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I peccati di Amatrice

Decidiamo di partire velocemente. Proveremo a dare una mano e intanto recuperiamo qualche contatto tra i volontari già in azione. Vogliamo anche vedere se tutto quello che raccontano è vero, per farci un’idea e portarla indietro a tutti coloro che si fanno domande e non possono trovare risposta dai media mainstream. Arrivare ad Amatrice non è semplice, ma ci facciamo coraggio. Il primo giorno siamo partiti da Roma percorrendo la via Salaria che collega la Capitale con il mare Adriatico. Dopo Rieti, la statale diventa abbastanza trafficata e ci sono dei lavori abbozzati qua e la, tentativi di ammodernare una strada importante e renderla più agibile dal punto di vista della sicurezza e dello scorrimento del traffico. Chi la conosce meglio ci dice che quei cantieri sono aperti da almeno 10 anni nonostante l’importanza di questa via che collega i monti della Laga con i principali territori urbani. A pochi chilometri da Posta, uno dei centri più grandi che incontriamo, troviamo il bivio per Amatrice, ma non si può salire con le auto. Parcheggiamo ed insieme ad uno sciame di giornalisti e pochi volontari prendiamo la navetta che ci porta fino al paese. Anche qui, l’ingresso principale del paese è sbarrato principalmente dalle macerie. Torniamo dove ci aveva lasciato la navetta e cerchiamo di raggiungere il lato opposto del paese a piedi ma ci rendiamo subito conto che è impossibile. Avremmo raggiunto il paese dopo ore. Vogliamo raggiungere il palazzetto dello Sport dove è allestito il magazzino degli aiuti che arrivano da tutta Italia. Mancano però circa 20 chilometri. Intanto, salgono per il paese numerosi mezzi di soccorso delle organizzazioni più disparate: vigili del fuoco, croce rossa, protezione civile di tutte le ragioni d’Italia, polizia, carabinieri, esercito italiano, soccorso alpino ecc ecc. Ci carica un pickup della protezione civile. Passiamo, prima di arrivare, per piccole frazioni anche loro ferite dal terremoto: Collecreta, Moletano, Ritrosi. Poche case, centri minuscoli. Il terromoto, infatti, ha coinvolto oltre i principali comuni di Accumuli con 700 abitanti, Amatrice con 1500 residenti e Pescara del Tronto con 135, circa 35 piccole frazioni, alcune delle quali non sono neanche riportate sulla cartina.

Arrivati ad Amatrice capiamo subito dove dare una mano. Quello che ci fanno fare è smistare vestiti, scarpe, cibo per gli sfollati. Il palezzetto dello sport è pieno zeppo di roba. Troppa roba. Ma ad Amatrice in questi due giorni è tutto troppo. Troppi mezzi di soccorso, troppe associazioni, troppe tende, troppi mezzi pesanti. In poche ore, dopo il terremoto, è stato allestito un eliporto con torretta militare mobile, spianati dei terreni per farci i campi e allestite tende di servizio. Gru, ruspe, montacarichi, camion dei vigili del fuoco, mezzi blindati dell’esercito, automobili della municipale di Roma (!), camionette della celere, fuoristrada. Ovunque, pettorine bianche e rosse, arancioni, blu e bianche, gialle e verdi. Quello che vedi prima delle macerie è una massa di gente che va da una parte all’altra che organizza qualcosa, soprattutto la loro stessa permanenza nel luogo. Tende per dormire e pasti caldi. Sembra un’invasione; l’accampamento di un esercito fuori dalle mura della città prima di passare all’offensiva. In effetti esiste davvero una zona invalicabile, la cosiddetta zona rossa oltre la quale i civili non possono accedere. Gli abitanti possono oltrepassare i nastri rossi e bianchi piantonati dai Carabinieri, solo se in possesso di un nome da dare, un parente sotto le macerie e possibilmente uno alla volta.

Dopo ti accorgi della distruzione che può portare un terremoto: case completamente sbriciolate su stesse, intere facciate scoperchiate, pezzi di edifici pubblici sgretolati: caserme, scuole, ospedali. Alcune case, invece, sono rimaste inspiegabilmente intatte. Quello che si può vedere da lontano è la chiesa di Sant’Agostino del 1428 con il campanile tagliato in due da una crepa evidente ma ancora in piedi, il tetto e parte di una facciata sbriciolata e il corso principale tra cumuli di sassi, cemento armato e ferro intervallato dai colori accesi delle ruspe a lavoro. L’accesso alla zona rossa è, neanche a dirlo, invaso dai giornalisti di tutto il mondo. Stazioni mobili piantate lungo il tragitto. Dal Brasile al Giappone tutti presenti a riprendere un corpo ritrovato o qualcheduno estratto vivo. Verso le 14.30 però la terra ritrema per tutti, anche per loro. Ma non fanno una piega. “Ma come si riprende una scossa di terromoto?” Questa volta era “solo” 4.3 di magnitudo ed è durata pochi secondi. Ma quello che fa impressione non è solo l’oscillazione del terreno è il rumore che porta con se la scossa. Un rombo potente, una specie di tuono. La paura che provi non è quella che senti come di fronte ad un pericolo, è una paura diversa. Di fronte ad un pericolo qualsiasi, puoi difenderti in qualche modo o puoi prepararti a farlo. Quando parte all’improvviso una scossa puoi affidarti alla fortuna. E’ una paura profonda dove tutto quello che le facoltà umane possono di solito è inutile. Fisicamente e mentalmente.

Dopo la scossa qualcuno dei parenti in attesa di notizie ha un tracollo. “Ancora? Ancora scosse. Un incubo.” E li, di nuovo telecamere e macchinette super accessoriate, invadenti come il terremoto. Dalla stessa via passano anche le ambulanze, gli uomini a piedi con i cani da soccorso, medici, vigili del fuoco. Si crea un tappo inutile. Ragion per cui il giorno dopo i nastri della zona rossa conquisteranno ulteriori metri e leveranno più spazio alla popolazione figlia di quei luoghi. Non solo, anche ritornare indietro alle macchine è più difficile. La scossa del pomeriggio ha fatto crollare le case ancora in piedi delle frazioni che avevamo incontrato all’andata. Dobbiamo passare dal versante est del paese verso Borbona fino a Posta. Lungo la Salaria ancora in autostop, arriviamo finalmente ai piedi di Amatrice. Il giorno dopo cambiamo strada. Passiamo dal lago di Scandarello fino al ponte a tre occhi, anche quello con l’ultima scossa è ormai inaccessbile. L’unica cosa che resta da fare è farsela a piedi per due chilometri fino al palazzetto. Gli Appennini che sovrastano i paesi sono meravigliosi. Le punte rocciose sono nude per la scarsa vegetazione. Impettite, prorompenti, orgogliose. Di fronte a tutto questo ti chiedi come possono fare luoghi del genere a barcollare. Non li metti in discussione. Non ci sono i grattaceli, il caos, le automobili, l’inquinamento della metropoli a scalfire la bellezza di quelle montagne ogni giorno impunemente. Eppure da lontano sono perfino riusciti a scalfire Amatrice.

Si è parlato in questi giorni di tanta gente che abita questi paesi solo nei mesi estivi. Abitanti di seconde case che popolano questi paesi mezzi abbandonati. Per molti che arrivano da Roma, per esempio, questi paesi sperduti nelle montagne sono luogo di riposo. Nel nostro paese i borghi del centro Italia sono bellezze che sventoliamo in tutto il mondo dove si possono degustare piatti tipici e godere di percorsi naturali. Ma di cui lo Stato non si prende cura. Nel corso dei decenni ci vivono sempre meno persone in un lento spopolamento e ce ne ricordiamo quando la terra trema, quando facciamo il bilancio di cosa sarebbe meglio fare. Basta questo per pensare che in fondo sono paesi destinati a morire? La proporzione dei morti rispetto agli abitanti non è paragonabile nemmeno a quella del terremoto di L’Aquila. Incontriamo un ragazzo del capoluogo abbruzzese che ci dice “la cosa che mi sconcerta è che il paese non esisterà più non perchè sono crollate le case, ma perchè sono morti troppi bambini, troppi ragazzi. Quelli che avrebbero dovuto rappresentare il futuro del paese”. Una considerazione che coglie proprio la paura dei pochi abitanti che incontriamo. La paura che tutti vadano via perchè non c’è niente da fare. Tra spopolamento regresso e la tragedia del sisma, i pochi rimasti si sentono soli. Un’altra superstite ci racconta “Amatrice, secondo alcune credenze popolari, deriva proprio dalle donne del luogo. Gli uomini venivano ad “amarle” perfino da Roma. Dopo il terremoto del 1639 il vescovo disse che i terremoti sono dovuti ad un paese maledetto dai propri peccati”. In questi giorni, dalle pagine dei giornali e dalle opinioni di tanti pare che Amatrice di peccati ne abbia fatti diversi. Dopo il terremoto di L’Aquila non ha avuto accesso ai fondi perchè un funzionario del Comune non ha presentato in tempo la domanda per recepire le risorse che davano la possibilità di adeguare gli edifici alle norme sismiche. La procura di Rieti ha aperto perfino un’inchiesta. Inoltre, a detta di molti, se quei comuni sono stati dichiarati altamente a rischio “non si capisce perchè abbiano preteso di vivere li”. I peccati della popolazione di Amatrice sono quindi due principalmente: la burocrazia e la pretesa di vivere nel proprio paese di origine seppur a rischio sismico!

L’Italia, dalla Toscana alla Sicilia, lungo la catena degli Appenini è tutta ad elevato rischio sismico. Basta citare i terremoti che l’hanno attraversata solo nell’ultimo secolo: Reggio e Messina 1908, Irpinia 1980, Marche 1997, Molise 2002, L’Aquila 2009, Emilia Romagana 2012 e ora i paesi della Laga. Si dovrebbe chiedere a milioni di persone di abbandonare le proprie terre, le proprie case, la propria identità. Un peccato che tutti ci assumiamo volentieri il peso di commettere. Nel 2016 i paesi occidentali vantano un avanzamento tecnologico importante. Riusciamo a far volare i droni sui paesi devastati per renderci conto della portata del sisma però non riusciamo a mettere in sicurezza le case. Chi non ha peccato in questo paese scagli la prima pietra, direbbe Gesù Cristo ma della carità cristiana ce ne facciamo ben poco. Andrebbero prese tutte le macerie di Amatrice per scagliarle fino a Roma. Di pietre ne abbiamo fin troppe ma non vediamo bene i bersagli protetti dalle menzogne, coperti dagli aiuti e dai soldi stanziati.

I soccorsi sono stati organizzati estremamente bene. Sono stati allestiti 14 campi nell’intera area colpita e altri sono in costruzione, sono state estrette vive più di 200 persone e nonostante le stradine impervie e colpite dal sisma, i continui crolli di ponti e carreggiate, i feriti sono arrivati agli ospedali di Rieti e Ascoli Piceno in tempo per essere curati. Almeno così sappiamo. Grazie alla tempestività dei soccorsi e alla grande volontà di tanti e tante, soprattuto di esperti che sanno con le loro capacità acquisite nel tempo salvare vite nelle macerie. Ma una domanda sorge spontanea, dopo due giorni, dov’è la popolazione sopravvissuta di Amatrice? L’invasione di centinaia di uomini e donne della protezione civile e degli apparati di soccorso dimostra un’umanità imponente del nostro paese che si aziona immediatamente. Ma come viene applicata? Di fronte alla popolazione del luogo è assolutamente disumana. La comunità è interamente spodestata dalla possibilità di prendere qualsiasi decisione, anche di affrontare insieme il proprio lutto, la propria tragedia. Ognuno sembra abbia come unico compito quello di vivere in solitudine il proprio dolore. Quindi, qualcuno prende in considerazione la possibilità di trasferirsi altrove, di abbandonare quel luogo di macerie. Anche se ci fosse la possibilità da parte delle istituzioni, così come annuncia il Premier Renzi, di ricostruire quei paesi, quale comunità sfaldata ci vivrebbe ancora? Pare che non si voglia dare adito agli scandali come avvenne per la new town di L’Aquila ma ricostruire un’altra volta sulle case crollate. Staremo a vedere come si darà seguito agli annunci! Ma chi decide nel nostro paese per decenni ha scelto di applicare un modello di sviluppo che ha spopolato i piccoli borghi relegandoli al folclore delle sagre estive di paese, ha preferito la costruzione della grandi opere inutili abbandonando gli edifici pubblici all’incuria, ha scelto di sperperare i fondi stanziati per le abitazioni antisismiche. E tutto questo non rigurda solo Amatrice riguarda l’intera penisola. I paesi sono inabitabili anche perchè mancano le infrastrutture necessarie. Autostrade, strade, vie ferroviarie a doppio binario e sembra scontato sottolineare, ma non lo è per niente, che tutto questo vale soprattutto per quella atavica zavorra del Mezzogiorno. Però è colpa nostra perchè abbiamo peccato, tanto peccato, con la nostra ostinata mentalità di non farci asfaltare da questo sistema. E’ colpa di quei montanari di Amatrice e di quegli incivili lassisti dell’Italia dimenticata da Dio. Un Dio da far fuori al più presto.

Ritorniamo alle nostre macchine pieni di dubbi sperando di aver colto qualcosa, di essere stati utili in qualche modo, sperando che nelle prossime settimane dopo il caos dei primi giorni si possa capire qualcosa in più ed essere più utili di prima. Sicuramente ritorniamo più consapevoli. Attraversando in questi giorni Amatrice ti rendi conto che il sistema Italia è sempre lo stesso e ciclicamente si muove allo stesso modo: di emergenza in emergenza. Intanto, le Brigate di solidarietà stanno allestando due campi, uno a Pescara del Tronto e un altro ad Amatrice, con l’obiettivo di creare uno spazio che possa essere utile agli abitanti, che possa essere autogestito da loro stessi anche solo per rendersi liberi da quel rapporto di servizio che impone la macchina dell’emergenza. Ricordiamo bene quello che è successo a L’Aquila e ogni giorno il rischio è quello di poter avere sempre meno accesso alle informazioni, sempre meno spazi e tempi liberi e autonomi per la popolazione. La zona rossa si allarga. All’impotenza di fonte alla tragedia bisogna, seppur con tanta umiltà e lucidità, dare una mano ad aprire spazi di libertà per i bambini, per i ragazzi per chi rimane e non se ne vuole andare. Ora qualche strada la conosciamo. La prossima volta proveremo a passare da Campotosto prendendo la Roma-L’Aquila. Un’altra via per arrivare ad Amatrice. Una via che ci ricorda il filo diretto che è passato e passa ancora da queste città.

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