoni della fine tragica di Salvatore “Sasà” Piscitelli (uno dei tredici uomini deceduti durante e dopo le rivolte carcerarie di inizio marzo 2020) hanno deciso di metterci il nome e la faccia e di scrivere quello che hanno visto e sanno. La verità, tutta la verità? O esagerazioni e calunnie? La realtà nuda e cruda o invenzioni? Si vedrà, sempre che le inchieste in corso vadano in profondità e scandaglino anche queste nuove dichiarazioni, cercando riscontri o smentite.

L’atto d’accusa di chi c’era, sette drammatiche pagine scritte in stampatello, è stato indirizzato alla procura generale di Ancona. I firmatari hanno consegnato all’Ufficio matricola del carcere di Ascoli per il recapito all’Ufficio giudiziario. Tre giorni dopo ai mittenti non era ancora stata data la prova dell’avvenuta consegna. Copia dell’esposto è uscita comunque. Con un risvolto, reso noto da familiari e avvocati: i cinque detenuti-testimoni non si trovano più nell’istituto marchigiano. Sono stati riportati alla casa di reclusione di Modena, là dove l’8 marzo tutto è cominciato, in un ambiente che amichevole e conciliante non può essere e che si trova ancora in condizioni strutturali pessime: finestre rotte e freddo, a disposizione solo l’acqua giallastra che scende dai rubinetti delle celle, appena una coperta a testa.

Le 13 morti

Il carcere emiliano, sotto pressione per le restrizioni imposte per l’emergenza Covid-19, alla vigilia del lockdown totale fu devastato e incendiato dalle azioni di protesta e distruzione. I ribelli riuscirono a impossessarsi di metadone e psicofarmaci, presenti in gran quantità e finiti nelle mani di un numero imprecisato di compagni e in particolare dei più fragili. Cinque stranieri furono trovati senza vita all’interno della struttura, gli scampati vennero trasferiti a decine in altri istituti, forse senza nemmeno essere visitati o visitati in modo veloce e superficiale (ulteriore questione da accertare, a fronte di dichiarazioni contrastanti). Altri tre immigrati e Sasà Piscitelli non ebbero scampo (e si dovrà capire perché). Morirono prima di arrivare a destinazione o qualche ora dopo (e sul luogo non c’è concordanza, almeno per il recluso italiano: la direzione e il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria sostengono che sia spirato in ospedale, dopo essere stato soccorso in cella; in una relazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e in una comunicazione del ministro di Giustizia si dice che è deceduto «presso il carcere»).

La procura di Modena – titolare delle inchieste sui nove decessi legati al carcere cittadino e alle persone poi trasferite – ipotizza che i detenuti siano stati stroncati da overdosi delle sostanze razziate. Le relazioni delle autopsie e i risultati degli esami tossicologici (non resi noti, se non al Garante nazionale dei detenuti, dichiaratosi come persona offesa nei procedimenti in corso) pare lo confermino. Però nulla di preciso è dato sapere, né dai magistrati né dallo stesso Garante e dalla sua consulente (la anatomopatologa che partecipò alla contestata autopsia sulla salma di Stefano Cucchi).

Le nuove testimonianze

I cinque detenuti-testimoni ora riempiono parte dei vuoti, aggiungono particolari inediti, forniscono dettagli riscontrabili. Non sono reclusi modello, sanno che cercheranno di screditarli, dovranno a loro volta difendersi e contrastare accuse e contestazioni. Ma chiedono di essere convocati da magistrati e investigatori e contribuire a fare giustizia. Non usano giri di parole, nell’esposto. «Il detenuto Piscitelli Salvatore, già brutalmente picchiato presso la casa circondariale di Modena e durante la traduzione, arrivò presso la casa circondariale di Ascoli Piceno in evidente stato di alterazione da farmaci tanto da non riuscire a camminare e da dover essere sorretto da altri detenuti. Una volta giunto alla sezione posta al secondo piano lato sinistro gli fu fatto il letto dal detenuto F. (uno dei firmatari dell’esposto) poiché era visibile a chiunque la sua condizione di overdose da farmaci. Appoggiato sul letto della cella numero 52 gli fu messo come cellante (il compagno di cella, ndr) il detenuto M. (anche lui tra i denuncianti). Tutti ci chiedemmo come mai il dirigente sanitario o il medico che ci aveva visitato all’ingresso non ne avesse disposto l’immediato ricovero in ospedale. Tutti facemmo presente al commissario in sezione e agli agenti che il ragazzo non stava bene e necessitava di cure immediate. Non vi fu risposta alcuna. La mattina seguente fu fatto nuovamente presente (da C., altro firmatario dell’esposto) che Piscitelli non stava bene, emetteva dei versi lancinanti e doveva essere visitato nuovamente, ma nulla fu fatto.

Verso le 09:00 del mattino furono nuovamente sollecitati gli agenti affinché chiamassero un medico, qualcuno sentì un agente dire “fatelo morire”, verso le 10:00-10:20, dopo molteplici solleciti, furono avvisati gli agenti che Piscitelli Salvatore era nel letto freddo. Piscitelli era morto. Il suo “cellante” fu fatto uscire dalla cella e ubicato nella cella numero 49 insieme al F. (il compagno che gli aveva fatto il letto, ndr). Piscitelli fu sdraiato sul pavimento (cosa che si fa per praticare manovre rianimatorie, ndr); giunta l’infermiera, la stessa voleva provare a fare un’iniezione al Piscitelli, ma fu fermata dal commissario che le fece notare che il ragazzo era ormai morto. Messo in un lenzuolo fu successivamente portato via. Successivamente abbiamo notato che molti agenti e il garante stesso dei detenuti asserivano che il Piscitelli fosse morto in ospedale».

I pestaggi e gli spari

Un passaggio è dedicato alle visite mediche effettuate all’arrivo ad Ascoli, perlopiù non approfondite, mentre non si fa cenno ad accertamenti sanitari alla partenza (quelli per legge obbligatori, in teoria). A destinazione, raccontano sempre i cinque detenuti, «uno alla volta e quasi tutti senza scarpe fummo accompagnati prima in una stanza ove venimmo perquisiti e successivamente sottoposti alla classica visita medica, dove a molti di noi non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee». E, ancora: «La mattina seguente al nostro arrivo e nei giorni seguenti molti di noi furono picchiati con calci, pugni e manganellate, all’interno delle celle a opera di un vero e proprio commando di agenti della penitenziaria» E pestaggi ci sarebbero stati prima della partenza carcere di Modena (gli agenti avrebbero «caricato detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta a un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo») e durante il viaggio, assieme a sputi, insulti, minacce. Non solo. A Modena, denunciano sempre i firmatari dell’esposto, i poliziotti penitenziari avrebbero «sparato ripetutamente con le armi in dotazione anche ad altezza uomo». Di questo (e dei presunti pestaggi, denunciati da altri carcerati) non c’è traccia nelle relazioni del Dap venute a galla nei mesi scorsi e neppure nelle risposte date al question time e alle prime interrogazioni parlamentari presentate (le ultime sono in sospeso da tempo, non ancora trattate dal ministro di Giustizia).

Una detenuta interpellata dal giornale del carcere di Bollate ha riferito di aver sentito due spari. Un colpo si sentirebbe nei video girati l’8 marzo fuori dal carcere emiliano. E si trovano conferme, se si cercano. Ma si stanno cercando?

Le domande sull’inchiesta

Pm e squadra Mobile di Modena quante e quali persone hanno convocato e ascoltato in nove mesi e passa di investigazioni? Che aspetti sono in corso di approfondimento? E da che punto di vista? Perché il fascicolo sulla morte di Sasà Piscitelli è passato dalla procura di Ascoli a quella di Modena? Informalmente si sa che sono stati sentiti i medici del carcere emiliano (quelli su cui ricadeva l’obbligo di visitare tutti i reclusi da trasferire, compresi Piscitelli e i tre compagni morti durante il viaggio) e un paio di detenuti (dovrebbe essere gli autori di esposti precedenti a quello dei cinque compagni), oltre a due giornaliste. Niente altro.

Il procuratore pro tempore Giuseppe Di Giorgio non si espone. «I procedimenti relativi ai singoli decessi – si limita a ricordare – sono assegnati a due colleghe, le medesime contitolari delle indagini sui disordini di quel giorno. Per il momento l’assegnazione è formalmente disgiunta, ma stanno lavorando in maniera coordinata, condividendo i risultati in vista di un’azione comune. I procedimenti (per omicidio colposo e morte come conseguenza di altro delitto, ndr) sono tutti a carico di ignoti». Dopo le autopsie, il suo predecessore, Paolo Giovagnoli, aveva confermato l’ipotesi di decessi in serie per overdose, garantendo che sui corpi (alcuni cremati, se non tutti) non erano stati trovati segni di lesioni o ferite.

«Si è parlato molto della rivolta di Modena, ma nessuno si è interrogato su cosa fosse realmente accaduto. È inopinabile che vi siano stati dei disordini ma – evidenziano i cinque firmatari dell’esposto – nessuno di noi è stato interrogato o sentito come persona informata sui fatti, partecipe o altro. Tutto si è basato sulle sole dichiarazioni delle direzioni che nulla hanno fatto per fare vera chiarezza. Le nostre dichiarazioni non sono state raccolte sminuendo di fatto la nostra persona. Il sistema carcere (…) in maniera tacita e accondiscendente tende a sminuire e tollerare atteggiamenti violenti e repressivi a opera di chi indossando una divisa dovrebbe rappresentare lo Stato. È chiaro che si tratta di una minoranza, non vi sarà mai una riformabilità efficace. Le direzioni a nostro parere sono responsabili dell’accaduto, non potendo non sapere».

Alcuni dei cinque denuncianti, se non tutti, dopo i fatti di inizio marzo sarebbero stati indagati per la partecipazione alla rivolta (dalla quale nell’esposto si chiamano fuori) e sottoposti a procedimenti disciplinari (contestati). Il collocamento a Modena potrebbe essere legato ad adempimenti istruttori ed essere provvisorio e reversibile.

* Giornalista

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