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Portogallo, nuove misure d’austerity e la chimera della salvezza



Il governo di Pedro Passos Coelho infatti, ha deciso di aumentare dall’11 al 18% i contributi previdenziali per i lavoratori dipendenti. Ciò significa che ogni lavoratore verserà nell’arco di un anno l’equivalente di una mensilità. Questa nuova misura arriva all’indomani della decisione della Corte Costituzionale di bocciare il piano di rigore che sopprimeva le tredicesime per il 2013.

Aumentano quindi le tasse per i lavoratori e le lavoratrici, mentre diminuiscono quelle per le imprese, introducendo sgravi fiscali rivolte a queste ultime con la speranza da parte del governo, di recuperare sulla disoccupazione che avanza in Portogallo, sulle cui spalle grava oltremodo, un prestito di salvataggio di 78 miliardi di euro, negoziato con l’Europa e il FMI al fine di evitare il fallimento. Da allora si diede il via ad un piano draconiano: un concentrato di misure come l’aumento dell’IVA, tagli alle pensioni e salari pubblici medio-alti, la compartecipazione alle spese sanitarie da parte dei cittadini, ecc. Ma quelle stesse misure che il sistema economico capitalistico richiede per garantire la sua sopravvivenza, non fa altro che creare altri problemi, l’ennesima dimostrazione di un sistema che non funziona: quello che si è generato è stato infatti un crollo della domanda interna -e quindi delle entrate fiscali; automaticamente lo sperato mantenimento degli obiettivi del deficit non sembra andare a buon fine, anzi, calando il PIL, la crescita del debito è stata esponenziale, tanto quanto la disoccupazione, mentre le nuove annunciate misure non fanno altro che dimostrare come il cane continua a mordersi la coda a scapito dei lavoratori e delle lavoratrici.

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