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Green Pass: Questa volta è diverso

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Terzo contributo alla discussione su Green Pass e pandemia. Quali le domande di queste piazze? Come rapportarsi all’emersione di questo fenomeno? Buona lettura!

Se dovessimo assestarci sulla divisione pro e contro vaccino, a modo loro, entrambi gli schieramenti sono considerabili prodotti della società capitalista, se da un lato molti tra i pro vaccini anelano a una ripartenza della società, poco importa se questa è produttivista, estrattivista e sfruttatrice per poter tornare a una “normalità”, dall’altro lato i no vax sono coloro che assecondano il proprio individualismo, reso sempre più esasperato dalla pandemia e dalle sue conseguenze, mandando avanti gli altri per vederne gli effetti, pensando che rifiutando un problema che ad oggi dispone di una sola soluzione, si possa in qualche modo tornare al mondo di prima. Se la pandemia mostra il rimosso di un trauma collettivo possiamo leggere il rifiuto a vaccinarsi come mettere la testa sotto la sabbia e sperare che il virus se ne vada. È evidente che il virus non se ne andrà da solo – o se dovessimo aspettare quel momento dovremmo fare i conti con una falcidazione di masse di persone protratta nel tempo – e se dovessimo aspettarci che i governi globali metteranno in atto altre forme di contrapposizione al covid significherebbe che avremmo già concluso – e vinto – la rivoluzione.

Oggi nelle piazze no vax non esiste la domanda su quale mondo ci aspetta. Oggi nelle piazze c’è la speranza di tornare ad una normalità che abbiamo – o hanno – già perso. In questo senso queste piazze sono il prodotto capitalistico della società in fase acuta di decetomedizzazione che oggi esplode nella sfera della riproduzione sociale, della cura e della salute, che lotta per la difesa dei propri pochi mezzi e privilegi senza sapere di averli già persi, che si rifiuta di perdere la propria appartenenza soggettiva all’integrazione e alla propria valorizzazione secondo traiettorie individuali all’interno del capitale.

Quello che vediamo oggi nelle piazze no green pass in Italia e in Francia ad esempio, sono comportamenti di rifiuto che se prima erano relegati al privato cercano visibilità. Si rifiutano le misure sanitarie, si esprime scetticismo nei confronti della gestione della pandemia, sia dal punto di vista dell’utenza sia dal punto di vista dei professionisti del comparto, e primi nella lista si rifiutano i vaccini. Non farei nostra la tesi che i vaccinati sarebbero i giusti altruisti e i non vaccinati gli egoisti, così come viene promossa dai media e dalle campagne di governo. Ma, come viene scritto in un testo apparso su Temps Critiques “On est revenu au temps du mépris de classe.. en l’absence de classes au sens historique et marxien du terme”[1]. Certo è che non ci si possa nascondere dietro a un dito: ci piace pensare che chi si mobilita contro qualcosa e non rimane chiuso nelle proprie stanze sia sempre da inchiestare e comprendere, bisogna sporcarsi le mani, non si può essere proposta per una certa parte se si ha la puzza sotto il naso. Nella violenza generale secondo la quale si strutturano i rapporti sociali oggi non ci si può nemmeno ingenuamente (?) stupire se effettivamente le spinte contro il green pass nascono individuali e muoiono nella sopravvivenza a spese altrui. Perchè dovremmo aver paura di dirlo? A maggior ragione se nell’assenza della classe siamo di fronte a una diffusione di comportamenti di rifiuto sclerotizzati e individualizzati. Li cerchiamo ovunque perché ne siamo digiuni e ne andiamo a caccia ma siamo ancora consapevoli che per ribaltarne la singolarità necessitino di un lento e non scontato intervento di una soggettività organizzata con l’obiettivo di trasformarli, rivolgendoli verso l’alto. Lo scorso autunno quando alcune piazze italiane sono scoppiate in moti di rabbia secondo le parole “Tu ci chiudi, tu ci paghi” per esempio, abbiamo provato a interrogarci su quali fossero i motivi, quali persone fossero presenti, cosa volessero. La differenza più immediata con le manifestazioni no green pass è ovviamente il conflitto esplicito e la fase pandemica attraversata, allora ancor più confusa e contraddittoria di ora. Oggi queste piazze sono l’espressione dei diversi modi soggettivi di percepire e vivere la pandemia, ma non volontà di rottura. Ora il green pass incarna un dispositivo concreto contro il quale scagliarsi perché rappresenta un peggioramento delle proprie vite ma non è evidente il legame di concausa con la pandemia e con la vaccinazione in sé. In questo senso poi, le critiche alla Agamben al green pass come dispositivo di controllo in una società della sorveglianza non aiutano a smontare questo afflato prima di tutto emotivo contro il dispositivo in sé, impedendo quindi di allargare la critica alla base dei problemi, ossia la gestione criminale della pandemia e l’organizzazione complessiva della società. Il green pass è ciò che serve alla controparte per tornare a produrre e a far consumare come e più di prima nella paura di una crisi mordente e con la garanzia di non dover richiudere tutto a causa di un virus non ancora debellato. Nulla di più nulla di meno.

Se la narrazione dominante vuole dividere in due la società ciò che si potrebbe contrapporre è l’intenzione di uscire dalla pandemia, con i nostri mezzi e con gli strumenti a disposizione, e quindi anche per forza con il vaccino, non perché si voglia la ripartenza ma per essere in condizione di lottare contro. E non solo, andrebbe fatto un discorso su quanto sia fasullo pensare che esista un fuori dalla pandemia, ciò che rimane possibile oggi è scontrarsi con una realtà che è nuova ed è questa. 

 

[1] http://tempscritiques.free.fr/spip.php?article500 “ Siamo tornati al tempo del disprezzo di classe.. nell’assenza di classi nel senso storico e marxista del termine”. 

 

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