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Cina: nuove proteste nella fabbrica del mondo

 

PECHINO – Focolai di rivolta continuano a divampare nel Delta del Fiume delle Perle, culla della “fabbrica del mondo”. La provincia meridionale del Guangdong è l’epicentro del nuovo terremoto sociale che da lunedi’ sta scuotendo il villaggio di Zuotan, distretto di Foshan, e Zhongashan, sobborgo di Shaxi.

Due episodi distinti che riportano alla luce una serie di problematiche di portata nazionale e mai risolte: la questione della corruzione dei funzionari locali, spesso collegata all’espropriazione forzata delle terre rivendute dalle autorità senza il consenso dei proprietari, e quella dei lavoratori migranti (mingong in cinese), che si riversano nelle grandi città in cerca di un lavoro meglio retribuito.

La sera di lunedi’ una trentina di migranti provenienti dalla provincia del Sichuan si sono radunati di fronte alla centrale di polizia di Shaxi per protestare contro l’arresto di un quindicenne venuto alle mani con uno studente locale. L’intervento poco ortodosso delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa -secondo i genitori il ragazzo originario di Chongqing sarebbe stato picchiato dalla polizia- ha scatenato l’ira dei migranti, esplicatasi nel rovesciamento e nella distruzione di almeno due veicoli della pubblica sicurezza. Le forze dell’ordine avrebbero tenuto in custodia il ragazzo legandolo e arrecandogli delle ferite al volto. A dare man forte ad amici e familiari del giovane, in tarda serata, circa 300 manifestanti hanno cominciato a lanciare sassi e mattoni contro la polizia.

Le autorita’ hanno gettato acqua sul fuoco minimizzando l’accaduto. Mercoledì notte la situazione sembrava essere gia’ tornata sotto controllo, secondo quanto riportato da un comunicato ufficiale. “La protesta e’ stata essenzialmente dispersa,” ha reso noto un portavoce di Shaxi alla Reuters, “non sono rimaste che poche macchine della polizia, e alcuni spettatori nei paraggi”.
Nel frattempo foto degli scontri sono cominciate a circolare sui principali social media. Tra gli scatti piu’ cliccati quello ritraente una donna ferita, a testimoniare come la pubblica sicurezza non si sia astenuta dall’aprire il fuoco, mentre il bilancio delle vittime e degli arresti rimane ancora un’incognita.

Il malcontento della comunita’ migrante insidiatasi nei dintorni di Shaxi si è andata ad aggiungere a quella dei residenti di Zhongshan, tanto che nella giornata di martedi’ un migliaio di manifestanti ha messo a ferro e a fuoco il municipio della citta’ e la stazione di polizia, costringendo le forze dell’ordine a isolare completamente la zona.

Diverse le motivazioni all’origine dei tafferugli tra popolazione e funzionari di sicurezza pubblica avvenuti nella cittadina di Zuotan. Martedi’ mattina la sede del Partito locale e’ stata circondato da un gruppo di contadini infuriati contro il segretario locale, colpevole di aver venduto le terre da loro coltivate a importanti gruppi immobiliari, ricavandone lauti guadagni. Anche qui gli scontri con le forze dell’ordine sono sfociati in atti vandalici ai danni delle vetture della polizia. Centinaia le persone malmenate tra le quali un veterano della guerra di Corea.

Sebbene le proteste di Zuotan riportino immediatamente alla mente la rivolta di Wukan dello scorso autunno -anch’essa divampata a causa del land grab e della corruzione dei funzionari locali- tuttavia la provincia del Guangdong vanta un passato burrascoso costellato da casi altrettanto scomodi. Nel giungo 2011 migliaia di mingong (sempre provenienti dal Sichuan) si scontrarono con la polizia a Zengcheng, incendiando automobili e devastando gli edifici governativi. In quell’occasione ad alimentare la rabbia dei lavoratori migranti fu il trattamento violento riservato ad una venditrice ambulante incinta.

Conscio della situazione il segretario provinciale Wang Yang -noto per le sue inclinazioni liberali e in corsa per un seggio al Comitato Permanete del Politburo- ha sottolineato la necessità pressante di raffreddare i bollori dei cittadini scaturiti da un senso di disagio sociale. La panacea volta a guarire i mali del popolo ha il nome evocativo di “Happy Guangdong” e consiste in un modello di sviluppo più equo ed equilibrato.

Secondo le stime stilate dal governo cinese gli “incidenti di massa” -come vengono chiamati in gergo riot e disordini sociali- sono passati dagli 8.700 del 1993 ai circa 90.000 del 2010. Ma sono in molti a credere che il bilancio sia stato snellito artificiosamente dalle autorità, le quali, negli ultimi anni, si sono astenute dal rilasciare i nuovi numeri.

E così le recenti proteste “made in Guangdong” non sono altro che gli ultimi campanelli dall’allarme del malcontento che cova sotto le ceneri della società cinese. Per quanto riguarda il problema corruzione Pechino si è già messo in moto, intensificando il giro di vite sui quadri locali; oltre mille gli indagati nella sola provincia fucina del manifatturiero cinese.

Non meno spinosa la questione immigrazione interna. I mingong in arrivo dalle campagne hanno fornito la manodopera a basso costo dalla quale ha tratto nutrimento l’iperbolica crescita economica del gigante asiatico. Al momento più della metà dei 14milioni di residenti della città di Canton sono lavoratori migranti. Attratti da salari più alti e condizioni di vita migliori per i propri figli, i lavoratori si spostano nelle grandi città per poi scontrarsi con una realtà ben diversa, fatta di difficoltà logistiche (derivanti in primis dal rigido sistema di registrazione chiamato hukou) e frustrazioni per il trattamento discriminatorio ricevuto dalla popolazione locale.

E come testimoniano i numeri, la città di Shanghai è una delle mete predilette dai mingong, schizzati dai 9milioni del 2000 ai 23 milioni del 2010, tanto che al momento circa il 60% dei residenti nella megalopoli del sud appartiene alla categoria dei lavoratori migranti.

“I disordini causati dai mingong costituiscono un problema enorme che potrebbe condurre ad agitazioni in tutto il Paese,” ha commentato Manyan Ng, direttore di International Society for Human Rights (ISHR), “la leadership cinese è seduta su un vulcano.”
Ciò che ha permesso a Pechino di incassare il colpo senza eccessivi danni -secondo Ng- è la “natura isolata” delle rivolte, sino ad oggi, mai collegate tra di loro. E se i vari focolai dovessero divampare in un incendio?

In un’intervista al New York Times il noto avvocato-dissidente Chen Guangcheng -protagonista di un clamoroso caso diplomatico Cina-Usa e al momento nella Grande Mela per effettuare un corso di studi alla New York University- si è pronunciato sulla crescente insofferenza dimostrata dalla popolazione cinese nei confronti delle autorità. “(I funzionari) Sono molto spaventati dalle agitazioni delle campagne. Sanno come la vita nelle zone rurali sia terribile. Sono terrorizzati dai movimenti organizzati dalla popolazione. La situazione nelle campagne al momento è delicata e questo è il motivo che ha portato a tante detenzioni e all’assunzione di altre misure del genere. Nemmeno cercano una giustificazione, lo fanno e basta. E’ perché sono spaventati.”

E qualcuno ai piani alti se ne deve essere accorto. Proprio questa mattina il China Daily, megafono del Partito comunista cinese, titolava “Official eye training to handle mass incidents”.
Gli ultimi disordini del Guangdong hanno indotto le autorità a prendere in considerazione l’organizzazione di corsi di formazione per i funzionari locali, in modo da insegnare loro come far fronte correttamente ai “disordini di massa.” Il quotidiano in lingua inglese riporta di come nella giornata di lunedì alcuni quadri siano stati rapiti, dai rivoltosi di Zuotan, chiusi in un minibus e lasciati senza cibo né acqua, per essere liberati da alcuni colleghi ben nove ore dopo.

Il malcontento dei migranti della prospera provincia al confine con Hong Kong e Macao non desta stupore, ha ammesso Zhu Lijia, professore della Chinese Academy of Governance. La scarsa tutela dei loro diritti rispetto a quella dei residenti permanenti è una delle motivazioni scatenanti, “ma quando avvengono incidenti di massa i dipartimenti governativi dovrebbero cercare di illustrare le leggi e i regolamenti ai mingong, rendendo più trasparente il loro operato al fine di evitare l’acuirsi  di attriti tra lavoratori migranti e popolazione locale.”

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