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Come può il Medio Oriente liberarsi dal caos?

 

Come può il Medio Oriente liberarsi dal caos?

di Cemil Bayık

 

Nella storia dell’umanità il Medio Oriente ha svolto un ruolo preminente, ma oggi è noto per lo più come regione di conflitti. È possibile risolvere una volta per tutte i suoi secolari problemi, così che le sue grandi potenzialità possano dispiegarsi di nuovo? Per rispondere a questo interrogativo serviranno grandi sforzi e sacrifici, ma innanzitutto bisogna mettere fine ai massacri e al caos continuo. Il Medio Oriente di oggi è espressione di conflitti globali, ma anche la creazione di un Medio Oriente pacifico potrebbe avere ripercussioni globali. 

Fu infatti in Medio Oriente che settemila anni fa ebbero origine le classi sociali e il patriarcato. Il sistema di potere e di dominio sorto nell’antichità ha portato a un sistema che ha piegato e alienato l’umanità, causando una vasta gamma di problemi sociali con cui oggi il mondo si trova a fare i conti: massacri, carneficine, sofferenza e spargimenti di sangue, e anche la distruzione della natura, la nostra base ecologica. Questo processo storico inveterato e distruttivo non è solo alla base dei conflitti attuali, ma ha ridotto allo sfascio le società del Medio Oriente. Il modello millenario di potere e di dominazione è, di per sé, la causa delle tensioni, degli scontri e dei conflitti di oggi, come quelli tra israeliani e palestinesi, tra curdi e turchi, tra curdi e arabi, tra curdi e persiani, nonché delle lotte degli assiri, degli armeni e degli altri gruppi del Medio Oriente perseguitati per motivi etnici o religiosi, inclusi i loro contrasti interni. Tutte queste società bramano di liberarsi dalle discordie che le opprimono.

 

Cercare una via d’uscita

Nel corso della storia, per questi problemi sociali sono state proposte due soluzioni: da una parte i governanti hanno provato a espandere e a stabilizzare la loro egemonia, in apparenza per riuscire a risolvere meglio i problemi, ma con il risultato principale di consolidare l’assoggettamento dei popoli e di accrescere i problemi anziché alleviarli.

Dall’altra parte le forze di opposizione hanno sfidato il sistema egemone e hanno organizzato lotte e rivolte coraggiose. Tuttavia nessuna di queste ha portato a una vita libera e giusta, a un mondo emancipato, poiché il loro obiettivo era soltanto di prendere esse stesse il controllo dello Stato. In Medio Oriente, la fonte di tutti i problemi sociali è la mentalità di dominio e di statalismo; sostituire semplicemente un potere egemone con un altro non può risolvere i dilemmi di oggi, perché è proprio questa mentalità che li ha generati. Le forze della modernità capitalista che si battono per la supremazia nella regione non sono in grado di reprimere le agitazioni sociali; né lo sono i despoti locali, né gli islamisti che sono emersi dal caos (in parte in conseguenza delle proteste) e che ora cercano dominio e potere per loro stessi.

I governanti del Medio Oriente hanno esercitato un controllo pervasivo, decidendo sul modo di vivere della gente, sui legami familiari, il sistema di genere, le relazioni tra le diverse etnie. Mantengono il potere con l’inganno, soffiando sul fuoco del nazionalismo e del settarismo religioso. La regione ha assistito a questo processo più e più volte, ed esso non ha fatto altro che aggravare i conflitti.

 

Proporre una soluzione

Un approccio diverso potrebbe prevedere l’organizzazione democratica dei popoli della regione in Comuni, al di fuori delle istituzioni statali. Se nel corso della storia lo Stato si è espanso a spese della società, corrompendola, allora l’alternativa è rafforzare la società e ridurre il ruolo dello Stato. I vari popoli della regione non si disprezzano l’uno con l’altro, se non quando lo Stato ha fomentato di proposito i rancori. La coesistenza tra popoli diversi fondata su basi etiche è possibile.

Lo Stato è più che una mera istituzione politica: si è insinuato nella coscienza della gente come una mentalità, cosicché l’idea di sviluppare un nuovo modello politico per il Medio Oriente, un modello che risani i mali sociali, appare impossibile. La consapevolezza è tuttavia l’unica forza in grado di mettere in atto un modello politico. Una mentalità che rimane irretita dallo Stato egemone non riuscirà mai a risolvere i problemi sociali della regione; di contro una mentalità etica che si batta per la libertà ha davanti a sé prospettive immense, perché è radicata nel modo di vivere comunitario. Con nuove basi etiche e una trasformazione della coscienza, la regione può superare il disastro attuale e costruire una società nuova. Altri in Medio Oriente hanno affrontato queste complessità, ma i curdi, con la loro lotta per la libertà, sono molto vicini a raggiungere una soluzione alternativa praticabile.

 

Il ruolo di avanguardia dei curdi

Il popolo curdo ha imparato attraverso l’esperienza storica, che fondare uno Stato non può alleviare i malesseri sociali, perciò ha abbandonato questo obiettivo. Oggi ai curdi non interessa accrescere il proprio potere e fondare uno Stato, come non interessa saccheggiare e sfruttare; essi hanno piuttosto l’obiettivo di una vita emancipata. Lo Stato-nazione tenta di reprimere questi tentativi, di addormentare le coscienze della gente, di immobilizzarla. Il risultato è che in ogni società che è, o è stata, governata da uno Stato, il malessere sociale aumenta. Lo Stato è lo strumento attraverso il quale i problemi creati dall’uomo vengono utilizzati per soffocare il senso di umanità dietro la facciata della legge.

I curdi tendono a una società nella quale ogni persona sia organizzata, ossia preparata ad aver voce in capitolo su tutto ciò che riguarda la propria vita, compresa l’attività politica. La storia ha dimostrato che lo spettacolo democratico, nel quale i votanti eleggono periodicamente i loro rappresentanti, non può fare davvero gli interessi del popolo. Consapevoli di questa realtà, i curdi costruiscono una forma alternativa di democrazia. Alla sua base ci sono le Comuni, che rappresentano sia la vita collettiva, sia il sistema amministrativo. Poi ci sono i consigli del popolo, attraverso i quali i cittadini prendono le decisioni. Questi consigli non costituiscono uno Stato; sono piuttosto un’espressione della società. Un sistema indipendente basato su queste strutture sarà istituito dentro i limiti geografici dello Stato attuale, ma al di fuori del suo dominio politico.

In pratica i curdi fonderanno tante associazioni della società civile e tanti gruppi di solidarietà quanti ne serviranno per sviluppare ulteriormente la consapevolezza dei cittadini riguardo alle loro responsabilità. Assumersi la responsabilità significa riconfigurare la vita sociale attraverso Comuni e consigli che, come le associazioni della società civile, sono autonomi: possono prendere iniziative, ma sono anche responsabili e complementari le une con gli altri. Questo autogoverno popolare si chiama Confederalismo democratico, o Comunalismo democratico. «Democrazia», si riferisce alla sostanza, ai valori e alla qualità di questo sistema, mentre «Confederalismo» indica la collaborazione tra unità autonome e rappresenta le relazioni dialettiche tra di esse. Il Rojava è il luogo dove questa forma di organizzazione sociale è oggi realizzata in maniera più compiuta, ma essa può essere considerata la ricetta per uscire dalla difficile situazione del Medio Oriente e per costruire una vita essenzialmente comunitaria, sia qui che altrove. Grazie a essa i curdi hanno ottenuto una rivoluzione di libertà: rafforzano la società contro lo Stato e danno nuova forma alla loro vita.

 

La mentalità della rivoluzione del Rojava

La mentalità della rivoluzione presuppone l’individuo libero, il cittadino libero, in una vita democratica in comune; di contro, lo Stato gerarchico considera individuo e società come opposti. I governanti hanno sempre sostenuto che la gente ha bisogno di un capobranco; la rivoluzione del Rojava risponde a questa falsità affermando che le persone possono vivere in uguaglianza in regime di autogoverno.

Questa rivoluzione ha compreso che per migliaia di anni le persone hanno deciso da sole riguardo alla propria esistenza, che l’autogoverno è esistito in ogni fase della storia, che l’umanità potrà realizzarsi solo attraverso l’autogoverno e che la sottomissione di una società e dei suoi individui da parte di uno Stato è una forma di svilimento che separa le persone dalla loro natura essenziale.

Uno dei cardini di questa rivoluzione è quello di creare una realtà sociale umana, attraverso l’autogoverno popolare e l’autorganizzazione della vita, in quella che chiamiamo «Autonomia democratica». Tale autonomia è indipendente dagli Stati che tracciano i loro confini attraverso terre abitate. Se uno Stato riconosce l’eterogeneità che costituisce una società e permette libertà di opinione, allora l’Autonomia democratica si può realizzare in relazione con questo Stato; altrimenti quando lo Stato rifiuta i diritti sociali, come accade oggi, la società si ricostruirà per conto proprio. L’Autonomia democratica è stata costruita e continua a vivere in Rojava, grazie a un’iniziativa interamente dal basso, che continua a mostrare al mondo una terza via.

 

Costruire la vita giusta

Il sociologo Theodor Adorno ha osservato che all’interno di una vita sbagliata non può esserci una vita giusta. La rivoluzione in Rojava punta a costruire la vita giusta, che scaturisce dalle fondamentali capacità creative dell’umanità. In questo contesto il superamento della mentalità del sistema gerarchico-statalista, così profondamente radicata nelle coscienze, acquista un significato speciale. Liberarsi dal sistema gerarchico-statalista e dalla sua incarnazione attuale, la modernità capitalista, è un prerequisito indispensabile perché le persone possano ridiventare umane ed espandere la loro esistenza sociale.

Si deve evitare tutto ciò che l’umanità e la società sono state costrette a ingoiare dalla modernità capitalista; tuttavia non basta solo evitarlo perché l’alternativa che la rivoluzione costruisce è la vita stessa. Per raggiungere questo obiettivo, l’istruzione è stata scollegata dal sistema statalista-gerarchico (o quantomeno si cerca di farlo) e trasformata nella più importante di tutte le attività sociali. Separare l’istruzione dal sistema statalista-gerarchico e da gerarchia e appartenenza etnica è un compito basilare e indispensabile: in questo senso, la rivoluzione del Rojava rappresenta una rivoluzione del pensiero, della stessa coscienza.

Nel corso della sua storia la modernità capitalista ha generato malattie incurabili. Oggi cerca di massimizzare il profitto persino a spese della salute. Al suo posto, noi offriamo una nuova filosofia di vita e una nuova prospettiva che costruendo istituzioni al di fuori di tale sistema, rimette al centro l’essere umano.

In questo sistema alternativo l’economia, parola il cui etimo si riferisce all’«amministrazione delle cose domestiche», deve essere liberata dalle grinfie dei governanti e dal dover dipendere da loro. Per diecimila anni l’economia locale in Medio Oriente ha fornito i mezzi di sussistenza alla sua gente, in particolare il cibo; oggi l’economia deve di nuovo essere sussunta nella società. Gli assiomi economici della modernità capitalista si basano sulla ricerca del profitto; la nostra rivoluzione li supera e sviluppa invece un’economia che vada a beneficio della società. Mentre il capitalismo ha prodotto un’immensa povertà globale, in Rojava cerchiamo di mettere in pratica un’economia sociale. L’autonomia economica, ovvero il ripristino del controllo sociale sull’economia, è il compromesso minimo che deve essere fatto tra lo Stato-nazione e l’Autonomia democratica nel contesto della Nazione democratica.

La rivoluzione del Rojava affronta la questione economica con l’istituzione di un’industria ecologica, un mercato sociale, un sistema economico delle Comuni che non mira al profitto ma si pone al servizio della solidarietà sociale, un’economia democratizzata; nonostante i molti tentativi dall’esterno di affossare questo processo, si continua a metterlo in pratica. Lo Stato con le sue leggi permette solo una gamma limitata di attività economiche; di contro la nostra rivoluzione prova a organizzare la vita secondo le regole della natura sociale, come la moralità, e noi ci impegniamo a conseguire questo risultato. La moralità di una società riflette la sua natura e la storia della moralità va di pari passo con la storia dell’evoluzione sociale: la vita del diritto inizia e finisce col sistema statale. Avere la capacità di trovare soluzioni è in accordo con la moralità e l’allontanarsi dalla moralità è la fonte dei problemi sociali. Perciò la rivoluzione del Rojava conta sulla moralità per risolvere i problemi del sistema gerarchico-statalista e anche eventuali nuovi problemi.

La rivoluzione non dà alcuno spazio alla legge, sapendo che essa è direttamente connessa allo Stato ed è il mezzo con cui esso interviene contro la società e l’individuo e attraverso il quale tenta di legittimarsi. Nel creare l’Autonomia democratica possiamo coesistere con lo Stato-nazione; chiediamo solo un riconoscimento legale nell’ambito di una nuova costituzione che ribalti la negazione oggi in atto. La nostra lotta politica costringerà gli Stati a riconoscere che essi potranno continuare a esistere solo secondo la formula «Stato più democrazia». Oggi il Rojava, lo Stato siriano e le potenze internazionali procedono tutti a tentoni in direzione di questa formula. Per noi il riconoscimento costituzionale dell’Autonomia democratica è la richiesta minima per una vita comune e condivisa. Se il regime non lo permetterà, allora la rivoluzione del Rojava ne trarrà la conclusione che l’unica strada possibile per conquistare una vita libera sarà attraverso il percorso già in atto in Rojava.

 

La difesa della vita

Il Rojava conduce una lotta legittima per difendere l’Autonomia democratica e tutti gli aspetti della vita per la quale lavoriamo. La mentalità che ha dato avvio alla rivoluzione e che l’ha guidata sostiene la filosofia secondo la quale l’autodifesa è un compito necessario e decisivo. Per conseguire l’autodifesa non abbiamo fondato un esercito; abbiamo invece creato una forza indipendente di difesa insieme a tutti i membri della società: le YPG e le YPJ.

Le YPG e le YPJ non intendono affatto sfruttare, conquistare o saccheggiare; sono invece organizzate per proteggere i valori, la vita e l’esistenza della società. Queste forze non stanno al di fuori o al di sopra della società: emergono dal suo interno, quindi non possono essere imposte con la forza. Processi di pensiero giusti portano a una giusta pratica. Nonostante tutti i pesanti attacchi portati al Rojava dal suo interno e dall’esterno, nonostante le mobilitazioni, i blocchi, gli embarghi, le Unità di protezione del popolo diventano sempre più forti giorno dopo giorno. Dal momento che si rivolgono alla Nazione democratica e non a un gruppo particolare, sono riuscite a contribuire alla sicurezza di tutti i gruppi etnici e religiosi della società. La rivoluzione considera le persone la sua forza più grande, anzi considera la socialità come precondizione per l’esistenza umana, e riesce così a difendersi e avanzare.

La mentalità che ha condotto alla rivoluzione, e che continua a portarla avanti, non ritiene che il suo successo si limiti alle questioni militari e politiche. Sa bene grazie agli insegnamenti del passato e del presente, che la distruzione del sistema attuale e la costruzione di un nuovo sistema non possono venire dai medesimi modi di pensare. Nel Ventesimo secolo le rivoluzioni popolari sono state assorbite nelle lotte di liberazione nazionale e nel sistema del socialismo reale perché mancavano di una cultura progressista trasformatrice. Una società politica e morale ha il compito di costruire una vita etica ed estetica che rispecchi la libertà, l’uguaglianza e la democrazia.

 

La rivoluzione della Nazione democratica

La nostra rivoluzione ritiene che il paradigma dello Stato-nazione sia la causa dei problemi attuali in Medio Oriente e presenta come alternativa il concetto di Nazione democratica. La rivoluzione nel Rojava ha generato la mentalità della Nazione democratica ed è in grado di dare inizio a nuove rivoluzioni. Questa mentalità nuova non ritiene che la separazione della nazione dallo Stato sia una regressione, né ritiene che una nazione debba essere costituita da membri di uno stesso gruppo etnico.

La Nazione democratica è una «nazione di culture condivise», senza alcun riferimento a genere, religione, ideologia o etnia. Quello che conta piuttosto, è che la società funziona politicamente e moralmente in accordo con la natura dell’essere umano. La rivoluzione del Rojava non è una rivoluzione di soli curdi: i curdi possono avere un ruolo preminente, ma non conducono la rivoluzione con un atteggiamento nazionalista. I consigli del popolo, il Movimento per una società democratica (TEV-DEM) e gli slogan del tipo «Siria democratica, Kurdistan autonomo», riflettono un atteggiamento inclusivo verso tutte le popolazioni che risponde all’eterogeneità della società.

In termini diplomatici la rivoluzione del Rojava è assediata da ogni parte, quindi è di fatto isolata. Perfino il KDP, che incarna la modernità capitalista curda, ha provato a indebolirla insieme alle organizzazioni politiche a esso associate. Il Rojava però è ancora in piedi, la sua rivoluzione si sviluppa e guadagna efficacia attraverso la diplomazia. La giusta coesistenza tra gruppi diversi è stata elevata a filosofia di vita.

 

La rivoluzione delle donne

Il fatto che la rivoluzione del Rojava metta le donne in primo piano garantisce allo stesso tempo la sua sopravvivenza e la sua sostenibilità. Il sorgere del patriarcato fu un fatto storico strettamente legato all’emergere e allo svilupparsi di sistemi di dominio centralizzato. Tali sistemi centralizzati però, sono la negazione della vita. La modernità capitalista che ne rappresenta l’apice, offre nient’altro che distruzione agli esseri umani e alle altre forme di vita.

La sua distruttività è evidente oggi nell’incombente catastrofe ecologica e nella devastazione della biosfera già in atto. Il pensiero egemonico degli uomini e la loro pratica hanno creato un sistema che minaccia l’esistenza dell’intero ecosistema, umanità inclusa. Questo sistema è un’espressione del patriarcato: le donne invece costituiscono il modello democratico di una civiltà che supera la sua brutalità e violenza. Senza dubbio nessun sistema può esistere senza gli uomini, ma in questo caso le donne hanno assunto un ruolo decisivo.

La mentalità della rivoluzione del Rojava riconosce l’idea che la coesistenza comune debba basarsi sulla vita. Le rivoluzioni del passato non hanno avuto successo perché si sono bloccate su questo punto, faticando sotto l’egemonia del pensiero patriarcale. Tuttavia in seguito alla crescita della consapevolezza delle donne, esse si impegnano per la prima volta in tutti gli aspetti della vita; poiché le relazioni di genere imposte dal patriarcato e dai sistemi dominanti sono state rifiutate, è in atto una vera rivoluzione che mette le donne al centro della vita. I loro diritti, un tempo negati non solo come rivendicazioni borghesi, ora vengono ripristinati.

Oggi le donne difendono la rivoluzione con zelo e anche le settantenni impugnano le armi per essa, perché la rivoluzione costruisce un ordine sociale orientato alle donne. Il movimento delle donne si rifà esplicitamente alle formazioni sociali pre-statali, che erano egualitarie. Le donne non saranno più al servizio di alcun sistema, a meno che in esso non abbiano ruoli attivi e paritari. In Rojava le donne stesse costruiscono attivamente il nuovo sistema; questo fatto da solo distingue quella del Rojava da altre rivoluzioni.

 

Comprendere la rivoluzione

Ogni pratica deriva dalla consapevolezza. In Rojava si tratta chiaramente di costituire una vita nuova, un nuovo paradigma, un nuovo sistema sociale. L’universalismo della rivoluzione è il motivo principale per cui il sistema gerarchico-statalista la attacca, mettendo in campo tutte le sue forze dalla più piccola alla più forte. La guerra contro la rivoluzione in Rojava viene condotta sistematicamente, con attacchi a tappeto sostenuti dalla modernità capitalista, perfino attraverso i suoi servi curdi.

La modernità capitalista non si armonizza con la società, motivo per cui la società non può più vivere con essa. Se questa condizione nonostante tutto continuasse, l’annientamento fisico sarà inevitabile. Le implicazioni della rivoluzione del Rojava per la costruzione di una vita nuova e di un mondo nuovo sono di ampia portata, paragonabili a quelle della Rivoluzione francese o russa. Anche se minacciata in modo terribile, essa rappresenta una grande speranza per il Medio Oriente e non solo. Con una forza che nasce da una prospettiva di vita ben lontana dal sistema gerarchico-statalista, la rivoluzione del Rojava è il vero mezzo attraverso il quale il Medio Oriente può liberarsi dal caos. La strada per assicurare il presente e il futuro, non solo del Medio Oriente ma di tutte le società, è quella di unirsi per aiutare questa rivoluzione a difendersi e ad avanzare verso il futuro.

 

Febbraio 2014

 

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