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Nucleare: vecchi rischi e falsi miti sul tavolo della transizione energetica

Lo scorso 6 novembre si è svolto presso il ministero degli affari Esteri e della cooperazione internazionale l’evento inaugurale del World Fusion Energy Group (WFEG). Il summit, incassata l’assenza per malattia della premier Giorgia Meloni, la quale non ha comunque mancato di far pervenire il suo appoggio al mirabile consesso per voce del sottosegretario Alfredo Mantovano, ha visto la partecipazione di numerosi esponenti del governo, tra cui il ministro degli esteri Tajani e quello dell’ambiente Fratin. Che la prima riunione del gruppo si sia tenuta a Roma non è questione casuale, testimoniando che, se fino a ieri il rilancio del nucleare in Italia sembrava relegato alle uscite, un po’ da battitore libero sul tema, di Matteo Salvini e pochi altri, oggi, almeno nelle intenzioni del governo, sembra assumere una concretezza diversa. A riprova di ciò nell’ultimo anno il governo ha posto le basi per il rilancio delle ricerche del settore con la creazione della Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile, fatto che, tra le altre cose, ha trovato il plauso di Confindustria che da tempo ormai, per bocca del suo presidente Emanuele Orsini, chiede a gran voce il rientro dell’atomo nei piani energetici nazionali, per assecondare i mai sopiti appetiti di quelle aziende che più avrebbero da guadagnarci da un rilancio del settore, e dunque Enel, Ansaldo e Leonardo.

Ma se un rilancio del nucleare in Italia sembra essere un’ipotesi reale, a cui dovremmo essere pronti a rispondere, il piano della concretezza viene totalmente abbandonato allorquando si inizia a parlare di un prossimo utilizzo della fusione per la produzione di energia, come affermato dal sottosegretario Mantovano all’atto di leggere il discorso della convalescente Meloni. Mantovano, a questo proposito, ha infatti esplicitamente parlato della possibilità di «produrre con la prima centrale a fusione, l’energia sufficiente a soddisfare i consumi annuali di circa un milione e mezzo di famiglie, entro il 2050». A tali dichiarazioni hanno fatto eco altre esternazioni del tutto simili dei presenti Tajani e Fratin, a cui si è aggiunto il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) Mariano Grossi.

Per comprendere la portata delle castronerie dei sopra citati ministri basta dare uno sguardo alla storia della ricerca sulla fusione fino ad oggi.

È infatti bene ricordare che di fusione nucleare si è iniziato a parlare oltre settant’anni fa, quando nell’immediato dopo guerra, nella più generale corsa agli armamenti tra Usa e Urss sono iniziati i test per la produzione delle prime bombe termonucleari, evoluzione delle bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti sul Giappone, ed in grado appunto, a differenza di quest’ultime, di non limitarsi a generare la fissione dell’atomo, ma di innescare una reazione a catena con cui si ottiene appunto la fusione.

Se la fusione da allora rappresenta, ahinoi, una solida realtà in campo militare, il tentativo di controllare il processo di fusione rendendolo dunque utilizzabile in campo energetico non ha prodotto, nonostante decenni di studi e gli esorbitanti finanziamenti pubblici, alcun risultato degno di nota che lasci prospettare un suo imminente utilizzo produttivo.

Le questioni essenziali da sapere per quanto riguarda gli studi sulla fusione, senza volersi addentrare in questioni tecniche particolarmente complesse, possono essere sintetizzate come segue.

Ad oggi i principali progetti di ricerca nel campo della fusione si sono sviluppati su due differenti metodi:

  • il primo si basa sul confinamento magnetico di un plasma ottenuto dalla fusione di Deuterio e Trizio (DT) in macchine di grandi dimensioni del tipo Tokamak, di cui l’impianto ITER in costruzione in Francia rappresenta ad oggi l’esperimento più avanzato;
  • il secondo si basa invece sul confinamento inerziale (FCI), ottenuto concentrando su un corpo grande quanto un granello di pepe (pellet), composto sempre da D e T, enormi energie, tipicamente generate da super laser che, comprimendo e riscaldando il DT a milioni di gradi, innescano la fusione nucleare. Leader a livello mondiale per quanto riguarda questo metodo sono invece gli Stati Uniti grazie al progetto National Ignition Facility (NIF) con sede presso il Lawrence Livermore National Laboratory in California.

Entrambi i processi presentano aspetti critici di difficile superamento; se il problema principale del confinamento magnetico sono infatti le altissime temperature che si devono raggiungere, superiori perfino a quelle del sole, a cui si aggiunge la difficoltà a mantenere il plasma stabile e isolato dalle infrastrutture, per quanto riguarda il confinamento inerziale il problema principale riguarda la discontinuità della tecnologia one shot, che implica la necessità di sviluppare una macchina in grado di “sparare” impulsi di energia su una successione di pellets con una frequenza di varie volte al secondo, ipotesi che al momento sembra tecnologicamente ancora meno realistica del confinamento magnetico del plasma.

Tuttavia, l’ultima volta in cui si è sentito parlare di fusione al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori, a balzare agli onori della cronaca fu proprio il laboratorio di Livermore in California, specializzato sul confinamento inerziale. Era il 5 dicembre del 2022, e secondo la pomposa campagna di stampa del Dipartimento dell’Energia statunitense si era di fronte a un passaggio epocale, «la più imponente impresa scientifica del XXI secolo», pietra miliare nel tentativo ultradecennale di ottenere energia pulita e illimitata dalla fusione nucleare. Il clamore mediatico era dovuto al fatto che un esperimento del NIF aveva prodotto, per la prima volta nella storia, un energy gain positivo, dal momento che dai 2,05 Mega Joul (MJ) di energia sprigionati dai laser sull’obiettivo la fusione aveva originato 3,15 MJ, con un guadagno, dunque, di 1,5 volte.

Tutto sembra filare peccato solo che nel trionfalismo generale ci si è dimenticati di specificare, come spiegano Giorgio Ferrari e Angelo Baracca, che per attivare i 192 laser che hanno innescato la reazione ci sono voluti 300 MJ, cioè un’energia 150 volte superiore a quella fornita dall’impulso e 100 volte superiore a quella ottenuta con la fusione.


La Stampa, lunedì 14 agosto 1978: già allora il controllo della fusione veniva prospettato come possibile entro dieci anni

La Stampa, lunedì 14 agosto 1978: già allora il controllo della fusione veniva prospettato come possibile entro dieci anniDa allora, grandi passi in avanti, checché ne pensi o faccia intendere il governo italiano, non ve ne sono stati, per cui parlare della possibilità di un utilizzo commerciale dell’energia da fusione entro il 2050, o addirittura entro 5-6 anni secondo le previsioni ancora più audaci del direttore generale dell’AIEA Mariano Grossi, è pura propaganda priva di alcun fondamento. Di conseguenza, l’insistenza del governo Meloni nel voler ritagliare per l’Italia un posto al sole nella ricerca sulla fusione – sempre la fusione aveva infatti tenuto banco già in occasione del G7 su clima, energia e ambiente svoltosi alla reggia di Venaria lo scorso aprile – sembra essere a tutti gli effetti il goffo tentativo di indorare la pillola, facendo rientrare dalla finestra il nucleare old school, quello da fissione, unica energia atomica ad oggi realmente esistente, che le lotte di massa, i blocchi alle centrali degli anni ’70 e ’80 e ben due referendum sembravano aver mandato in soffitta.

D’altra parte, l’atteggiamento del governo italiano potrebbe non essere un tentativo isolato e, anzi, un nuovo innamoramento dell’occidente per l’atomo è cosa più che plausibile.

Dando uno sguardo al passato ci accorgiamo, infatti, che una prima decisa virata in favore dell’atomo avvenne all’indomani della crisi energetica del ‘73, con ciò rappresentando il tentativo dell’Occidente a guida statunitense di rilanciare un nuovo ciclo di valorizzazione del capitale che le lotte del proletariato europeo, le lotte decoloniali e i costi dell’imperialismo avevano messo in forte crisi. Se si escludono le lotte del proletariato europeo, che al momento, quantomeno su grande scala sembrano essere al palo, gli altri due elementi del quadro non sembrano poi così diversi dalle coordinate con cui è possibile leggere il presente.

E se è vero che i facili parallelismi con contesti storici differenti lasciano spesso il tempo che trovano, è pur vero che nella partita odierna in cui il modello occidentale sembra essere messo sempre più alle strette da porzioni di mondo che premono in varie forme per una diversa distribuzione del surplus globale, la tecnologia nucleare potrebbe essere l’alleato in più per l’occidente per imporre una transizione energetica che, reggendosi su tecnologie occidentali, sia in grado di perpetuarne le dinamiche di dominio.

Staremo a vedere, ma siamo pronti a scommettere che, grattando via la superficie fatta di retorica green e rinnovabile friendly, la transizione tutta elettrica, per cui tanto si rompono la testa padroni e governanti di mezzo mondo, non potrà che fondarsi su un rilancio in grande stile del nucleare.

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pubblicato il in Crisi Climaticadi redazioneTag correlati:

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