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Deposito scorie: perché no?! (con G.Ferrari) – VOCI DALL’ANTROPOCENE

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La lista delle 67 località indicate dal governo come potenziale sito per il deposito unico nazionale di scorie nucleari ha risvegliato incubi mai sopiti.

Com’è ovvio, l’ipotesi di diventare la pattumeria radioattiva d’Italia non piace a nessuno e da ogni territorio si sono già levate le dichiarazioni contrarie delle amministrazioni locali, pronunciatesi perlopiù secondo il canovaccio della difesa localista interessata solo a evitare il danno nel “proprio giardino”. Si può quindi assistere alla destra piemontese, al governo della regione e da sempre pro-nucleare, promettere assistenza legale e politica alle rappresentanze istituzionali dei territori interessati. (Ma il copione sembra più o meno identico nelle altre regioni).

Su un altro piano stanno iniziando a muovere comitati, collettivi e soggettività politiche antagoniste per tentare di portare un altro discorso, sistemico e valido per tutti, per opporsi alle decisioni che dall’alto tenterannoranno d’imporre la sciagura nucleare in un punto del paese. Consapevoli che la questione del deposito di scorie è oltremodo delicata e spinosa da maneggiare. Perché, se l’opposizione al nucleare come modello energetico dovrà continuare ad essere “senza se e senza ma”, il problema di come gestire un rifiuto già esistente perché già prodotto (dal presedente ciclo nucleare chiuso dalle lotte di massa, coronate dal referendum del 1987) impone considerazioni e scelte più complicate.

Ma la fretta mostrata dal governo in carica puzza di ambiguità e totale assenza di considerazione per le popolazioni interessate: perché vengono dati 60 giorni per sbrogliare una matassa di documenti sterminata e le “consultazioni democratiche” si riducono, come quasi sempre accade quando si tratta di scaricare le esternalità negative che il capitalismo produce sui singoli territori-pattumiera, a qualche compensazione monetaria o singoli avanzamenti di carriera per gli amministratori locali che si fanno catturare dalle promesse del dialogo.

Ragion per cui l’unica vera risposta politica sensata, egualitaria e realmente dalla parte delle popolazioni interessate, sarà la resistenza in prima persona esenza mediazioni, perché solo ponendo un problema di rigidità ed ordine pubblico sarà possibile ottenere un modo più corretto di affrontare un problema già presente perché prodotto da questo tipo di società. Ben sapendo che la questione della gestione degli scarti e del modello di produzione dell’energia “di cui abbiamo realmente bisogno” (quanta?, prodotta come? per fare cosa?) interroga l’organizzazione complessiva delle società in cui viviamo.

Di tutto questo abbiamo discusso in una lunga intervista con Giorgio Ferrari, tecnico nucleare e militante anti-nuclearista dagli anni ‘70.

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Sui temi che Giorgio affronta nell’ultima parte dellla chiacchierata segnaliamo:

Scenari globali: le aspettative mal riposte delle nuove tecnologie – di Giorgio Ferrari

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(Aggiungiamo inoltre – non mandata in onda lunedì per mancanza di tempo – un altro pezzo dell’intervista a Giorgio, in cui prova a rispondere sulla temporalità sospetta della proposizione governativa e sulle profonde incertezze circa il deposito definitivo delle scorie, non ancora conoscibile… Buon Ascolto!)

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Da Voci dall’Antropocene – Radio Blackout

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