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Giovane ucciso dalle torture, crescono le mobilitazioni in Egitto

Le foto del corpo martoriato del giovane, pur con tutta la loro atrocità, hanno fin da subito iniziato a viaggiare sul web. Come avvenuto subito dopo la morte di Khaled Said (ucciso nel 2010 a seguito di ripetute percosse da parte di due poliziotti) quando fu creato il movimento “Siamo tutti Khaled Said” che contribuì a mobilitare l’ondata di proteste terminata con il rovesciamento di Mubarak; anche nel caso di Essam Atta la rete ha svolto un ruolo primario nella mobilitazione.

Poche ore dopo la morte del giovane è nata una pagina facebook intitolata “Siamo Tutti Essam Atta”, che ha creato un appuntamento per far sì che la giornata di commemorazione si trasformasse in una protesta contro le pratiche repressive della giunta militare, per non far passare in silenzio questo ennesimo caso di sopruso da parte dei militari egiziani.
Molti attivisti si sono mobilitati per andare all’ospedale del Cairo dove si trovava il corpo del ragazzo e, col suo corpo in spalla, in migliaia si sono recati verso la moschea di Piazza Tahrir. La giornata di commemorazione si è presto trasformata in un corteo terminato con uno scontro tra i manifestanti e le forze dell’ordine.

Sempre più comune nell’Egitto post-rivoluzione è il senso di frustrazione degli egiziani nei confronti di un governo che utilizza sistematicamente la tortura, in maniera tale e quale al regime del deposto Mubarak. Anche il governo che ha rimpiazzato l’ex rais continua ad uccidere e torturare, a reprimere i lavoratori in lotta e chi, nonostante i divieti, continua per mesi e mesi a battersi per una vera rivoluzione.

E’ finita ancora una volta con una sassaiola una giornata in cui ciò che più emerge è la rabbia, una rabbia verso le strutture repressive dello stato che i giovani egiziani non si sottometteranno ad accettare.

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