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Referendum costituzionale. Votare No, ma a cosa?

 

 

In autunno saremo chiamati a votare per il referendum sull’ultima riforma costituzionale promossa dal governo Renzi. Il punto più rilevante della riforma è senza dubbio il superamento del bicameralismo perfetto: in luogo di due camere che votano le leggi del governo, avremo una sola Camera (di 630 deputati) con poteri legislativi e a cui il governo chiede la fiducia. Il Senato, non più elettivo, è ridotto a 100 senatori, di cui 95 eletti dai Consigli regionali e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. Altre modifiche (vedi foto) riguardano il rapporto Stato-Regioni, i tempi d’esame delle leggi in Parlamento, l’aumento del numero di firme necessarie per promuovere una Legge di iniziativa popolare, che passano da 50.000 a 150.000. Organica e coerente a questa riforma è anche l’Italicum, la nuova legge elettorale dall’impianto fortemente maggioritario varata da Renzi che prevede un ampio premio di maggioranza (55 % dei seggi) alla lista di maggioranza relativa.

Gli obiettivi politici della riforma ci paiono essenzialmente due, uno contingente, l’altro strutturale. Quello contingente consiste nello sfidare il M5S sul suo stesso terreno in vista delle prossime tornate elettorali. Il sentimento “antipolitico”, l’aver identificato l’emblema di tutti i mali italiani nella “casta”, nella (indubbia, per carità) incapacità, immoralità e corruzione della nostra classe politica, ha efficacemente funzionato da arma di distrazione dell’opinione pubblica rispetto a quella che invece, secondo noi, è la questione dirimente, ovvero l’aumento crescente delle disuguaglianze sociali, dello sfruttamento del lavoro, della distruzione dei territori.

È proprio in virtù dell’imporsi dell’alternativa politicista innovazione/conservazione che il rottamatore Renzi ha prima messo all’angolo il vecchio gruppo dirigente del Pd e poi si è apprestato, con una rapidità e un decisionismo senza precedenti, a riscrivere la costituzione materiale del nostro paese, con un sapiente mix di neoliberismo, autoritarismo e abilità comunicativa. In due anni Renzi è riuscito a fare quello che Berlusconi non era riuscito a fare in venti. Provvedimenti come il Jobs Act, la Buona Scuola e lo Sblocca Italia, pur essendo ispirati a una visione ottocentesca del mercato del lavoro, dell’istruzione e dello sfruttamento dei territori eppure vengono fatti passare come innovazioni modernizzatrici. La riforma costituzionale risponde al medesimo disegno e la riduzione di 200 e passa senatori è la carta che Renzi intende giocarsi in chiave populistica per vincere il referendum.

Il secondo aspetto invece è strutturale, trova dei paralleli in altri paesi europei, ed è anche quello che dovrebbe interessarci di più: il decisionismo autoritario, il rafforzamento dei poteri dei governi a scapito di altri contrappesi istituzionali. La cancellazione del bicameralismo perfetto non è infatti una pura operazione di architettura istituzionale fine a se stessa. Pensiamo infatti al ruolo che ha avuto, per tante lotte, vertenze e mobilitazioni di carattere nazionale, l’obbligo di far approvare un disegno di legge non da una ma da due camere, aprendo uno spazio materiale di contrattazione e pressione dal basso in cui inserirsi per cercare di limitare i danni o addirittura per provare a stoppare le leggi più retrograde. Il venir meno di questo arco temporale, la riduzione dell’unica camera a cinghia di trasmissione della volontà del governo, governo che presumibilmente grazie all’Italicum ne deterrà la maggioranza assoluta è dunque un’arma in meno a disposizione dei cittadini per far valere i propri diritti. Anche l’aver triplicato il numero delle firme necessarie per portare in parlamento una legge di iniziativa popolare va in questa direzione.

Se le cose stanno così, chi si propone di far vincere il No al referendum del prossimo autunno, dovrebbe avere il coraggio di esprimere delle posizioni chiare, apertamente controcorrente. Si dovrebbe cioè dire che in questa fase più governabilità significa meno democrazia, che tutto ciò che l’establishment considera un impedimento e un ostacolo per “fare le cose e per farle in fretta” (tra cui, per l’appunto, la necessità del doppio passaggio parlamentare, oppure la difficoltà di governare con un parlamento in cui il partito di maggioranza è “costretto” a mediare con altre forze politiche), è una risorsa per noi, da utilizzare per rallentare e magari provare a fermare la distruzione dei diritti sociali che le politiche neoliberiste e di austerità dell’UE hanno imposto e continueranno a imporre ai paesi del Sud Europa.

 

In tutta Italia, si stanno formando Comitati per il no, in difesa della Costituzione del 1948. Già nell’autunno del 2013 era purtroppo emersa una divisione plastica, di piazza, tra il mondo del “civismo democratico”, culturalmente afferente al centro-sinistra, e il mondo delle lotte sociali per la casa, il lavoro e il reddito. I primi in piazza a Roma il 12 ottobre (la manifestazione la “Via maestra”), i secondi il 18-19. Le possibilità di vincere il referendum passano dalla ricomposizione di questa frattura.

Anche a Lucca lo scorso 12 marzo si è tenuto un incontro promosso dal comitato in difesa della Costituzione di Lucca, a cui erano presenti anche un costituzionalista e la presidente dell’associazione Libertà e Giustizia Sandra Bonsanti. Ci sentiamo di dare ragione a chi in quell’occasione ha sottolineato come solo la capacità di rendere la battaglia referendaria un giudizio sull’operato del governo possa fornire ai comitati per il No le carte per vincere. Lo diciamo senza enfasi: un certo eccesso di retorica e di sentimentalismo quando parliamo della Costituzione non ci appartiene. Senza stare a rivangare su vecchie pagine di storia e guardando all’attualità, ci chiediamo che cosa giustifichi l’imbalsamazione di un testo che – ahinoi – a dispetto delle belle parole che vi sono scritte, non è valso da argine a nessun processo di distruzione materiale di quei principi che la carta enuncia. Provvedimenti come il Jobs Act, la Buona Scuola o lo Sblocca Italia, i tagli alla sanità, le missioni di guerra spacciate per missioni di pace, sono sfregi viventi ad altrettanti articoli della Costituzione. Così come è la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio decisa in ossequio ai diktat dell’UE. Così come lo è la presenza nelle nostre città della violenza fascista di Casa Pound.

Riteniamo perciò che la battaglia del referendum debba interamente giocarsi sull’attualità, senza rincorrere nostalgie e appellarci a nobili principi in cui pure magari ci riconosciamo, ma che purtroppo, nella loro astrattezza, hanno perso ogni referenza reale, e rischiano di risultare vuoti e incomprensibili a gran parte della popolazione. Renzi ha impostato il referendum come un plebiscito sul suo governo. Noi dobbiamo accettare la sfida, far vedere con chiarezza come la riforma costituzionale sia perfettamente coerente e funzionale alle sue politiche antipopolari.

Da ultimo, pensiamo che la campagna referendaria sia anche un’occasione per fare il punto sullo stato della democrazia e dello stato di diritto del nostro paese, sugli scenari di repressione che già ci sono e su quelli che già si preparano per far fronte all’ “emergenza terrorismo”. Vorremmo cioè che ci fosse una maggiore consapevolezza e delle ferme prese di posizione da parte di più soggetti sul livello di repressione che subiscono le lotte, sul ricorso a provvedimenti odiosi come i fogli di via e da ultimo il Daspo di piazza, che conferiscono un inaccettabile e arbitrario potere alle questure, così come sull’attacco del governo al diritto di sciopero e, infine sulla possibilità che un domani, anche in Italia, venga introdotto lo Stato di emergenza sul modello francese, con tutte le sue inquietanti conseguenze.

Di questo vorremmo che si parlasse nella campagna referendaria, della democrazia e della Costituzione che già non ci sono. A partire da questi punti possiamo fare la nostra parte e spingere per il No, consci però (e il caso del referendum del 2011 dovrebbe avercelo insegnato) che non possiamo affidare al voto quello che solo la mobilitazione e la lotta può strappare e ottenere. Se non vogliamo che questo referendum sia l’ennesima occasione persa (anche qualora vincessimo), lavoriamo in quest’ottica e al fine di costruire un fronte di resistenza capace di passare all’attacco e di innescare nuovi processi politici di partecipazione e di conflitto.

 

 

 

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