InfoAut
Immagine di copertina per il post

Universo di rabbia: i campi profughi di Betlemme

Ahmed ci lascia in compagnia di Hamza, 30 anni e una famiglia che vive nel campo profughi di Deisha da tre generazioni. All’ingresso del campo si trova il centro giovanile Ibdaa. Alcuni militanti del Fronte Popolare (Fplp) stanno facendo un raduno per Mohamed Al-Qiq, il giornalista in sciopero della fame, e sull’orlo della morte, per protestare contro la sua detenzione senza processo. Hamza inizia il suo racconto mostrandoci una grande chiave disegnata sul primo muro del campo. Deisha è nato nel 1948 quando, durante il primo conflitto arabo-israeliano, i cittadini di Gerusalemme e Hebron, e di quarantacinque villaggi circostanti, confluirono alle porte di Betlemme per sfuggire al massacro in corso. Racconta che quando i palestinesi abbandonarono le proprie abitazioni le chiusero a chiave, lasciando dentro tutto: soldi, vestiti, oggetti. La loro convinzione era che sarebbero tornati da lì a poche settimane. Molte famiglie hanno conservato la chiave fino a oggi come simbolo della loro volontà di ritorno, e per questo la chiave è anche simbolo dei campi profughi di Betlemme.

Hamza racconta che i soldati della legione araba proveniente dalla Giordania o dall’Egitto, nella maggior parte dei casi, finsero di combattere: quando furono a vista dell’esercito israeliano si tolsero le divise, buttarono a terra le armi e scapparono via. Gli chiediamo quando, a che età, un bambino nato qui comincia a capire di non essere un bambino come gli altri, che spiegazione si dà per questo destino che non ha potuto scegliere. “Nessuna. Io, ancora oggi, non riesco a credere di essere nato qui. Non lo riesco ad accettare”. La sua voce è carica di rabbia. Da quattro anni non può uscire, non può raggiungere neanche Gerusalemme a causa dei check point. La rabbia che gli incrina la voce prende sempre più forma in parole

che non lasciano margine di fraintendimento: “Pace? Io non sono per la pace”, dice. Afferra la bottiglia d’acqua che teniamo tra le dita, poi ci porge la mano e ci chiede: “E’ pace, questa?”. Restituisce l’acqua e porge la mano di nuovo: ”Questa è pace: ti do qualcosa e ti porgo la mano. Se mi togli qualcosa e poi porgi la mano non è un accordo, ma una presa in giro.”

Spiega che questo campo, come tutti gli altri, riceve aiuti quasi inesistenti da parte dell’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione), e che questi fondi man mano sono diminuiti, fino a diventare ridicoli. Una delle problematiche più grandi nel campo è l’acqua, presente 48 ore al mese; cosa che lascia perplessi anche considerato che la sede dell’UNRWA (ONU), situata ai bordi dell’insediamento, ha acqua tutti i giorni, 24 ore su 24. I residenti del campo da soli si sono creati degli impianti idrici che razionano l’acqua e ogni casa ha delle grandi cisterne sul tetto per conservarla e redistribuirla durante il il periodo di assenza. A Deisha vivono piu di 15 000 persone in uno strettissimo fazzoletto di terra; inizialmente, nel 1948, ammassati in grandi tendoni, dal 1969 stipati in bunker di cemento di 20 mq. I bunker vennero costruiti dagli abitanti del campo, e consistevano in un’unica stanza per dormire e mangiare dove vivevano circa 15-20 persone. Solo nel 1994 ebbero la possibilità economica e materiale di iniziare a costruire da soli delle abitazioni vere ma, vista la mancanza di soldi, vennero fatte (e sono fatte tutt’ora) interamente in cemento; ciò che le rende molto fredde d’inverno e calde d’estate (case costruite così sono illegali ovunque, perché gravemente dannose per la salute).

Le case soano state costruite una attaccata all’altra e questo rende impossibile avere della privacy, cosa che rende comprensibile la frustrazione degli abitanti, schivi e silenziosi. Camminando lungo la città notiamo murales di ragazzi e ragazze, in molti casi accostati al simbolo dell’Fplp e ai ritratti di George Habbash e Ahmad Saadat, rispettivamente fondatore e attuale leader (detenuto) dell’organizzazione. Ogni murales raffigura in martire, “ ogni casa ha la sua storia ed ogni muro la racconta”. I morti in questo campo, come in tutti, sono stati e sono tutt’ora molti. Un giovane seduto di fronte alla sua abitazione la sera, quale settimana fa, non avendo visto arrivare i soldati israeliani ed è rimasto li; un soldato, venendolo, ha aperto il fuoco e lo ha ucciso. Atti d’eroismo dei soldati israeliani.

Per questo, per le condizioni in cui sono costretti a vivere gli abitanti di Deisha e per la rabbia che tutto ciò ha generato negli animi dei più anziani, e soprattutto in quella dei più giovani, nati e vissuti in questa situazione, ogni volta che i soldati israeliani entrano nel campo per arrestare qualcuno i ragazzi prendono i sassi e iniziano a resistere, tentando di respingerli a tutti i costi, e qui il costo è spesso la vita. Il 70% dei ragazzi, peraltro, ha un’ottima istruzione: “Tutti studiano e si istruiscono al meglio perché è l’unica salvezza, l’unico modo per migliorare la propria vita”. Ci conduce in un punto dov’è possibile vedere tutto il campo dall’alto e viene subito all’occhio come si possa distinguere chiaramente il campo profughi dalla città: sopra ogni tetto di ogni casa del campo ci sono cisterne d’acqua nere. La visuale ci lascia in silenzio.

Il campo di Aida è a sua volta caratterizzato da un’enorme chiave scolpita sopra il cancello d’ingresso. È noto per la sua vicinanza all’area C, dove è situata la tomba di Rachele sotto amministrazione israeliana, e il Muro di separazione da Gerusalemme dove abitualmente hanno luogo scontri tra palestinesi e soldati israeliani. L’ingresso del campo è attraversato da bambini scatenati, delle cui energie represse sta facendo le spese un povero cane, bistrattato e trascinato da tutte le parti. Quando si sono stancati di vittimizzarlo, come fosse la cosa più normale del mondo si spostano verso la base israeliana costruita dirimpetto al campo, iniziando a tirare pietre verso il suo cancello. Da li a pochi minuti sentiamo uno sparo, ci affrettiamo ad entrare nell’atrio di un’abitazione e pochi minuti dopo ci rendiamo conto che era soltanto un lacrimogeno, il cui odore acre si diffonde per la strada. Il 5 ottobre una scena simile era avvenuta nello stesso luogo. Una giornalista fece una foto al gruppo di ragazzi tornati poco prima da scuola e riunitisi alle porte del campo, poi fece una foto ai militari israeliani nella base, uno dei quali venne ritratto con un fucile puntato verso i ragazzini. Pochi minuti dopo uno di loro, Abdel Rahman, era a terra morto.

Aida è nato nel 1950 e attualmente ci vivono oltre 5.000 persone, in meno di un chilometro quadrato. A raccontarci tutto questo è Kareem, abitante del campo e uno dei gestori del centro giovanile. Questo campo ha una storia particolare di resistenza; la situazione è molto tesa, i militari israeliani entrano almeno una volta a settimana (per fare arresti, o anche soltanto per intimidire), di notte ma anche di giorno. Ci mostra come tutte le aree ricreative, le scuole e le case che si affacciano sul cancello siano coperte da reti o giganti muri di cemento per proteggere gli edifici dagli attacchi dei soldati israeliani. Racconta che cinque mesi fa una donna è morta soffocata da un lacrimogeno sparato dai militari ed entrato nella sua stanza da letto; essendo disabile, non è riuscita a tirarlo fuori dalla finestra. Ci racconta come nessuna delle stanza con le finestre che si affacciano sul Muro fossero abitate durante i periodi più duri di conflitto, per i vari episodi in cui abitanti hanno perso la vita ad opera dei cecchini.

Quando gli chiediamo se l’attuale possa essere definita o no ”Intifadah” risponde: “Qui l’Intifada non è mai finita”. Il campo soffre terribilmente l’impatto militare e ci spiega come siano nate cosi molte forme di resistenza differenti, come ad esempio il progetto “Sounds of Palestine” nato 3 anni fa con l’intento di creare un piccolo conservatorio musicale per avvicinare i ragazzi alla musica e permettere loro espressione e svago. Quando i ragazzi iniziano a suonare nel centro, tuttavia, i soldati lanciano lacrimogeni verso l’edificio, arrivando a renderne necessaria l’evacuazione. Una forma di crudeltà e disprezzo che fa parte della guerra anche psicologica che Israele impone a chi già vive in condizioni drammatiche.

Kareen ci accompagna sul tetto del centro, situato alle porte del campo, e ci indica le case attorno con la sua aria mesta e l’atteggiamento cupo, proprio di chi vive ogni giorno nel luogo dell’oppressione più vigliacca, nel punto del mondo dove migliaia di esseri umani sono trattati come scarti e come una sorta di surplus storico-sociale, destinati ad arrendersi al proprio destino, vivere in prigionia o morire. Si guarda attorno. Ancora distinguiamo i tetti del campo da quelli della città, come a Deisha, a causa delle cisterne sistemate a elemosinare acqua dal cielo. “Guardando ognuna di queste mi vengono in mente mille storie da raccontare”. Le storie che avremmo da raccontare noi sono troppo diverse. Forse anche per questo è così difficile colmare la distanza che ci separa dalla Palestina.

Corrisponenti di Infoaut e Radio Onda d’Urto da Betlemme

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

betlemmecampi profughiisraelepalestina

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Cagliari, il Muro di Coscienza prende vita in aeroporto: “Le rotte con Israele passano anche da qui”

Si è formato questa mattina dalle 8.30 alle 12:00 il Muro di Coscienza all’aeroporto di Cagliari Elmas parte di una giornata coordinata attraverso Giovedì Bianco (giovedibianco.it) che ha coinvolto anche Verona e Milano questa mattina e che prosegue oggi pomeriggio e stasera a Roma Fiumicino e Venezia.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Toscana sacrificata

Ripubblichiamo questo testo originariamente apparso su Scrivania Autogestita di Informazione che ha il pregio di tessere i fili di ciò che si sta verificando sulla regione Toscana, individuando le tendenze e gli interessi in campo.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Torino: Run to Gaza. Il 6 settembre Torino corre per Gaza

Il coordinamento cittadino per la Palestina Torino per Gaza insieme ad altre realtà ha organizzato la prima maratona per Gaza. Di seguito il testo di indizione dell’evento e le modalità per partecipare.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Il popolo salva il popolo: la risposta popolare al terremoto e al fascismo

Abbiamo tradotto un reportage di Colombia Informa, agenzia di stampa alternativa colombiana in merito a quanto sta accadendo a livello sociale e politico in seguito al devastante terremoto avvenuto nel Paese qualche settimana fa.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Dalla Vlora a Sazan: il programma della Global Sumud Flottilla a sostegno della Flaminio Revolution

Riceviamo e diffondiamo il comunicato stampa che annuncia l’imminente partenza di una nuova missione della Global Sumud Flottilla: verso l’Albania per sostenere la mobilitazione per la Palestina della Flaminio Revolution. Buon vento!

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Ribolla: il nuovo progetto fotovoltaico è finanziato da una società israeliana

In queste settimane su molti quotidiani si è parlato del nuovo progetto di impianto fotovoltaico che dovrebbe sorgere in Maremma promosso dalla società israeliana Shikun & Binui.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Il filo rosso della distruzione: da Colleferro a Domusnovas, le ragioni per la riconversione civile

La terra trema, un boato squarcia l’aria e una colonna di fumo si alza verso il cielo, lasciando dietro di sé una pioggia di detriti incandescenti. 

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Cisgiordania: “In corso una vera e propria pulizia etnica incoraggiata dalle autorità israeliane”. Testimonianza da Qusra

In Cisgiordania è in atto un’enorme campagna di pulizia etnica portata avanti dai coloni israeliani nella totale impunità. Ad agire sono gruppi di giovanissimi che assomigliano sempre piu’ a delle vere e proprie squadracce fasciste.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Da Colleferro a Pisa, il campo minato dei territori di sacrificio

Pochi giorni fa abbiamo visto un’enorme esplosione coinvolgere una fabbrica di munizioni a Colleferro, la KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La tigre di carta: il fallimento della macchina da guerra americana da mille miliardi di dollari

 Il popolo americano ha fatto enormi sacrifici per finanziare questa macchina da guerra obsoleta, troppo costosa e inefficace. Molti hanno pagato con la vita, con l’integrità fisica o con la salute. Tutti noi paghiamo il costo della bellicosità dei nostri leader e dello sperpero sconsiderato della nostra ricchezza nazionale, che ci lascia privi dei sistemi di supporto fondamentali che i nostri vicini negli altri paesi sviluppati danno per scontati, dall’assistenza sanitaria universale gratuita e un’istruzione pubblica di qualità a salari dignitosi e ferie retribuite.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Chi ricostruisce Gaza? Ricostruzione e resistenza indigena

Dopo il recente annuncio di Hamas di voler cedere il governo di Gaza al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, sono riemerse con urgenza domande su chi plasmerà il futuro di Gaza e a quali condizioni.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Lettere dal carcere di Ahmad Salem

Ahmad Salem, 24enne palestinese cresciuto in uno dei più grandi campi profughi palestinesi, Al-Baddawi, ha lasciato il paese per cercare un futuro. Dopo un primo passaggio in alcune città europee, è arrivato in Italia e si è presentato alla commissione territoriale di Campobasso per richiedere la protezione internazionale.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Chi sono i New IRA nel 2026 e di cosa sono ancora capaci?

Il sequestro di una bomba contenente quasi 400 grammi di Semtex ha riacceso i riflettori sulla rete, sul reclutamento e sulla persistente minaccia rappresentata dal gruppo repubblicano dissidente.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

La repressione raccontata a mio figlio

In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso.