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I Sud si organizzano


Contro la guerra globale e ai nostri territori. Per la costruzione di un orizzonte di possibilità oltre estrattivismo e sfruttamento


Cosenza – 11 e 12 aprile 2026

Non esiste un solo Sud. Esistono una pluralità di Sud, attraversati dalla medesima struttura di disuguaglianza, fatta di spopolamento, abbandono e speculazione.

Questa assemblea nasce da una necessità impellente.

Dalla consapevolezza che i Sud non rappresentano una periferia geografica da amministrare, ma una condizione storica, un campo di forze politico e teorico: un punto di osservazione dal quale è possibile mettere a nudo le macerie del modello capitalistico estrattivista.

Rifiutiamo le lenti deformanti del cosiddetto “sottosviluppo” e di una presunta arretratezza endemica dei territori meridionali. Una retorica tipica dei processi coloniali, che serve soltanto a mascherare una realtà ben più brutale: il Sud (e le isole) non sono un vagone lento da agganciare alla locomotiva del Nord, ma un laboratorio in cui è stato collaudato un modello di sviluppo parassitario e mortifero, pensato altrove e per interessi totalmente estranei a chi queste terre le abita.

Interrogarsi sui Sud oggi significa quindi ridiscutere il senso stesso dello sviluppo, il rapporto tra economia e vita, tra produzione e territori, tra istituzioni e comunità.

Negli ultimi anni, è sempre più evidente la tendenza alla trasformazione delle regioni meridionali in spazi di pura disponibilità: alla speculazione, all’estrazione violenta di risorse naturali ed energetiche, alla riduzione a meta di turismo di massa e/o a corridoio logistico funzionale all’apparato militare-industriale. È un modello che procede sistematicamente in direzione contraria agli interessi di chi questi territori li vive.

Anche la fragilità delle nostre terre, palesata dai più recenti eventi climatici estremi, non è un fatto esclusivamente naturale ma fa parte delle conseguenze di questo processo.

Le esondazioni, le frane e i crolli che sbriciolano i nostri centri, le coste e le aree interne non sono mera fatalità; sono la concretizzazione di un’incuria programmata. Sono il prodotto della stessa logica che devasta i servizi fondamentali: una sanità pubblica smantellata, che produce migrazioni forzate per il diritto alla cura; infrastrutture obsolete, che lasciano interi territori senz’acqua; reti di collegamento e trasporto insicure, carenti o addirittura inesistenti, che rendono la quotidianità un vero e proprio esercizio di sopravvivenza.

In questo quadro, le “grandi opere”, come il Ponte sullo Stretto, così come quegli interventi di facciata o puramente simbolici, non rappresentano risposte reali a problemi fin troppo concreti, ma gli esempi più lampanti di una dissonanza insopportabile. Sottraggono risorse alle urgenze reali per alimentare un’economia dell’eccezione e dell’emergenza permanente, garantendo profitti a pochi e altrove, mentre ai nostri territori viene sottratto il presente e il futuro.

Si tratta di una vera e propria “guerra ai territori”, una modalità di dominio violento sui territori e sui popoli che li abitano, che diventa ancora più evidente nella fase attuale di riconversione bellica della società, dall’asservimento economico agli interessi della macchina bellica fino alla messa a valore dei territori nei flussi della logistica militare.

Nonostante il Sud non sia un blocco omogeneo, nelle regioni meridionali, nelle aree interne e nelle isole si riproduce con regolarità impressionante la stessa scala di disuguaglianza, con intensità differenti ma con le stesse problematiche: povertà diffusa, precarietà, assenza di servizi fondamentali e prospettive di vita dignitose, devastazione ambientale, dissesto e saccheggio dei territori.

Le conseguenze di queste dinamiche non fanno che alimentare nuove e continue ondate di emigrazione. Un fenomeno, questo sì endemico, che oggi paradossalmente non rappresenta più neanche la strada per un netto miglioramento delle condizioni economiche di partenza, ma una scelta praticamente ‘obbligata’ che impone di produrre ricchezza altrove per salari da fame, e di cui le stesse famiglie meridionali si trovano a sostenere i costi economici e sociali.

I Sud, allora, rischiano davvero di diventare soltanto dei luoghi di passaggio, delle vetrine turistiche per qualche mese l’anno, oppure semplicemente di sparire, schiacciati tra spopolamento e sfruttamento. Sicuramente non dei luoghi dove immaginare di poter rimanere a vivere, e sicuramente non in maniera dignitosa.

Contro questa traiettoria, non serve un modello di sviluppo imitativo.

Non bisogna rincorrere modelli industriali che hanno già prodotto devastazione ambientale e sociale. Non ci serve la retorica dell’assistenzialismo, né tanto meno l’idealizzazione di un’identità statica, l’idea di un Sud immobile e rassegnato.

Serve rompere con le rappresentazioni stereotipate e le lenti coloniali per iniziare la costruzione di un’alternativa concreta e praticabile, da contrapporre a ritmi e modelli imposti da un sistema di morte e devastazione.

Non esistono anticorpi ‘naturali’ al capitalismo: esistono il conflitto e l’organizzazione.

Sud può e deve diventare uno spazio da cui produrre un’altra idea di abitare i luoghi: uno sguardo che parta dal Mediterraneo per rimettere in discussione dalle fondamenta la centralità del mercato e il dominio tecnico-militare come orizzonte inevitabile.

Ma questo piano teorico ha senso solo se resta strettamente intrecciato alla soddisfazione dei bisogni più urgenti e immediati. Non potrà avere alcuna incisività senza la rivendicazione di una sanità territoriale efficiente, senza la pretesa di infrastrutture adeguate, senza la difesa dei territori da estrattivismo e devastazione, senza una lotta contro precarietà e sfruttamento lavorativo; perché è solo attraverso la risposta a questi bisogni fondamentali che la possibilità di rimanere smette di essere un’aspirazione e diventa una realtà politica concreta.

Per discutere insieme di tutto questo, convochiamo un’assemblea meridionale a Cosenza, per sabato 11 e domenica 12 aprile.

Questo appuntamento rappresenta la seconda tappa di un percorso collettivo avviato nei mesi scorsi a Messina, sui fili della lotta contro il Ponte sullo Stretto, dove abbiamo sancito la necessità di liberarci dalle retoriche coloniali sul Sud.

Vogliamo dare continuità a quella posizione, allargando il fronte a tutte le realtà delle regioni meridionali che ogni giorno si organizzano nei territori. Vogliamo che sia uno spazio politico di confronto, proposta e riflessione, capace di tenere insieme l’analisi critica e la necessità di tracciare percorsi per forme di opposizione concreta.

Il Sud non è un problema da amministrare.

È una forza collettiva che si organizza.

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