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“Tanto non accade nulla”. Vertigine del potere della moneta, Unicredit banca europea più a rischio ed altre vicende

“Voi banchieri siete un covo di vipere e ladri. Con l’aiuto di Dio, vi sconfiggerò”

(Andrew Jackson, settimo presidente Usa, 1815)

“La verità è che la finanza è proprietaria del governo fin dai giorni di Andrew Jackson“

(F.D. Roosevelt, 1933)

Nella ritualità dell’opposizione politica, qualunque veste questa assuma, la questione bancaria ricopre tre ruoli: quello dell’indifferenza, verso un fatto “tecnico”, comunque risolvibile quando emergerà un qualche tavolo di trattativa sul problema; quello della protesta che cerca di evidenziare l’uso sacrificale dei risparmiatori nella crisi ma non indica verso quale sistema bancario si debba andare; quello del calcolo superficiale, quello del “tanto non accade nulla” perchè, in qualche modo, le banche sistemeranno il problema tra di loro appena sfiorando la politica.

Ognuno di questi ruoli è contenuto nel rituale di metabolizzazione della crisi bancaria da parte di ogni sorta di opposizione politica. Rituale che deve condurre, come tutti i riti, alla metabolizzazione ma non alla risoluzione del problema. Si parla di una opposizione che, qualsiasi sia l’atteggiamento o la colorazione che la caratterizza, conta su due elementi di fiducia: quello che vuole che l’allargamento della platea dei partecipanti alla democrazia deliberativa non sia un metodo ma una soluzione (di tutto, anche della crisi bancaria), quello che vuole la propria base sociale, o il settore di opinione pubblica di riferimento, magari in difficoltà oggi ma con un sicuro avvenire. Una volta allargata la platea dei partecipanti alle decisioni democratiche, s’intende.

E qui il problema non sta nello scoprirsi antidemocratici ma di indicare le attuali retoriche sulla democrazia taumaturgica come un atteggiamento di cui non si sa se è più fuori dal tempo o dallo spazio. Chiedere, ad esempio, l’allargamento della platea nelle decisioni di qualsiasi natura è eticamente indiscutibile. Il punto è che le richieste di maggiore democrazia deliberativa sono diventate un feticcio, agitato più o meno dignitosamente, che non fa presa, non sposta di un millimetro nessun oggetto sulla superficie in un mondo irreversibilmente mutato. Il capitalismo è arrivato ad un punto di separazione tra la sfera dell’etica (e con lei quella della democrazia deliberativa) e della performatività, tale da rendere quest’ultima materialmente inafferrabile alla prima. Anche perchè siamo tornati dai tempi del capitalismo visto da Hilferding ma in modo nuovo: il sovrano è, come allora, la moneta solo che questa oggi gode di un livello, ed una complessità, di potere tecnomorfo e comunicativo impensabile nel passato.

La moneta ha subito infatti molte evoluzioni, e non solo perchè si è digitalizzata, nel corso dell’ultimo quarto di secolo. Tanto più con l’evaporazione, dovuta alla sua crisi materiale, della società disciplinare e dello stato. E con la crisi degli stessi istituti di controllo e governance (dei flussi di popolazione, dell’economia, della finanza) che sembravano, in qualche modo, surrogare la presa di potere politico sulla società persa dallo stato e dai dispositivi disciplinari.

La moneta ha assunto, o assunto di nuovo a seconda delle prospettive storiche con cui si guarda la questione, il ruolo di diretto strumento di governo. Come il capitale finanziario ha assunto il comando di quello economico, la moneta ha assunto il comando dei livelli di governo. Il comando del capitale finanziario sull‘economia era chiarissimo già ad Hilferding, quello della moneta sulla politica appare abitualmente meno chiaro. Ancora oggi la moneta è considerata solo uno strumento di pagamento e non uno che incorpora la funzione politica.

Una crisi bancaria è quindi una crisi politica. Ma non nel senso tradizionale del termine. Quello che chiama la politica istituzionale a farsi carico delle degenerazioni di un sistema di circolazione del denaro. Questo genere di politica è azzerata da tempo, annichilita dall’evoluzione giuridica, tecnologica e delle modalità di codificazione del valore monetario. Quindi la politica oggi o la fa la moneta o non la fa nessuno. Se è in crisi la moneta lo è anche la politica da lei governata. Il resto è opinione pubblica. Un esempio? La politica, nazionale ed europea, delle infrastrutture è condizionata direttamente dalle difficoltà del capitale di concentrarsi in masse sufficienti a riprodurre profitto tramite piani industriali. Dalla governance, i cui livelli e dispositivi di decisione sono subordinati ai piani finanziari, al governo che può solo spostare qualche voce nelle leggi di stabilità, è il livello di potere presente nella moneta che governa le decisioni. L’arte di governo oggi è saper interrogare la moneta per i margini decisionali che contiene. Il resto è marketing.

Per non parlare della politica sanitaria che è, prima di tutto, una politica di bilancio: in questo modo il biopotere risponde al potere in ultima istanza dei project-financing (a loro volta prodotto dell’incrocio di produzione di valore tra immobiliare e moneta). O della microfisica del potere: la disponibilità del credito, dai fidi bancari ai mutui, condiziona e disciplina i comportamenti in modo più efficace della vecchia società disciplinare. Della quale si ricordano la tendenza all’insubordinazione e alle rivolte mentre oggi, quando la moneta regola da sola la microfisica dei comportamenti, la docilità regna sovrana sulla superficie delle nostre società. La moneta non è quindi un fatto tecnico, risolvibile con qualche decreto magari spinto dalla foga di Facebook, per chi vive o nel passato o in un mondo costruito a colpi di fantasia. La moneta è valore che si è annesso la funzione politica. Senza l’incomodo delle primarie o del doppio turno o dei colpi di stato. Per questo le banche centrali più che essere regolate dalle costituzioni, le regolano. Come in Italia, quando l’obbligo del pareggio di bilancio è stato messo in costituzione. Da istituzioni bancarie che appaiono intoccabili dalla democrazia deliberativa perchè detengono il potere, in ultima istanza, su ciò che accade nelle tasche dei deliberanti. Ad un solo dio sono sottomesse le banche centrali: una sorta di ircocervo fatto di fondi pensione ed hedge fund. Ma si tratta di una relazione di sottomissione che, vista nella sua interezza, detiene potere monetario e politico assieme. Too big to fail, troppo grandi per fallire non è l’eccezione del 2008. Ma la norma imposta dalla filiera del potere monetario che si è sussunto quello politico. E‘ la norma a partire dagli anni 90, la norma fondamentale che regola la subordinazione della politica alla moneta. Poi che la norma si regoli con i canoni del bail-out o del bail-in è altro tema. Mentre il resto è per i sondaggi.

Ma andiamo allo specifico della questione bancaria. Sapendo che quella italiana fa parte delle crisi bancarie planetarie, delle convulsioni globali della moneta di una currency war planetaria senza esclusione di colpi. Sapendo anche che il potere di governo della moneta è diverso da quello politico. Dove quest’ultimo, assieme al potere disciplinare, tendeva ad essere universale, il potere di governo della moneta tende ad essere differenziale. Si esercita e si concentra solo dove c’è estrazione e circolazione di valore. Per questo ampie fasce di società ne solo escluse. Nel momento in cui la moneta assume direttamente potere di governo lo esercita solo dove c’è valore. Ciò che rimane è terra di nessuno. Siamo infatti di fronte ad una crisi di un governo che conosce già molte terre di nessuno. Vediamone alcuni aspetti europei ed italiani.

2.

Si tratta prima di tutto, di entrare in analisi come queste

http://bruegel.org/2016/02/the-european-central-banks-quantitative-easing-programme-limits-and-risks/

Nello specifico, l’istituto Bruegel, che si occupa di governance europea e finanziaria da anni in senso mainstream ma di alto livello, pone alcune questioni che riguardano il quantitative easing europeo. Ovvero l’iniezione di liquidità che la banca centrale di Francoforte fa, dallo scorso anno, per sostenere la finanza, le banche e, in ultima istanza, il credito alle imprese. Da un quarto di secolo, ovvero dallo scoppio della bolla immobiliare giapponese, queste politiche hanno sortito effetti molto simili: hanno allargato la liquidità disponibile per gli attori finanziari, gonfiato le bolle speculative a giro per il pianeta e congelato l’economia. Si tratta della interpretazione contemporanea della trappola della liquidità di Keynes: chi ha i soldi li accumula e li fa circolare nelle borse e non li investe nell’economia. Anche perché, va aggiunto in senso marxiano, è dall’economia che partono le criticità sistemiche: inutile metterci i soldi. Il punto specifico, qui però è la crisi bancaria come crisi politica, di un potere politico, nuovo e vecchissimo assieme. Un potere che fatti fuori i poteri politici tradizionali (compagni di strada di lunghe epoche), non solo è instabile ma anche governa, con le proprie instabilità, a macchia di leopardo, già escludendo a priori l’intervento su ampie fasce di società. La moneta domina sul politico, ma la sua rete logistica (le banche) è in difficoltà. Almeno in Europa.

Infatti non a caso Bruegel scrive, al punto 2.4 del documento, che, secondo le regole che si è data la Bce, è possibile un estensione del programma di Quantitative Easing. A copertura delle banche che siano troppo esposte con i loro bond intesi come collaterali. Cosa vuol dire? Semplice, che c’è un vasto mare di debiti, a giro nella finanza globale, garantiti da bond delle banche europee. Se salta la solidità dei bond delle banche europee, assieme salta il debito che si serve di questi bond come garanzia. Quindi salta tanta spina dorsale finanziaria del pianeta. In termini contemporanei: roba che fa più danni economici prima, e sociali poi, di un bombardamento su larga scala . E per questo, la Bce prevede, nel Quantitative easing, acquisto di bond bancari presso banche europee. Infatti, per avere un’idea, di cosa accade quando le crisi finanziarie si fanno estreme, ecco una simulazione degli effetti, sulla distruzione economica di un paese, di una guerra finanziaria. Solo che, a differenza della simulazione che riguarda la guerra finanziaria tra stati, oggi gli stessi effetti li fa il mercato. E in Italia dovremmo sapere qualcosa della capacità distruttiva delle crisi finanziarie e bancarie visto il calo di circa il 25 per cento della produzione nazionale in meno di nove anni.

In altre parole: per stare sul piano di comando di tutti i poteri la moneta, assieme ai suoi derivati, ha quindi pagato il prezzo di una seria instabilità distruttiva. Il comando e la vertigine. La crisi dei titoli bancari europei dal primo gennaio è parte del prezzo, pagato in termini di instabilità, di cui è composta questa vertigine. La crescita degli indici di rischio delle banche continentali certifica il tutto. E la Bce, nel Quantitative easing, ha cercato di costruirsi un’arma preventiva verso più grosse catastrofi bancarie, fatta di acquisti di bond dalle banche.

Ma quando Draghi dice “le banche europee non hanno bisogno di capitalizzazione” vuol sortire due effetti: il primo di non ammettere che la crisi del sistema bancario è arrivata al punto limite, altrimenti si scatenerebbero panico e speculazione. Il secondo di non trovarsi di fronte a un programma che, di fatto, negherebbe la politica che si è data l’Unione Europea dal primo gennaio 2016. Mentre il Quantitative Easing, come visto da Bruegel, prevede comuque acquisto di bond bancari da parte della banca centrale europea, il bail-in della banche europee prevede il sanzionamento di azionisti e risparmiatori. Due politiche diverse, una prevede l’intervento pubblico, che pagheranno poi i cittadini come tassa, mentre l’altra il sanzionamento dei privati, che pagheranno i cittadini come risparmio evaporato. Cose comunque difficilissime da coordinare se la situazione precipita. Inoltre, devono essere chiare le proporzioni materiali di ciò di cui si sta parlando: la sola Deutsche Bank, entrata di nuovo in crisi, detiene titoli tossici pari a 20 volte il Pil tedesco. Coordinare politiche contradditorie con giganti dei titoli tossici che si agitano in preda a convulsioni non è uno scherzo.

Altro che missili: il problema di salvataggio delle banche rischia così di avviare l’implosione stessa del sistema bancario continentale e dell’Unione Europea. Ma non è finita: si è aperto il conflitto in Europa, da tempo, su come comportarsi nei confronti della crisi dei debiti dei singoli stati. Le modalità di questo salvataggio possono essere esplosive, e sono ricalcate dal modello del bail-in bancario che, entrato in vigore dal primo gennaio, ha contribuito ad accelerare la crisi delle banche europee.

http://www.wallstreetitalia.com/piano-germania-sui-bond-sovrani-fara-saltare-in-aria-leuro/

In materia di debito dei singoli stati Draghi ha detto che è presto per parlare di debito dei singoli stati. Fa bene a non alimentare tensioni perché l’Europa è di fronte ad una crisi bancaria che può alimentare quella del debito europeo, e quindi della stessa Ue. Oppure di fronte a una crisi materiale della Ue, e quindi del debito europeo, che può alimentare quella delle banche.

L’aspetto da non trascurare, per niente, è che in questo scenario la speciale classifica delle banche a rischio vede in testa due italiane: Unicredit e Mediobanca.

http://www.wallstreetitalia.com/crediti-sono-italiane-le-due-banche-piu-rischiose-in-europa/

Certo, Unicredit, pur non essendo una piccola banca, detiene di gran lunga meno titoli tossici di Deutsche Bank. Ma non ha dietro il grande fratello del sistema tedesco (finanziario e politico). E quindi è la prima a rischio secondo la classifica che guarda al costo delle assicurazioni (i famigerati Cds che hanno scatenato la crisi del 2008). Insomma, in questa crisi seria, sistemica europea, l’Italia è particolarmente a rischio e la politica, e qui si testa la consistenza delle opposizioni, non realizza questo problema. Oppure nasconde, dietro una cortina di banalità anche perchè non saprebbe cosa fare. Il comando è altrove.

La crisi bancaria italiana è quindi una crisi politica in questo senso: la crisi del vero livello di comando della politica. Quello in cui in ceto politico della prima repubblica si è silenziosamente infiltrato, con la riforma Amato, dall’inizio degli anni 90. Se il comando passava dalla politica alle banche, come avvenne, allora il ceto politico si infiltrò nelle fondazioni bancarie. Testimonianza di quel passaggio è il fatto che l’attuale segretario dell’ABI, associazione bancaria italiana, è stao segretario del PLI, partito della prima repubblica.

Il comando del ceto di potere italiano nelle banche, già devalorizzato dai poteri della banca centrale delegati a Francoforte, è oggi seriamente minacciato, nella sua consistenza materiale, dalla possibile portata di questa crisi. Stiamo parlando del livello di comando nel quale si intrecciano i soliti poteri corporativi di questo paese (clientelari, tecnici, professionali magari denominati in inglese). Ma lo stesso potere corporativo e clientelare italiano è subordinato al potere della moneta contemporanea. E quando la sua circolazione, la sua rete logistica bancaria entrani in crisi entrano in crisi i poteri di sempre, quelli che si sono adattati alle mutazioni tanto da sembrare immmutabili. Eppure abbiamo la forte crisi di Unicredit, ufficialmente innominabile come tale eppure come abbiamo, quella di Mediobanca pure, quella del Monte dei paschi è però diventata proverbiale. Ma, nonostante questo, le dimensioni e la portata di quanto sta rischiando questo paese, il livello di riposta alla crisi è da parodia.

Lo si vede dalla riforma credito corporativo, da tempo richiesta da Bruxelles e Francoforte. La si fa, mantenendo delle eccezioni ovvero dando la possibilità di rimanere come sono alle banche cooperative presenti nei feudi di potere dell’attuale governo

http://www.termometropolitico.it/1208058_banche-credito-cooperativo-i-punti-critici-della-riforma.html

E‘ chiaro il profilo: nella crisi, violenta, in Italia c’è il tentativo di mantere il capitalismo di relazione, dove il potere della moneta si intreccia con ciò che rimane del ceto politico. Dove la fine della prima repubblica ha disegnato i contorni del potere che, dall’inizio degli anni 90, è arrivato fino ad oggi. Solo che qui non c’è alcuna risposta alla crisi ma il tentativo di tenere qualche feudo, qualche ridotta, qualche riserva dei vecchi poteri. Di cui il renzismo, marketing a parte, rappresenta un tentativo di sopravvivenza. Il “tanto non accade nulla“ è il mantra anche di questo settore di società, che si fida delle proprie mosse. Intendiamoci, non che il capitalismo anglosassone non sia, o sia stato, di relazione. Dove la componente relazionale ha un peso nelle evoluzioni del mercato. L’unica differenza che il capitalismo globale, erede del capitalismo di stampo anglosassone, è un capitalismo di relazione di chi comanda.

Gli scenari, in questa situazione europa di nuovo piena di rischi sono due: il botto stile 2008, dovuto alle gravi contraddizioni del mercato globale, o un nuovo congelamento alla giapponese (tanto che la Bce e la Bank of Japan hanno cominciato ad adottare politiche simili): immissione di liquidità in modi nuovi, magari che sciolgono, o differiscono nel tempo le forti contraddizioni interne al sistema bancario europeo. Occhio però ad un dettaglio: il Giappone ha congelato una situazione di piena occupazione, nel calo dei consumi in un quarto di secolo, l’Europa congelerebbe qualche generazione di disoccupati, di precari e distruzione dello stato sociale. Occhio anche ad un altro dettaglio: il differimento della crisi prepara solo l’immediato futuro di tutti noi. E noi oggi siamo il frutto del differimento delle crisi degli anni ‚90. Se ci sarà il differimento alla giapponese il “tanto non è accaduto nulla“ sarà tantomai errato. E non solo perchè un sovrano che non ha alcun interesse a curare i sudditi, come la moneta, sarò rimasto in piedi. Quando all’ipotesi di un nuovo crack sistemico, semmai la scopriremo vivendo.

Non siamo di fronte a problemi che i sondaggi rilevano, che si risolvono con i flash mob, la democrazia deliberativa, con i referendum o su facebook. Non si risolveranno con una conferenza concertativa. E’ un nuovo livello della politica, e della crisi, che farà soffrire molto, su tutti i piani, chi non è in grado di arrivare su quel piano di complessità. Quello in grado di rivaleggiare con la dimensione performante e tecnomorfa del capitalismo. Oltretutto c’è il rischio di soffrire senza avere punti di riferimento. Perchè la moneta è un sovrano che punisce, a differenza del potere politico classico che per farlo ha bisogno di cerimonie che lo rendano riconoscibile, senza bisogno di evidenziare che il potere politico è in mano sua. Mentre buona parte della società vive di fantasie proprie, di suggestioni da social network attribuendo cause immaginarie o mitologiche a questioni che invece sono straordinariamente terrene. Pur abitando nel mondo invisibile dei mercati finanziari.

nique la police

da senzasoste.it

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