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Sostenere la rivoluzione dei lavoratori in Egitto

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Al-Jazeera che racconta una delle prime esperienze di lotta e organizzazione operaia nell’Egitto post-Mubarak. Al di là della scelta degli intervistati di concorrere alle prossime elezioni, a differenza di altri partiti e movimenti della sinistra radicale e rivoluzionaria, ciò che ci sembra interessante in questo breve articolo è proprio la cronaca dell’organizzazione e dell’orientamento politico delle lotte sindacali in un Egitto che cacciato il proprio rais è ora alle prese con la lotta contro il regime, anche e soprattutto della crisi. D’altronde il movimento “25 gennaio” ha preso le mosse da diversi casi di immolazione, proprio come in Tunisia, di disoccupati e giovani senza lavoro che con la pratica del suicidio pubblico denunciavano con disperazione le proprie condizioni di vita.

Con lo svilupparsi del movimento e con l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale che si concentrava esclusivamente sulle rivendicazioni “Politiche” di piazza Tahrir, il terreno centrale della crisi capitalistica e della distribuzione delle ricchezze nel grande paese arabo fu messo in secondo piano fino quasi a scomparire dalle cronache e dai reportage… ma non dal vivo dei rapporti sociali e dello scontro di classe, di cui la stessa piazza Tahrir è, ed è stata espressione, insieme alla piazza di Suez, di  Alessandria etc etc etc. Avvicinandoci al Primo Maggio, che in nord africa si preannuncia una giornata importante di lotta e conflitto, con questo articolo torniamo alle origini della collera per iniziare a verificare quanti passi avanti sono stati compiuti nel post-Mubarak sul fronte della battaglia contro la crisi capitalista in Egitto.

Sostenere la rivoluzione dei lavoratori in Egitto

Empowering Egypt’s workers revolution

25 aprile 2011

E’ diventata una scena familiare in Egitto: le forze di sicurezza che tentano di tenere indietro la folla vengono rapidamente schiacciate dalle masse che gridano slogan.

Il contesto è quello di un piccolo tribunale di provincia a Shubra El-Kom, una cittadina industriale 70 km a nord del Cairo; ma lo scenario di dimensioni modeste cela in realtà un evento che segnerà la storia della rivoluzione egiziana in corso.

Il 19 aprile ha rappresentato la resa dei conti di una battaglia fra i proprietari indonesiani di una delle fabbriche tessili più importanti del paese (4 miliardi di dollari di fatturato annuo) ed i loro dipendenti, da tempo disillusi.

Furiosi per i licenziamenti, per la mancanza di misure di sicurezza sul lavoro e per i cambi turno imposti dall’alto i lavoratori hanno convocato vari scioperi sin dal 2007, anno in cui è subentrata la proprietà indonesiana.

“Non è un problema avere dei proprietari stranieri” – afferma il lavoratore Dom Atteya Mahmoud – “il problema è che ci trattano come fossimo schiavi, come dei cani”.

 

Battaglia per la nazionalizzazione

Ciò che i lavoratori chiedono è che torni la proprietà pubblica. Se ci riusciranno si creerà un precedente affinché centinaia di altre società vengano nazionalizzate, così come prevedeva la politica del governo nazionalista di Gamal Abdel Nasser negli anni ‘70.

Il caso punta sulla possibilità di stabilire l’illegittimità del contratto che sancisce la proprietà indonesiana, che l’avvocato dei lavoratori Sayid Mohammed definisce come una serie di punti prodotto della corruzione. “Hanno comprato la società per 3 milioni di dollari, quando ne valeva 174. Hanno mentito sulle condizioni ed hanno rifiutato una valutazione esterna del contratto, il che è illegale”.

In questo caso la giustizia doveva essere sospesa, poiché la corte ha indicato il 10 maggio come data del prossimo giudizio. Ma la folla non si è placata ed è rimasta per tutta l’ora successiva nel cortile ripetendo il classico slogan delle rivolte, “thowra thowra huta nasr” (rivoluzione, rivoluzione fino alla vittoria). I dipendenti della fabbrica, già presenti in numero consistente, sono stati raggiunti da altri sostenitori della battaglia.

Il nascente Partito Democratico dei Lavoratori (WDP), inaugurato a marzo, era presente con lo slogan “i lavoratori devono essere uniti”.

La folla ha poi lasciato l’edificio del tribunale per avviarsi in corteo verso una sede informale del partito; nel frattempo sono stati distribuiti manifesti e vari interventi  hanno rivendicato diritti e libertà per i lavoratori, mentre veniva servito un pranzo gratuito.Con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari a settembre vari raggruppamenti stanno lottando per raggiungere un buon risultato, ed il WPD intravede un varco.

“Non c’è un partito che rappresenti i lavoratori” afferma Kamal Khalil, portavoce del partito. Rifiuta i Democratici Sociali come residui del vecchio regime, e ritiene che i partiti giovani non abbiano abbastanza esperienza.

I suoi membri sono preoccupati dal fatto che il successo islamista minaccerà il carattere secolare dell’Egitto, e non si fida dei Fratelli Musulmani quando dichiarano che non stanno cercando di monopolizzare il potere.

Khalil ha una strategia che si compone di tre punti per ottenere il supporto dei 25 milioni di lavoratori egiziani: si identificheranno in maniera chiara con le lotte dei lavoratori, dimostrando la propria natura di organizzazione dal basso; si concentreranno nelle aree a maggior concentrazione di lavoratori, in modo da allargare la propria base; infine, e soprattutto, supporteranno e lavoreranno per la formazione di sindacati indipendenti.

 

Nuovi sindacati

Nell’era di Mubarak che si è recentemente conclusa i sindacati erano un giocattolo dello stato, una parvenza di rappresentazione che era usata per obbligare i lavoratori ad accettare un trattamento economico e condizioni lavorative spaventosi.

Ora, nella fase del post-rivoluzione, è nata la Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti.

Simile al Congresso dei Sindacati britannici (TUC), la federazione servirà da alleanza-ombrello e sarà composta di cooperative di lavoratori di tutti i settori dell’industria. Nei loro comunicati individuano come obiettivi primari le istanze su welfare, sicurezza sociale per tutti e tutte e un salario minimo di circa 200 dollari al mese.

Questo programma rappresenta un’opportunità importante per il WDP, che aspira ad allargare la propria base appoggiandosi alla nuova federazione. Hanno già ottenuto l’appoggio dell’Autorità per il Trasporto Pubblico, il sindacato di lavoratori più importante dell’Egitto.

Tuttavia all’interno del WDP ci sono preoccupazioni rispetto all’eventualità che tale rapporto diventi troppo “stretto”.

“I sindacati mirano agli interessi immediati” afferma Ahmed Shalaby, meteorologo membro del partito. “Abbiamo nil dovere di costruire il futuro e di essere concreti, per includere quante più persone possibile. Non possiamo rispecchiare alcuna (vuota) ideologia”.

Alla base della politica del WDP è la convinzione che destituire Mubarak e il suo regime era solo il primo passo verso una fondamentale riforma delle istituzioni egiziane.

Khalil vuole “una vera rivoluzione economica, democratica e sociale.”

Le loro posizioni su tasse, problema abitativo e sanità sono tutte volte a difendere al meglio la maggioranza della classe lavoratrice egiziana, così come a proporre un modello di educazione “illuminata”.

 

Politca di classe

Mentre i nemici rimangono i residui del regime caduto il WDP riconosce il fatto che per poter crescere è necessario lavorare con il sistema, fino a un certo punto.

Mentre alcune organizzazioni socialiste hanno chiamato al boicottaggio delle elezioni a settembre, per paura di regalare un vantaggio immeritato ai partiti più organizzati e affermati, Shalaby ritiene che una tale azione “ci taglierebbe fuori e non ci darebbe l’occasione di confrontarci con il popolo”.

Khalil riconosce che le elezioni siano prima di quanto lui stesso desideri, ma afferma “Abbiamo dei candidati. Saremo soddisfatti di vincere molti seggi, ma l’obiettivo principale è acquisire consapevolezza per costruire il nostro futuro”.

Per il momento i membri del partito hanno già di che tenersi occupati: si stanno concentrando sulla battaglia per nazionalizzare lo stabilimento di Shubra El-Kom, come passo strategico verso una nazionalizzazione più ampia, con 230 aziende nel mirino.

Il WDP non si oppone al principio della proprietà privata, ma punta a ribaltare lo sfruttamento di risorse cominciato con il presidente Saadat (e cresciuto esponenzialmente durante l’era Mubarak), con assetti commerciali venduti per una frazione del loro valore reale, a spese della classe lavoratrice egiziana.

Nonostante gli iscritti al partito siano attualmente poche migliaia Khalil non ha dubbi sulla forza del loro movimento, che si è dimostrata durante la rivoluzione. “Non dico che siamo stati i leader, ma negli ultimi giorni – dal 9 al 11 febbraio – sono stati i lavoratori a mettere in ginocchio il governo. Le basi sono state gettate con gli scioperi dei lavoratori (del tessile) negli ultimi 5 anni”.

Khalil individua nella prossima battaglia – l’innalzamento del salario minimo – la prova decisiva. “Se riusciamo con questa legge i lavoratori crederanno nel proprio potere”.

lavoratori hanno finalmente una voce ora, come afferma Khalil, e se partito e sindacati riusciranno ad unificare almeno una parte dei 25 milioni di lavoratori egiziani dimenticati le fondamenta del paese tremeranno ancora.

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