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Da Beirut, dopo l’esplosione

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Abbiamo fatto alcune domande ad una compagna e collaboratrice di InfoAut che risiede a Beirut su ciò che sta accadendo dopo l’esplosione che ha coinvolto il porto della città e i quartieri circostanti. La situazione è drammatica e lo scenario si evolve in fretta tra la legittima rabbia contro la corruzione e il lassismo del governo e gli avvoltoi occidentali che volteggiano sulla capitale del paese dei cedri.

L’esplosione che si è verificata nel porto di Beirut ha provocato danni enormi in tutta la città, soprattutto nei quartieri della zona est. Se prendiamo in considerazione la sola municipalità di Beirut, possiamo affermare che non ci sia un solo quartiere che non abbia riportato dei danni, i quali si estendono per un raggio complessivo di 10 km dall’epicentro della deflagrazione. I quartieri adiacenti al porto (Gemmayze e Mar Mikhael) sono andati completamente distrutti mentre tutti gli altri quartieri riportano danni ingenti, sono circa 300.000 le persone che sono rimaste senza una casa. Si scava ancora nelle macerie dove ci sono decine di dispersi, i morti ufficiali sono 157 e i feriti sono più di 5000. La situazione sanitaria è drammatica: tre ospedali situati nel centro di Beirut sono stati evacuati poiché resi inagibili dall’esplosione e tutte le strutture mediche della città hanno presto raggiunto la capienza massima prevista costringendo il trasporto dei feriti in altre città anche molto lontane da Beirut.

Parte della popolazione ha lasciato la città subito dopo l’esplosione: un po’ perché si pensava che fosse stata causata da un attacco aereo e quindi ci si aspettava dei raid successivi, un po’ per le notizie riguardanti la nube tossica che si stava sprigionando nell’atmosfera. Tuttavia, moltissime persone sono rimaste a dare una mano e hanno messo a disposizione le proprie abitazioni per coloro che si trovano in difficoltà. La città è affollata da centinaia di volontari, perlopiù giovani, che vanno in giro casa per casa ad aiutare a ripulire le case dai detriti e mettere in sicurezza gli immobili dove possibile. Tantissime reti di solidarietà sono nate e stanno nascendo per mettere a disposizione e far circolare numeri utili di elettricisti, falegnami e supporto di qualsiasi genere; numerosissime sono le organizzazioni e associazioni locali che hanno istallato presidi fissi nelle parti più colpite della città e mettono a disposizione acqua, cibo e medicinali. Il mutuo aiuto è alla base delle relazioni di questi giorni tra i cittadini libanesi e non, anche dal campo palestinese di Chatila un gruppo di volontari e volontarie si è organizzato per andare ad aiutare a rimuovere le macerie dai quartieri più colpiti.

Il governo libanese ha dichiarato lo stato d’emergenza per due settimane e dato pieni poteri all’esercito per gestire la sicurezza nazionale durante questo lasso di tempo. Ha inoltre istituito un comitato investigativo per determinare i responsabili dell’accaduto e ha preso in custodia sedici persone che sono state individuate in quanto persone informate sui fatti nel corso delle indagini che si sono svolte in questi giorni. Per adesso, esponenti politici e parlamentari fanno orecchie da mercante rispetto all’accaduto e negano di essere mai stati a conoscenza dello stoccaggio di nitrato d’ammonio nel deposito 12 del porto, ma è difficile credere ad una narrativa simile: inoltre, l’ex capitano della nave cargo che trasportava il materiale esplosivo sequestrato nel 2014, intervistato in questi giorni, ha dichiarato che le autorità libanesi fossero a conoscenza del pericolo che tale deposito portava con sé ma non hanno agito per mettere in sicurezza il carico e spostarlo lontano dal centro abitato.

I libanesi conoscono fin troppo bene la negligenza e la corruzione che caratterizzano la classe politica al governo e il suo entourage: le speculazioni rispetto ad un possibile attacco aereo o missilistico da parte israeliana sono state presto sostituite dalle notizie di quelle che sembrano essere state le vere cause della natura dell’esplosione e cioè una bomba a orologeria tenuta deliberatamente nascosta e non trattata secondo le dovute precauzioni insieme alla totale mancanza di interesse da parte delle élite politica di proteggere i propri cittadini. Che dietro l’esplosione ci sia un intervento doloso poco importa ai libanesi: quelle 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio non dovevano essere lì e il governo libanese è il primo responsabile di questa strage di Stato. Ieri sera – 6 agosto – numerose persone si sono trovate nei pressi di Ryad el-Soleh – il luogo che ha rappresentato il fulcro delle proteste iniziate ad ottobre –  per urlare la propria rabbia e per chiedere che le indagini su quanto successo non vengano svolte dal governo ma da un comitato d’indagine indipendente; come risposta sono state disperse dai militari schierati e dagli agenti di sicurezza che presidiavano il Parlamento attraverso l’uso di lacrimogeni e idranti. Sui social media circolano numerose immagini che affiancano i volti dei leader di governo a cappi da impiccagione pendenti da quelle che erano una volta le gru del porto; delle immagini inequivocabili che riflettono senza troppi giri di parole quali siano i reali sentimenti della popolazione in questo momento.

La comunità internazionale si è attivata immediatamente per mandare aiuti e fornire supporto già nelle prime ore successive all’esplosione, il Premier francese Macron è arrivato in Libano il giorno dopo la deflagrazione recandosi nei quartieri distrutti e incontrando la popolazione, la quale ha gridato a gran voce la propria rabbia verso la classe politica libanese. Da sempre Francia e Libano hanno strette relazioni commerciali, solo qualche settimana fa una delegazione francese era venuta in Libano per discutere gli estremi per un possibile supporto alla crisi economico-finanziaria che stava affondando il paese; la visita di Macron non è stata dunque una sorpresa e senza dubbio potrebbe avere un impatto sul futuro del paese dei cedri poiché si inscrive in un gioco forza che diverse potenze internazionali stanno mandando avanti da tempo in tutta la regione.

La narrazione che molti quotidiani italiani e stranieri stanno portando avanti dipinge Beirut secondo una retorica orientalista di “città dannata”, “città martoriata”, “la città senza pace del Medio Oriente” e la cui popolazione era “destinata” ad un evento simile (contrapponendo a questo una presunzione tutta occidentale che porta a pensare che qualcosa del genere non potrebbe mai succedere nelle “nostre” città europee poiché ordinate, pulite, sbiancate e lontane da fenomeni di corruzione), generalizzazioni che fanno eco alla definizione che era così comune fino a qualche mese fa di “Svizzera del Medio Oriente” e che ricorda tanto un immaginario coloniale che l’Occidente non riesce a far meno di evocare quando si mette in relazione con questa parte del mondo.

Di seguito due link di raccolta fondi organizzate da associazioni locali che lavorano con comunità vulnerabili in tutto il Libano fuori dalle logiche delle grandi organizzazioni umanitarie:

Syrian Eyes: https://gogetfunding.com/beirut-explosion-relief/?fbclid=IwAR2e1BFBH9-15INtBrIdhyRaS_dRa4OugqGqh7T9dQeg3sLRfnzj3J5S-8A 

Basmeh & Zeitooneh: https://www.justgiving.com/crowdfunding/beirutexplosion?fbclid=IwAR1-EzwSE-gFWDYoUTfjjI71N6z9jHbMLT87pFmF14hn_NN1HsVi_8tuHMo 

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