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Catania, districarsi nel dissesto

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Martedì 13 Novembre si è tenuto, a Catania, il consiglio comunale che avrebbe dovuto pianificare la dichiarazione del dissesto economico della città metropolitana di Catania. Una manifestazione con centinaia e centinaia di persone ha raggiunto il palazzo comunale sito in Piazza Duomo, salendo poi al consiglio a manifestare la rabbia per un dissesto creato sulla pelle delle persone. Ma, oltre la manifestazione, il bisogno di produrre un’analisi critica della situazione è fondamentale, per districarsi nel terreno del dissesto ed investire le forze.

L’analisi del dissesto e delle sue conseguenze si sviluppa su due linee principali: il debito come costante del capitalismo, il dissesto come chiarificatore del nemico di classe.

1.1

Per trovare le motivazioni del dissesto bisogna approfondire la questione e concentrarsi su come l’economia del debito sia uno strumento fondamentale del Capitale, che gli permette di riprodursi,creare profitto e dipendenze. Questo è riscontrabile su più livelli, dal globale al nazionale, dal nazionale al regionale, dal regionale al locale e viceversa dal microscopico al macroscopico. Le politiche del debito permeano la società in cui viviamo sin dal dopoguerra, e ancor di più da quando è attivo il processo di finanziarizzazione. Il dissesto è la conseguenza dell’insolubilità di un debito strutturale, ed è la riproposizione a livello microscopico delle politiche di austerità condotte dall’Unione Europea soprattutto in seguito allo scoppio della bolla finanziaria del 2008. Il debito e l’attraversamento dei territori da parte di nuovi flussi economici, con conseguenti devastazioni e saccheggi ambientali e di risorse umane, hanno creato o alimentato aree “sottosviluppate”, in costante crisi. Nel contesto, dunque, dell’ Unione Europea questi territori appartengono maggiormente ai paesi del Sud Europa (come non dimenticarsi il default della Grecia e le crisi finanziarie di Spagna e Portogallo), producendo una politica di maggior indebitamento e di austerity, di dipendenza dunque alle decisione di un’Europa che ha svelato il volto, facendo crollare la maschera dell’ aiuto reciproco e solidale tra popoli.
Nel frattempo in Italia si è affermato un federalismo economico antisolidale dove le zone economicamente più forti mirano esclusivamente a tenere per sé la maggior entità di risorse. Si è riproposta una “questione meridionale” riscontrabile facilmente analizzando il numero di comuni che nel Mezzogiorno hanno affrontato o stanno affrontando dissesti finanziari. Su 126 Enti attualmente in dissesto in Italia, 91 di essi sono concentrati in tre regioni: Campania, Sicilia e Calabria. Se guardiamo poi il numero di comuni in riequilibrio finanziario la Sicilia si attesta in prima posizione con ben 68 comuni. Ancor peggio, per quanto riguarda gli Enti strutturalmente deficitari, ben 39 su una totalità di 75 si trovano solo in Sicilia.
Le misure di risanamento debiti fino ad ora portate avanti come prassi non hanno raggiunto nessun obiettivo. Esse hanno prodotto invece un ulteriore indebitamento, e da tempo le risorse per il “risanamento” degli Enti Locali sono costituite da fondi di rotazione e anticipazioni di liquidità che portano i Comuni con criticità finanziarie ancora più all’interno della spirale del debito.
In realtà, esattamente com’è avvenuto a livello europeo con le politiche di austerità, in Italia col taglio dei trasferimenti agli enti locali (effettivamente in 10 anni di crisi sono stati decurtati oltre il 70% dei finanziamenti agli enti locali) e col “federalismo alla rovescia” si mantiene una situazione di criticità che favorisce l’aumento delle imposte, la privatizzare dei servizi. la svendita del patrimonio. La conseguenza è che tra i tanti comuni in fase di dissesto, pochi di loro sono riusciti a risanare il debito, mentre la maggior parte versa in dissesto da decenni e, in alcuni casi, anche quando si è riusciti nell’impresa di risanare il debito, sono ricaduti nella trappola dopo qualche anno.
Se dobbiamo individuare un colpevole, non si può che puntare il dito verso il governo italiano e, a seguire, verso chi ha governato la regione Sicilia e il comune di Catania, responsabili, non soltanto della tanto esacerbata malagestione, ma di aver alimentato un sistema economico che metodicamente produce territori, popolazioni e individui indebitati, su tutti i livelli.

1.2

La platealità del dissesto e l’ineluttabilità di un destino hanno scoperto le carte. Lunedì 12 marzo, il giorno prima della nostra manifestazione, a correre ai ripari, a chiedere aiuto a Roma, a fare fronte comune è stato il ceto medio progressista, una borghesia cittadina che oltre i litigi di facciata ha marciato a braccetto per salvare “gli interessi”.
Agci, Cna, Confcommercio, Confesercenti, Confimprese, Confindustria, Legacoop, Uneba, Unci, Unicoop e Unimpresa, insieme a CGIL, CISL, UIL, e le amministrazioni presenti e passate hanno sfilato per le vie del centro sotto un unico slogan:“Catania è viva, nessuno spenga la luce”. Ma di quale luce parlano? Non certo delle illuminazioni pubbliche che in questi anni sono state periodicamente spente nei quartieri popolari per i debiti del Comune con l’ Enel. No, non è questa la luce di cui parlano. Parlano di quella luce che ha illuminato la loro carriera, fatta di meccanismi che il dissesto mette in crisi.
Si, perchè se da un lato a Catania, oltre 300mila abitanti dovranno pagare sulla loro pelle debiti contratti in oltre 10 anni da centrodestra e centrosinistra, da ampi settori della grande imprenditoria, dalle clientele, dagli affari, dalla speculazione finanziaria delle banche e degli istituti di credito, dall’ altro col dissesto il rischio è che venga a mancare il potere contrattuale di chi amministra la città, perdendo la credibilità delle promesse, la banconota sonante che regge il sistema clientelare, che sino ad ora ha retto la pace sociale nonostante povertà e disoccupazione dilagante.
Nelle piazze e nelle strade, nei quartieri popolari e nelle periferie, c’è tutt’altro che la ricchezza che 1,6 miliardi di Euro avrebbero potuto garantire a tutti e tutte, e nessuno si aspetta più niente. Gli amministratori affronteranno un copione già scritto e ben poco dipendente da loro.
Perchè i commissari, tecnici che verranno, non avranno promesse da mantenere o un elettorato a cui rendere conto, risponderanno solo al risanamento dei conti e ai soldi che saranno dati in prestito al Comune di Catania; soldi di cui non si può più fare a meno.
Aumenteranno le tasse, taglieranno le spese, licenzieranno i dipendenti pubblici, svenderanno il patrimonio e privatizzeranno i servizi. Piaccia o non piaccia.
Il dissesto è la condizione che vive oggi la città, il comune di Catania è strutturalmente in deficit e il commissariamento del comune non sarà la soluzione, ma l’inizio di una nuova fase.
Nuova fase in cui, ogni giorno che passa si delineano i fronti.
Giusto qualche giorno fa, in fila per una, tutte le sigle del fronte “degli interessi” hanno chiesto udienza alla diocesi di Catania e all’ arcivescovo affinché anche la Chiesa faccia pressioni ed amplifichi l’operazione di elemosina messa già in atto nei confronti di Roma e del governo regionale. La ricerca è quella di un fronte che sappia farsi scudo a vicenda.
Il ricompattarsi e l’esplicitarsi di una classe borghese impaurita da quello che potrà succedere nei mesi e anni avvenire è un dato indispensabile da cui partire nell’intraprendere la nostra battaglia nel terreno del dissesto.
La corda è corta e nella prima assemblea tenutasi tra tutti i dipendenti comunali e i dirigenti sindacali, a questi ultimi sono stati riservati solo fischi. E’ finito il tempo degli applausi di circostanza.
Amplificare la frattura è quindi d’obbligo, ammonendo i molti che ancora credono che gli imprenditori di questa città abbiano a cuore gli interessi dei tanti dipendenti e provando a non cadere nella trappola di una sinistra cieca che ripropone all’infinito il fantoccio di se stessa.

Il dissesto è oggi un occasione per esplicitare gli snodi di un sistema economico che non rimane solo “flussi finanziari” ma che si palesa brutalmente nei territori. Questi oggi non possono che essere il luogo del conflitto.

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