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Neve, come l’8 dicembre di sedici anni fa

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Oggi siamo in cammino, con un lungo serpentone che si snoda da Borgone, tra case e prati, verso il cantiere di San Didero.
Quel giorno, fermati a suon di manganellate al Bivio dei Passeggeri, scendemmo su Venaus attraverso i viottoli dei boschi, fino alle recinzioni del cantiere appena sorto e subito smantellato dall’impeto di una lotta popolare che muoveva i primi passi.

Di Nicoletta Dosio

Allora una marea di passi volti e voci, abbattute le reti che cingevano i terreni espropriati, si riprese terra e diritti .
Ora quelli che erano poco più che nastri colorati sono diventati muri e cancelli sormontati da filo spinato, protetti da mezzi militari e da un esercito in assetto antisommossa, ma la lucida rabbia di quel tempo ormai lontano è sempre viva. Ad alimentare questa nostra lotta di lunga durata ci sono il vigore e l’entusiasmo dei nostri figli e nipoti che, non solo metaforicamente, hanno preso la testa del corteo.
Lasciato l’abitato, avanziamo nella campagna.
La neve cade lenta su un paesaggio dolcissimo di prati, boschi, piccole cascine. Anche questa bellezza è in pericolo : tra le “opere di compensazione” TAV è stata inserita una nuova strada, che passerebbe proprio qui, a cancellare il presidio di Borgone nato su questi terreni, quando, nei primi mesi di quel lunghissimo e indimenticabile 2005, la società promotrice della Torino-Lyon tentò invano il primo esproprio per iniziare le trivellazioni. La piccola costruzione di legno fu ridotta in cenere da un incendio doloso, ma subito ricostruita dal Movimento NO TAV che si prepara a difenderla ancora.
La manifestazione, iniziata sotto una fitta nevicata, finisce sotto l’acqua degli idranti e la pioggia dei lacrimogeni.
Il piazzale antistante il presidio di San Didero si trasforma rapidamente in un mare di fumo velenoso, mentre i proiettili CS piovono spessi sui gruppi che tentano di avvicinarsi al fortino, sulla folla di manifestanti che continua ad arrivare, sulle auto nei parcheggi, sulla statale bloccata da cordoni di scudi e manganelli, sulla piccola accampata di tende che distribuiscono caldarroste e vin brulé.
Intanto, nella sera che si rasserena, emergono le montagne innevate presto inghiottite dall’ombra.
Dall’alto la falce di luna crescente guarda, assorta.

 

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pubblicato il in Crisi Climaticadi redazioneTag correlati:

Nicoletta Dosiono tav

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