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Superare lo Stato-nazione

Riprendiamo dall’Istant book “Unione Europea: a che punto è la notte” questa intervista a Davide Grasso, che ci parla di come il tema dello Stato e della Nazione siano messi in discussione all’interno dell’esperienza rivoluzionaria della Siria del Nord.

I: Ti volevamo chiedere come, rispetto alla tua esperienza in Rojava, si affronta in quel contesto – in termini di discorso e di pratiche politiche – il tema dello Stato-nazione. Lo chiediamo a partire dal dibattito che c’è attualmente in Europa su quali siano gli spazi politici per una politica antagonista, comunista, di liberazione.

DG: Quello che è interessante è che l’elaborazione su questi temi in Kurdistan è partita proprio da un movimento nazionale che metteva al centro, e per molti aspetti continua a mettere al centro, l’identità di una popolazione – a partire dai suoi costumi, dalla sua lingua. E che inizialmente si prefiggeva la conquista di uno Stato nazionale socialista, entrando quindi anche in contrapposizione con altre lingue e costumi e Stati-nazione. Questo approccio produceva un richiamo fortissimo all’identità del popolo curdo, una logica che è stata quasi fin da subito di guerra – tra questa nazione negate e quelle arabe, quella turca e l’élite persiana in Iran. Quindi una dinamica che ha favorito non solo l’attaccamento molto forte all’identità nazionale ma anche una conflittualità molto forte verso altre popolazioni – certo, verso altri Stati, ma poi si sa come queste cose travalichino ampiamente soprattutto in situazioni di guerra, di rancori, di odio, in una forma di rifiuto reciproco tra “culture” diverse. Ebbene, proprio grazie alla nascita di un movimento rivoluzionario – inizialmente marxista-leninista, successivamente rivoluzionario e comunista ma con una visione diversa – sia riuscito a innestare in questa dinamica di risveglio nazionale curdo un ragionamento che cerca di fare anche un’autocritica rispetto alla storia rivoluzionaria curda che diventa poi una critica al nazionalismo in generale e una più generale critica alla storia sociale e istituzionale dell’umanità. Fino a porre oggi un sistema di convivenza e istituzionale che non renda necessario riprodurre dinamiche di Stato-nazione ma le superi in avanti con un modello più avanzato di convivenza.

I: Da questo punto di vista, rispetto alla tua esperienza, questo tipo di tentativo curdo che tipo di contraddizioni, quali dibattiti o scontri produce all’interno del movimento?

DG: Intanto c’è uno scontro che è tutto interno alla politica curda, in quanto ci sono alcuni partiti (come il Partito democratico del Kurdistan al potere nel Kurdistan iraqueno) che invece fanno propria una visione nazionalista e statalista, oltre che capitalista e molto tradizionalista dal punto di vista culturale – e quindi si contrappone in maniera simmetrica al PKK ma anche al Partito di Unione democratica del Rojava, accusando queste formazioni di non valorizzare abbastanza il nazionalismo curdo e di accontentarsi di forme di autonomia anziché richiedere uno Stato. Che è quello che Barzani, leader del PDK, sta facendo. Questo è il primo scontro, a testimoniare che questa opzione, in seno a una popolazione come quella curda che conta circa quaranta milioni di persone, non riscuote l’unanimità ma ci sono dei conflitti politici su questo tema e su questa idea.

Poi c’è un altro conflitto che è se vogliamo interno alla sinistra rivoluzionaria curda, non tanto perché ci sia un dibattito su questa prospettiva (che viene accettata sostanzialmente da tutti), ma perché la scelta e la strategia del movimento rivoluzionario, con le sue organizzazioni, è talmente avanzata in prospettiva anche rispetto alla realtà dei conflitti che si vivono in quel territorio che sia la popolazione che spesso addirittura i militanti di base e i combattenti fanno fatica a mettersi su questo livello al 100%. Per fare degli esempi brevissimi: quando io ero là ho assistito alla discussione tra alcuni operai e un combattente delle YPG. Loro facevano presente che diverse famiglie che avevano avuto dei martiri nell’operazione di Membijc (che è una città araba prevalentemente) avevano delle forme di rabbia – sia perché gli USA stavano chiedendo alle YPG di ritirarsi da Membijc, e questo sembrava depotenziare il valore del sacrificio che era stato fatto, ma anche perché dietro c’era comunque tutta la pressione psicologica che i nazionalisti curdi stanno facendo anche in Rojava, accusando le YPG di aver sacrificato dei giovani curdi per liberare una città araba. Quindi anche parte della popolazione, che comunque sostiene il movimento rivoluzionario, di fronte ai costi che questo produce può essere presa da momenti di regressione. Perché poi possono sembrare tutte cose semplici e belle, ma quando poi si perdono i figli nella guerra per una città araba, dal momento che gli arabi fino a ieri hanno oppresso e sterminato i curdi in quella regione, la gente comunque fatica a mantenere questo livello.

Secondo esempio: io ho visto anche nella mia unità molti combattenti che accettavano in pieno l’idea delle Forze siriane democratiche come grande esercito che le YPG hanno creato assieme agli arabi e ad altre realtà del nord della Siria. Ma quando si trattava di andare fisicamente assieme ad affrontare il nemico, anche difficoltà pratiche come il non conoscersi e parlare lingue diverse venivano spesso tradotte in una forma di ostilità storica nei confronti degli arabi. Quindi bisogna capire che c’è stata una forzatura molto forte da parte dell’Organizzazione, che ha imposto a migliaia di ragazzi giovanissimi che di per se non si sarebbero mai parlati di affrontare assieme le situazioni terribili – mettendo in questo modo un punto che il movimento rivoluzionario metteva nella storia a partire dalla scorsa estate, la prima in volta in Siria da cui andare avanti.

Però ripeto, nella mia esperienza tutto questo è uno sforzo soggettivo, una missione soggettiva di un’organizzazione rivoluzionaria alla quale le persone faticano a stare dietro – ma tanto più meritoria perché procede con questa energia e determinazione.

I: Questo sforzo teorico e assolutamente pratico come può a tuo avviso essere pensato in Europa, rispetto a cosa significa il territorio e uno spazio per una prospettiva rivoluzionaria da costruire?

DG: Io posso di nuovo portare un mio ricordo, una testimonianza. Mi trovavo a Kobane, e c’era questo signore delle YPG che mi stava parlando per rincuorarmi rispetto a certe questioni… E mi aveva fatto un discorso politico sulla visione del movimento in Kurdistan. Mi aveva detto in particolare che il mondo futuro, quello che loro chiamano Modernità democratica (che per loro ha un senso comunistico), il mondo confederale per cui loro lottano – perché loro lottano sì per un Kurdistan confederale ma anche con una spinta verso un mondo confederale – è un mondo colorato. Cioè un mondo in cui non si cercano di annullare tutti i diversi colori per lasciare il grigio o il nero, ma in cui tutti i colori devono essere al massimo della loro potenza. Questo significa che non è che il movimento curdo, nel momento in cui ha creato questo miracolo dell’unione con le forze arabe della Siria del nord, il combattimento assieme, la costruzione di una nuova società assieme, non è che lo fa rinunciando all’insistenza continua sulla valorizzazione dell’identità curda, ma lo fa a partire dall’idea che valorizzare un’identità non significa farlo contro un’altra identità. Il problema, per esempio oggi in Europa, è che non appena qualcuno tematizza i suoi problemi in quanto per esempio italiano, o come abitante di una certa regione, spesso i militanti hanno una reazione di rifiuto immediato, rompono qualsiasi comunicazione se non a volte passano all’insulto, derubricando tutto questo nel fascismo – non riuscendo in questo modo a interagire con un fenomeno sociale storico che è sempre esistito e sempre esisterà: la necessità delle persone di tematizzare il loro punto di partenza, che spesso è identitario (a livello nazionale, linguistico, territoriale). Noi dovremmo riuscire a tematizzare il punto di arrivo, ma accettando questo punto di partenza. Questo il movimento curdo lo ha compreso. Se anche noi lo comprenderemo eviteremo, nella dimensione europea molto delicata di oggi, il rischio di favorire politicamente, pur senza volerlo, lo sviluppo di nuovi tipi di fascismi – consegnando a delle retoriche di destra qualsiasi elemento di totalmente spontanea e innocente tematizzazione dell’identità che ci può essere in Europa.

I: Ultima domanda rispetto all’Unione Europea. È noto ciò che sta avvenendo con la Turchia, rispetto a questo “gioco” sui migranti con gli accordi con Erdogan. Volevamo chiederti però se la U.E. ha avuto o ha un ruolo in Rojava, o se è un soggetto marginale.

DG: Come premessa bisogna dire che il movimento curdo e lo stesso Ocalan nei suoi scritti dal carcere, cerca sempre di vedere l’ambivalenza dell’esperienza europea e sottolineare implicitamente lo scarto che c’è tra quello che l’Europa vorrebbe essere e quello che in realtà è. Non per niente tra i punti di riferimento che ha scelto il Rojava a livello internazionale per la tematizzazione della sua esperienza c’è anche la storia dell’Europa. Ma se vediamo qual è il ruolo degli Stati nazionali europei e della loro unione parziale, nell’esperienza siriana è completamente negativo. Inghilterra e Francia hanno supportato attivamente quella parte di insurrezione siriana islamista che si trova oggi a combattere contro le YPG e sta infliggendo grandi danni alla popolazione siriana, essendo sulla via della sconfitta. Questo tra l’altro vale anche per l’Italia, che non ha supportato a livello militare o, per quello che se ne sa, finanziario, ma a livello diplomatico ha appoggiato ufficialmente la coalizione siriana che è l’ombrello di queste organizzazioni. Quindi in Siria il ruolo dei paesi europei è stato penoso e pericoloso.

Per quanto riguarda invece il Rojava, il supporto dell’U.E. alla Turchia non è che un atto di ostilità nei confronti della rivoluzione nella Siria del nord, soprattutto dal momento che la Turchia promuove un embargo nei confronti del Rojava (così come fa il Kurdistan iraqueno, su ordine turco – altro alleato dell’Unione Europea). Quindi qual è il supporto che l’Unione Europea dà a questa esperienza? Nessuno. L’unico elemento di contatto è la partecipazione di quasi tutti i paesi dell’Unione Europea alla coalizione internazionale contro lo Stato islamico creata su iniziativa USA (che ha nelle Forze siriane democratiche il proprio esercito di terra). Ma questo non significa aiutare la rivoluzione. Significa usare all’interno di un conflitto un certo attore, sicuramente anche con risultati molto benefici per questo attore militare (ovviamente le YPG, e io stesso che sono stato là posso dirlo, sono ben contente di avere un’aviazione che supporta le loro avanzate o le loro difese), però questo non si traduce affatto in un supporto politico di questa esperienza perché, al di là di tutto e del ruolo della Turchia, rimane il fatto che il modello del progetto confederale rivoluzionario del Rojava non è in nulla e per nulla simile a un modello di Stato o a un modello capitalista come quello dell’Unione Europea. Si tratta di due esperienze radicalmente opposte. L’Europa che esiste di fatto non ha un ruolo positivo in questo senso. 

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