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Nuova bomba ad Istanbul, quali possibili intepretazioni?

Non passa giorno senza che arrivi una nuova notizia dalla Turchia, sempre più al centro della scena internazionale. Ieri è stata la volta di un’esplosione nella metropolitana di Istanbul, nei pressi della stazione di Bayrampasa, che fortunatamente non ha provocato nessuna vittima ma solamente qualche ferito lieve e non in pericolo di vita. Per alcuni commentatori l’obiettivo più che la stazione della metropolitana sarebbe stato una camionetta che trasportava alcuni reparti di polizia, passata nello stesso punto dell’esplosione qualche secondo prima.

 

Complicato, proprio per l’atteggiamento borderline della Turchia in questa fase, dare una lettura univoca dell’accaduto. Inanzitutto ancora non sono ancora chiari i contorni dell’accaduto: non è chiara la modalità di realizzazione dell’esplosione, nè i suoi responsabili. Va sottolineato come non ci siano ancora state dichiarazioni ufficiali governative che attribuiscano la colpa di quanto successo a qualcuno. I fatti arrivano a pochi giorni dall’omicidio di Tahir Elci, uno dei più prominenti avvocati curdi, che ha scatenato a Diyarbakir – la vera e propria capitale del Kurdistan turco – giornate di scontri e di reazione al coprifuoco dichiarato dalle autorità, ma ovviamente non è ai curdi che si guarda nel gioco delle ipotesi.

 

Da un lato l’azione potrebbe aver senso per la strategia di Daesh, che potrebbe aver voluto attaccare la Turchia al fine di farle pagare il “passo indietro” rispetto alle coperture più o meno velate che questa ha dato finora ai militanti jihadisti in chiave anti-curda e anti-Assad. Passo indietro obbligato dalla spinta franco-americana a dare una risposta forte, quantomeno nel breve periodo, a Daesh dopo gli attentati di Parigi. Sottolineare questo aspetto è importante per far risaltare come non ci sia in generale alcuna uniformità tra Turchia e ISIS, come alcune letture affermano forse un po’ troppo ingenuamente. Esiste senza dubbio un rapporto di strumentalità, una utile reciprocità che però non è strategia complessiva coincidente e talvolta entra in rotta di collisione di fronte alle mosse di altri attori, soprattutto ai livelli alti della geopolitica.

 

Allo stesso modo è evidente che quanto successo può risultare utile anche a Erdogan, sia per mantenere alta una tensione funzionale al suo processo accentratore del potere, sia per smentire “nei fatti” l’attacco di Putin nei suoi confronti; lo zar russo aveva poche ore prima accusato – come probabilmente è in verità – la Turchia di aiutare lo Stato Islamico comprandone il greggio al mercato nero. Con quanto avvenuto Erdogan può continuare a gran voce ad urlare di fronte alla comunità internazionale di essere una vittima, e non un alleato dell’ISIS cercando cosi di rilegittimarsi dopo la storiaccia dell’abbattimento del jet russo , maldigerita – aldilà delle retoriche ufficiali -da ampie componenti della NATO.

 

Una NATO che ad ogni modo si è ricompattata intorno all’alleato turco, costringendo Erdogan ad alcune mosse non mediabili. Inanzitutto la concessione di utilizzo del suo spazio aereo a Germania, Francia e USA; in secondo luogo è stato costretto ad avviare un dispositivo retorico per lui inusuale, spingendo su una de-escalation nei confronti della Russia e affermando di essere pronto ad un incontro con Putin per normalizzare la situazione, per quanto rifiutandosi alcun tipo di scusa ufficiale.

 

Putin intanto prosegue con la sua opera di sanzionamento alla Turchia, con blocchi allo scambio in ambito alimentare, turistico e culturale: sarà da vedere quanto il congelamento delle relazioni porterà allo scoppio di problematiche in relazione al gasdotto Turkish Stream, uno dei più importanti progetti geo-energetici russi e architrave della strategia anti-ucraina di lungo periodo della Federazione Russia.

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