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Proteste nelle carceri palermitane

Periodo caldo nelle carceri italiane, l’ultimo avvenimento, degno di nota, vede protagonisti 11 giovani del Centro di rieducazione per minorenni Malaspina a Palermo. Domenica sera si sono barricati dentro la sala comune, luogo in cui i detenuti si recano per “l’ora di socialità”. Rivendicavano un trattamento migliore: più permessi premio e cibo dignitoso. La sommossa si è conclusa nella notte. La direzione dell’istituto ha fatto arrivare la polizia che forzato le barricate e fatto rientrare i ragazzi nelle proprie celle. L’indomani il direttore del Malaspina, ha ordinato il trasferimento di sei degli undici protagonisti della protesta. Neanche due settimane fa, sempre a Palermo, nella Casa circondariale Pagliarelli, 350 detenuti avevano indetto uno sciopero della fame. Criticavano il fatto di essere trattati come numeri e non come essere umani. Chiedevano dei servizi più efficienti: acqua calda, docce tutti i giorni, cibo dignitoso e riscaldamento adeguato. Lo sciopero della fame è durato una settimana circa, ma la direttrice Francesca Vazzana, non sembra avere recepito il messaggio. Negli ultimi mesi sono stati numerosissimi i casi di esplosioni di rabbia da parte di detenuti giovani e meno giovani. Ha fatto molto scalpore quanto avvenuto nel carcere di Airola a settembre. Il mancato arrivo delle sigarette ha fatto scoppiare subito la rivolta e gli ospiti del carcere del Beneventano, hanno cominciato a distruggere oggetti e ferire agenti della polizia penitenziaria. A dicembre a Cassino un Palestinese di 40 anni ha dato fuoco alla propria cella, pretendeva un lavoro. E ancora il caso di Velletri, un detenuto reputava inadeguate le cure che il reparto sanitario forniva. Ha iniziato a colpirsi e ferirsi con una lametta. I compagni di reparto hanno continuato la protesta barricando il piano e distruggendo telecamere di video sorveglianza e mandando in frantumi diverse finestre.
Nell’ultimo anno, in Italia, il numero di detenuti è cresciuto di tre mila unità. Con questo sono proporzionalmente diminuiti gli standard di dignità. Quello delle carceri sovraffollate è solo uno dei problemi di una mala gestione generalizzata, da nord a sud. Sono già 11 i suicidi da inizio anno e 23 i morti su un totale di 2.635 dal 2000. Possiamo continuare e dire che nel 2016 sono stati 1.011 i tentati suicidi e 8.586 atti di autolesionismo.
Questi avvenimenti non possono essere ricondotti al caso o alla follia di qualche detenuto insano di mente. Vivere tra quattro mura (chissà per quanto), guardando ciò che c’è fuori dalla cella attraverso le sbarre, vedere i familiari un’ora a settimana e alle volte non avere neanche questa possibilità. Avere paura di chiedere e rivendicare diritti per le possibili ripercussioni. Sono queste solo alcune delle pressioni psicologiche in cui i detenuti sono costretti. A fronte di tutto questo, alle volte è la rabbia e la coscienza di non avere nient altro da perdere se non le catene che danno la forza di lottare, anche dentro quelle quattro mura.
Come spesso accade, dentro e fuori i luoghi di detenzione, le rivendicazioni di bisogni primari, le azioni che hanno l’obiettivo di parlare a delle istituzioni disinteressate, vengono trattati come atteggiamenti criminosi comuni. Inutile continuare a dire che questi luoghi servono per recuperare, rieducare e reintegrare nella società soggetti pericolosi. Questi avvenimenti ci ricordano soltanto che, così come sono pensati, le galere resteranno duri e puri dispositivi di controllo sociale e repressione.

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