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Moubarak non se ne va

È una sconfessione clamorosa dei passi espliciti fatti oggi dall’esercito, o almeno da una parte dei suoi vertici, che aveva annunciato nei fatti le dimissioni del faraone per venire incontro ad una protesta tenace che non solo dopo diciasette giorni e trecento morti non dà segno di mollare ma ha iniziato a intrecciarsi con gli scioperi operai iniziati ieri (mercoledì) nelle zone industriali e diffusisi oggi a scala nazionale con la scesa in campo dei lavoratori dei trasporti, medici, avvocati. Mentre a Porto Said edifici della polizia sono stati incendiati dalla folla. Chiaro a chi e cosa sta cercando di rispondere l’esercito? E per venerdì era già convocato l’ennesimo appuntamento di massa.

Gli stati maggiori dell’esercito anticipando la notizia e impegnandosi con la piazza si sono ora compromessi. Il Concilio supremo delle forze armate – mostrandosi oggi in televisione (per la terza volta nella sua storia, le altre due nel 1973 e 1967 in occasione delle guerre antisraeliane) – si è infatti proposto anche pubblicamente come l’unica struttura effettiva di governo. La stampa non a caso ha parlato in giornata di preparativi di un colpo di stato militare soft per riportare “ordine” nel paese: in cambio alla protesta si sarebbe offerta la testa del faraone. Uno scambio tanto più significativo in quanto non si dava per scontato neanche il passaggio di consegne tra Moubarak e il suo vice Suleiman che ai militari piace poco proprio perchè non in grado di calmare la piazza.

Il gioco si fa ora inevitabilmente più duro anche all’interno del regime – qui il regolamento di conti era già iniziato – e nei rapporti con gli “alleati”. È evidente che l’esercito non parla con una sola voce se la ristretta cricca intorno a Moubarak ha potuto trovare ancora forza per fare quello che ha fatto (a meno di un suo impazzimento finale). Può essere che stia cercando di spingere la protesta ad alzare il livello dello scontro per costringere l’esercito a compromettersi con un intervento repressivo.

Tutto ciò non ha a che fare solo coi giochi interni ma con lo scontro furioso che dietro le quinte sta svolgendosi tra amministrazione Obama da un lato, che è per una transizione di potere il prima possibile e sta cercando di accreditarsi come la vera amica del change egiziano, e monarchia saudita e Israele dall’altro, questo interessato a sostenere Moubarak fino all’ultimo e quella, per evidenti motivi, a evitarne un’uscita di scena umiliante e sotto la spinta diretta della piazza.

Il passaggio preparato dall’esercito in evidente accordo con gli statunitensi era chiaramente mirato a svuotare la piazza, a ottenere con concessioni quanto non è

stato finora possibile con altri mezzi per evitare la radicalizzazione. Non è servito: vedremo se si passerà a un golpe vero. La piazza per intanto è furiosa, frustrata. Le vie fin qui seguite pur con una mobilitazione straordinaria e una tenacia impressionante non sono state sufficienti. La notte sarà lunga…

 

10 febbraio, 23.58

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