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“Via la giunta militare! La rivoluzione continua!”

“Il popolo vuole spazzar via la giunta militare, siamo scesi in piazza per smetterla con le scuse, la rivoluzione non è finita!”

Così parlano alcuni manifestanti di Piazza Tahrir dello scorso venerdì, in una giornata di grande mobilitazione del popolo egiziano, che non si arrende a una rivoluzione “finta”.
Gli egiziani esigono un cambiamento reale, una rottura netta di tutti i legami ancora esistenti col vecchio regime che tuttora controlla il Paese attraverso la giunta militare al governo.
Il regime infatti ormai da mesi lancia proclami sterili senza però agire: sulle riforme, sulla fine del corporativismo, sul cambio della dirigenza politica e sindacale, sulla censura e su tutte le richieste emerse in mesi di mobilitazione in piazza Tahrir. Soprattutto sulla formazione di un nuovo governo civile il generale Tantawi e la sua giunta militare restano in silenzio, facendo finta di dimenticare il loro ruolo “transitorio” e cercando di mantenere un potere forte nel paese nonostante la piazza richieda una vera sovranità popolare fondata sulla giustizia sociale.

Queste alcune delle voci da Tahrir:
“Esigiamo giustizia, non intravediamo alcun cambiamento, continueremo perciò a scendere in piazza finché le cose non cambieranno”.
“Senza giustizia statale, la giustizia verrà da qui, dalla piazza”.
“Vogliamo un consiglio civile, la caduta del consiglio militare, una nuova costituzione, l’immediata restituzione dei soldi rubati al nostro popolo”.
“Siamo contro ogni tipo di riconciliazione col vecchio regime, ma per noi da oggi non comincia una seconda rivoluzione, è la stessa che continua”.
“Vogliamo giustizia, tutti i colpevoli devono essere processati”.
“Chi si è reso complice dell’uccisione di manifestanti, delle torture, degli arresti indiscriminati di chi lottava per avere diritti deve essere duramente perseguito”.

Le uccisioni da parte dei soldati e dei criminali scarcerati apposta dal regime sono ormai più di ottocento secondo Amnesty International, molti sono i casi di torture e alcuni rivoluzionari egiziani sono ancora adesso nelle prigioni militari.
Che la rivoluzione non si fosse fermata era confermato dalle innumerevoli mobilitazioni sindacali che hanno scosso fortemente il paese, insieme alle proteste universitarie e al grande corteo che il giorno della Nakba ha attraversato il Cairo dopo il divieto di andare ai confini palestinesi da parte della giunta militare. Ancora una volta il popolo egiziano, così come i popoli arabi dell’area, si è dimostrato capace e forte nella lotta, al punto di morire per la liberazione della Palestina.

“Questo venerdì è stato solo un avviso, il prossimo venerdì saremo molti di più; ai nemici del popolo egiziano che cercano di distruggere la rivoluzione o di dividerci tra musulmani e cristiani, diciamo: la nostra protesta oggi è silenziosa, ma venerdì prossimo vi sembrerà la calma prima della tempesta. Ci solleveremo contro chiunque mediti intenti controrivoluzionari”.

E’ significativo che questa ripresa delle grandi mobilitazioni avvenga proprio nei giorni del discorso di Obama che si è detto “disposto a supportare le democrazie nascenti nel Medio Oriente” mettendo a disposizione delle “novelle democrazie” un fondo di finanziamento che assomiglia molto a un tentativo di perpetuare il sistema di controllo dell’area; ma sembra che il popolo egiziano non abbia intenzione di stare a guardare: è finita l’epoca in cui i popoli arabi erano semplici spettatori del dominio occidentale, Obama e i vecchi regimi dovranno fare i conti con un protagonismo delle masse che, pur a distanza di mesi dall’inizio della rivoluzione, non accenna a diminuire.

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