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Sulla lotta (di facciata) al terrorismo

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E’ di ieri la notizia dell’arresto di un cinquantanovenne egiziano a Foggia, per presunta affiliazione all’ISIS, tra le accuse anche l’incitamento a distruggere le chiese e trasformarle in moschee. Oggi scattano le operazioni in svariate altre città nei confronti di altri sospetti militanti di ISIS in Italia: Milano, Torino, Napoli. Minniti gongola e prova a chiudere così il proprio mandato: recuperando sulla lotta al terrorismo il terreno perduto sulla credibilità politica. Questa storia ha qualcosa tra il comico ed il grottesco. Cosa occorre chiarire perché la guerra a ISIS sia una battaglia reale e non – solo – uno strumento di propaganda securitaria?

 

 

Il 5 febbraio scorso le istituzioni italiane e (udite udite!) il papa hanno ricevuto, con tutti gli onori riservati ad un capo di stato, il sultano Erdogan. In quell’occasione lo stesso Erdogan siglava accordi commerciali con aziende italiane private e di stato. Molti di questi accordi riguardavano forniture di apparecchiature e mezzi del comparto militare.
Il 20 gennaio dello stesso anno il governo turco aveva lanciato un’operazione militare denominata “ramoscello d’ulivo”, con la quale invadeva il cantone, a maggioranza kurda, di Afrin in Rojava (Siria del Nord). L’obiettivo, mal celato, del governo turco era quello di compiere un’operazione di pulizia etnica contro i kurdi di Afrin e di mettere fine all’esperienza rivoluzionaria che aveva portato alla nascita di una nuova società basata sull’autogoverno delle comunità, sul protagonismo delle donne nella vita e nella difesa della comunità e sulla tutela di tutte le minoranze etniche e religiose. Il modello dell’autonomia democratica si era espanso via via in tutto il nord della Siria, dalla liberazione di Kobane a quella di Mambij Tabqa, Raqqa (capitale del califfato), fino ai territori ad est dell’Eufrate nel governatorato di Deir Ez Zor.

Nell’ invasione, partita il 20 gennaio, l’esercito turco (secondo esercito NATO) si serviva dell’aiuto di milizie jihadiste legate ad Al Nusra ed a quel che restava dell’ISIS. Le stesse milizie erano state armate ed addestrate proprio dal governo turco, quindi armi NATO sono di fatto state consegnate a queste organizzazioni per l’invasione del territorio di un altro “stato sovrano” (solo per utilizzare la terminologia dell’inutile quanto inefficace diritto internazionale). Nel corso della sopra citata operazione militare sono state utilizzate armi chimiche; l’aviazione turca ha deliberatamente preso di mira obiettivi civili non riuscendo nell’avanzata via terra; elicotteri italiani hanno messo a ferro e fuoco villaggi nel cantone di Afrin. I corpi delle giovani combattenti delle YPJ (Unità di Protezione delle Donne) sono stati mutilati e filmati in video di propaganda. Al cinquantesimo giorno di invasione, dopo il ripetuto bombardamento degli ospedali della città, le truppe turco-jihadiste sono entrate nella città di Afrin. Due persone sono state sgozzate pubblicamente, le case ed i negozi saccheggiati, le donne vivono tuttora nel terrore di violenze da parte dei miliziani jihadisti.
Nemmeno un briciolo dell’attenzione mediatica riservata all’arresto del cittadino egiziano è stata dedicata alla denuncia del genocidio in atto ad Afrin proprio contro coloro che hanno per anni lottato contro il terrorismo.
Il governo italiano ha di fatto sostenuto l’avanzata ed i crimini di guerra di milizie fondamentaliste salafite stringendo accordi con il governo turco. Laddove c’era una società democratica, antisessista e rispettosa di tutte le etnie e religioni oggi regna il terrore e l’intolleranza sul modello del califfato.
Quanto siamo ancora disposti a credere alla bufala di una lotta efficace al terrorismo che ne affronti le cause e non gli effetti?

In ogni paese europeo negli ultimi anni sono state formulate leggi liberticide motivate dallo spauracchio del “terrorismo islamico” proprio mentre i nostri capi di stato andavano a braccetto con Erdogan e stringevano accordi milionari con il governo turco. Sono stati proclamati stati di emergenza, in giro per l’Europa, che legittimavano qualsiasi livello di repressione in nome della lotta al terrorismo, ma allo stesso tempo la “comunità internazionale” non era capace di prendere una posizione rispetto ai crimini del governo turco ed al suo costante sostegno alle milizie fondamentaliste che hanno messo a ferro e fuoco la Siria negli ultimi 7 anni.
La stessa polizia che arresta l’egiziano accusato di affiliazione all’ISIS il 5 febbraio a Roma manganellava i solidali con il popolo kurdo che manifestavano contro gli onori riservati ad Erdogan dalle istituzioni italiane.
La lotta al terrorismo è riuscita nell’incredibile impresa di produrre un’ondata xenofoba che ha favorito il risveglio delle destre estreme, da sempre strumento di controllo del conflitto sociale. Le bufale della sicurezza e dell’antiterrorismo non sono altro che scuse per legittimare l’inasprimento dello stato autoritario.
Non ci servono leggi antiterrorismo se i nostri governi sono i primi a finanziarlo, è per questo che la solidarietà internazionalista va sostenuta perché unico strumento per contrastare le derive autoritarie dei regimi in Medio Oriente, così come in Europa.

 

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