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Ucraina: l’Europa spinge verso la guerra civile?

La contesa che si gioca in Ucraina tra europeisti e russofili abita infatti una linea di faglia pericolosa (come tutte le linee di faglia) che contrappone la popolazione russofona delle regioni sud-orientali a quelle di cultura e lingua

polacca delle regioni nord-occidentali (qui di fianco i risultati delle elezioni del 2010: in giallo il voto per Tymoshenko, in blu quello per Yanukovich).

Sotto sentimenti popolari e etnizzati cova però anche la contrapposizione tra sfere d’influenza politico-militare ereditate dalla Guerra Fredda: l’allargamento della Nato verso Est, supportata con leggerezza e spregiudicatezza dai paesi dell’ex Patto di Varsavia in contrapposizione alla necessità di difendere la propria area di influenza da parte della Russia putiniana.

Queste tensioni rischiano però seriamente di pregiudicare un delicato equilibrio politico che rischia di spaccare in due la nazione ucraina, ripetendo gli errori che l’Europa già commise (ben consapevole) nell’innescare le dinamiche che portarono alla disgregazione della ex-Jugoslavia. Se è certo che la popolazione che abita i territori della Galizia (regione situata tra Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania) e il distretto della capitale Kiev è risolutamente orientata per l’ingresso nell’Ue, le regioni geograficamente più vicine alla Russia e alla Moldavia si sentono invece più protette dalla sfera d’influenza tradizionale.

In tutto questo si gioca il malinteso per cui gli ucraini e le ucraine filo-Ue credono di poter ottenere una maggiore libertà di movimento verso l’Europa quando, nella  firma del trattato di Vilnius (la crisi è scoppiata in seguito al rifiuto di Yanukovich di sottoscrivere accordi eccessivamente svantaggiosi per il suo paese) in nessun caso è questo ad essere in questione ma solo più vantaggiosi contratti energetici per l’Unione Europea, che interessata e miope soffia sul fuoco, rischiando di trasfornare un fuocherello circoscritto in un ben più pericoloso incendio.

Ascolta il commento di Giulietto Chiesa ai microfoni di Radio Blackout

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