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Costi quel che costi

Lo sgombero di Askatasuna non è (solo) un episodio di cieco rancore da parte di un governo di destra che approfitta della presa del potere per regolare i conti con l’opposizione sociale. 

Questo atto di forza da parte del Ministero dell’Interno risponde ad esigenze governative che si articolano su diversi piani di realtà. Alcune le abbiamo sviscerate già in un precedente editoriale. In questo articolo proveremo ad approfondire un ragionamento più organico che funzioni tanto da bilancio quanto da rilancio di una proposta autonoma dentro la fase che stiamo vivendo.

La posta in gioco

Per capire come si è arrivati alla situazione attuale bisogna necessariamente ricordare almeno a grandi linee la sequenza storica. A più riprese negli scorsi decenni si sono susseguite minacce di sgombero del centro sociale torinese, ma queste minacce non sono mai diventate veramente consistenti fino alla nascita del governo Draghi. Governo d’unità nazionale dove tutti i principali partiti, tranne Fratelli d’Italia, erano coinvolti. 

In quegli anni l’attenzione della procura verso i movimenti sociali torinesi, ed in particolare su Askatasuna ed il movimento No Tav, si è fatta spasmodica. L’obiettivo principale era evidentemente quello di fiaccare la resistenza valsusina che da decenni si oppone fieramente ad una grande opera inutile ed ecocida. Sequestri di presidi, operazioni ed arresti, ed infine l’inchiesta denominata “Sovrano”. Anni ed anni di intercettazioni ai danni di attivisti ed attiviste No Tav, di militanti di Askatasuna per produrre un’accusa di Associazione Sovversiva che non ha retto nemmeno alle valutazioni del giudice delle indagini preliminari, riformulata in Associazione a Delinquere durante il dibattimento. Poco importa che l’inchiesta faccia acqua da tutte le parti, crea comunque un clima mediatico e politico che ha come obiettivo l’accerchiamento delle lotte sociali in città. Stralci di intercettazioni estratte dal loro contesto vengono pubblicate sui giornali per spargere fango su militanti ed attivisti/e. L’obiettivo esplicito della Procura durante il processo è quello di depoliticizzare le iniziative del movimento e ridurle tout court ad azioni criminali ispirate dal desiderio di agire violenza. D’altronde questa è la trasposizione sul piano giudiziario di quello che già da tempo accade nelle piazze: problemi di ordine sociale e politico vengono trattati come questioni di ordine pubblico e “gestiti” a colpi di manganello e lacrimogeni. L’accusa di Associazione a Delinquere non va a buon fine e tutti gli imputati e le imputate vengono assolti/e in primo grado, sebbene fiocchino comunque condanne significative per reati minori. Ma nel frattempo, grazie al clima mediatico sollevato artatamente dall’inchiesta, la Procura e la Questura operano una serie di forzature atte a colpire il centro sociale torinese. Ciò che non entra dalla porta della montatura giudiziaria si prova a farlo entrare dalla finestra degli atti amministrativi. Parti del centro sociale vengono messe sotto sequestro, si inizia a parlare di inagibilità di alcuni ambienti della struttura, anche qui si tenta la depoliticizzazione di un progetto di sgombero che è eminentemente politico. 

Nel frattempo il governo è cambiato, la destra meloniana ha vinto le elezioni e il terreno arato dal predecessore può essere seminato. Sul piano economico il governo Meloni si produce da subito in una politica di austerità e difesa degli interessi padronali paragonabile solo ai governi tecnici post crisi del 2008. Sul piano politico invece si concentra sulle questioni identitarie che non costano nulla (o quasi), ma consolidano il consenso del proprio blocco elettorale di riferimento e soprattutto distolgono l’attenzione dalla macelleria sociale che il governo porta avanti. Da quando il governo si è insediato ogni settimana specula su una nuova polemica strumentale, quasi sempre su un terreno congeniale alla destra che con il suo mix di vittimismo ed esercizio spregiudicato del potere ne esce tendenzialmente rafforzata. Si può dire di tutto del governo Meloni, ma non che non sappia dominare con attenzione il campo mediatico, costringendo gli “avversari” a giocare sul proprio terreno. L’operazione apparentemente riesce, soprattutto per via di una pressoché totale incapacità politica dell’opposizione istituzionale. L’unico fatto politico rilevante sul piano elettorale in questo periodo è la crescita esponenziale dell’astensionismo. Il consenso verso i partiti di governo si sposta di pochi decimali anche se il numero complessivo dei votanti si abbassa continuamente. Meloni e i suoi hanno capito una cosa: in questa fase non si governa al centro, e soprattutto gli elettori dell’opposizione o gli indecisi non vanno conquistati, ma demoralizzati. E’ una classica strategia di soppressione del voto tipica dei Repubblicani USA, ma nel nostro paese assume forme specifiche. Il governo si cura di mantenere la fedeltà del proprio blocco elettorale e della propria rete di interessi mentre si mantiene viva una narrazione che lo vorrebbe in lotta con un potere più grande: gli Stati Uniti o/e l’Unione Europea? No, la presunta egemonia culturale della sinistra. Una barzelletta, ahi noi, in un mercato delle idee dominato da liberali e moderati completamente sconnessi dal paese reale.

La Meloni ed il suo governo hanno campo facile e sono convinti che basti avere il pieno controllo della narrazione per mantenersi saldi al potere. Ma gli scricchiolii dell’edificio retorico si mostrano a chi ha un minimo d’occhio per notarli. Conflitti sociali, sommovimenti ed accenni di mobilitazione su questioni specifiche continuano ad emergere nella società, persino in settori, come quello degli agricoltori, che sono tradizionalmente considerati legati alla destra. 

A rendere meno idilliaca la stagione di governo non è solamente quello che si muove in basso, ma anche ciò che si muove in alto: i venti di guerra che si fanno sempre più insistenti.
In questo campo il governo si mostra pienamente allineato con i propri predecessori: fermo posizionamento atlantista al fianco degli USA dell’amico Donald Trump, ma anche dell’Unione Europea. Ubbidiente ai diktat della NATO sul riarmo e a quelli dell’Unione Europea sul pareggio di bilancio lo spazio di manovra in termini di politiche economiche è blindato. Ma trasversalmente il paese è ostile alla politica di riarmo ed austerity, la retorica non riesce a coprire fino in fondo la sudditanza del governo sovranista nei confronti degli interessi esterni. Intanto sugli schermi degli smartphone scorrono le immagini del primo genocidio in diretta globale. 

Ecco che succede qualcosa di inaspettato, qualcosa che travolge non solo il dominio della narrazione del governo, ma che interviene direttamente sulle scelte di posizionamento politico internazionale, sulle decisioni di politica economica e sull’intera società. Il movimento contro il genocidio del popolo palestinese, già significativo in Italia, esonda e diventa “Blocchiamo tutto”. Abbiamo già provato a proporre alcune analisi a caldo del fenomeno (1|2) quindi non ci dilunghiamo oltre. Ci fermiamo a quattro considerazioni di carattere generale: in primo luogo il movimento ha mostrato che esiste un magma sociale, potenzialmente maggioritario, che è disponibile a mobilitarsi. In secondo luogo una composizione sociale trasversale, ma sostanzialmente giovanile, popolare e proletaria ha riunito le proprie istanze e visioni in una cornice generale, declinandola specificatamente poi nel proprio contesto di vita. Non solo: questa alchimia ha dato vita al primo vero e proprio sciopero sociale autorganizzato del nostro paese, senza padrini istituzionali e con una significativa pervasività sociale, radicalità ed efficacia. Infine il movimento ha vanificato lo sforzo del governo nel moltiplicare i reati connessi alle manifestazioni di piazza.

Questo è stato il primo ed unico momento dall’inizio della legislatura in cui il governo è andato in difficoltà. I motivi sono molti: per un governo che si è presentato come l’unico con un consenso popolare da molto tempo a questa parte l’emersione di un “altro” popolo nelle piazze è un’incrinatura significativa. In secondo luogo il movimento “Blocchiamo tutto” ha colpito dove fa più male, sulla questione della guerra, del riarmo, del posizionamento internazionale. Infine ha mostrato come il tentativo di ridurre ogni conflitto sociale a questione di ordine pubblico non produce i risultati sperati. Inoltre, fattore non secondario, il movimento non è il prodotto di una scommessa dei partiti e dei sindacati istituzionali, ma viene dal basso, quindi mostra che esiste una parte di paese significativa che cerca un’altra opzione politica radicalmente differente. 

Dunque è chiaro che in cima all’agenda del governo ci sia l’intenzione di impedire che questo fenomeno si ripeta, che forme di organizzazione politico-sociale si condensino al suo interno, che assumano delle forme più compiute e strutturate. 

E’ cronaca quotidiana: operazioni di polizia in grande stile che poi partoriscono il topolino perché fondate sul niente, tentativi di espulsione d’imperio di figure autorevoli del movimento contro il genocidio, inchieste e misure cautelari e addirittura, notizia degli ultimi giorni, la schedatura degli studenti palestinesi in Italia. I progetti di disciplinamento sociale si muovono a 360 gradi, dal tentativo di riprendere il controllo della narrazione, alla più tipica repressione. Lo sgombero di Askatasuna ed il più ampio attacco agli spazi sociali antagonisti da parte del governo si inserisce in questo quadro, ed in questo quadro va misurato.

Il vero timore del governo non è ciò che gli spazi sociali rappresentano di per sé, ma ciò che potrebbero potenzialmente rappresentare se effettivamente riuscissero ad emanciparsi dalla torsione minoritaria di cui sono preda da anni, ed effettivamente raccogliessero ed organizzassero questa potenziale forza e disponibilità a mobilitarsi. Ciò che sta cercando di fare il governo è disarticolare i legami sociali e popolari, tentare di condurre all’isolamento ed alla residualità le forze antagoniste. Torino in questi anni è stata una città in cui i percorsi di autorganizzazione e radicamento sociale e politico si sono massificati e moltiplicati, andando nella direzione opposta a quella auspicata e perpetrata dalla destra, dalla procura e dalla questura, ecco perché è qui che l’attacco del governo è partito. E’ per questo che bisogna essere chiari/e, la risposta a questo attacco non può limitarsi a difendere la nostra storia, la nostra identità e la nostra tradizione, ma deve essere un passaggio di superamento dei nostri limiti e di elaborazione di una proposta collettiva all’altezza dei tempi.

Oggi non vi è più alcuno spazio di agibilità garantito e scontato dall’assetto democratico, viviamo in un continente sull’orlo della guerra, l’unica garanzia è la capacità di costruire radicamento, proposta organizzativa e rapporti di forza reali.

Quanto costa amare un centro sociale

Negli ultimi decenni recenti di storia “dei movimenti” la sovrapposizione con gli spazi sociali di un progetto politico che si ponga su certi livelli di intervento, di conflittualità, di ambizione, ha avuto dei momenti di picco, di completa organicità, di capacità propulsiva. Pensiamo alla ricchezza dei centri sociali nei termini di possibilità di costruire saperi, arti, competenze al di fuori delle logiche del profitto grazie alla socialità alternativa, pensiamo alla scoperta musicale, al vedersi riconosciuto un valore di aggregazione che puntasse a qualcosa che andasse oltre se stessi. Pensiamo a quanta produzione teorica, a quanti dibattiti e discussioni si sono tenuti tra le loro mura. Per quanto l’identità (delle occupazioni e di chi ne ha fatto parte), nei termini superficiali del concetto, abbia assunto un ruolo centrale, perché utile alla lotta in determinati momenti, laddove nelle fasi di movimento dispiegato nascesse l’esigenza di marcare una differenza, è stata a fasi alterne una leva utilizzata con strumentalità. Con il passare del tempo, in alcuni casi, è diventato lo stesso mostro che si sarebbe dovuto rifuggire. 

La ristrutturazione del capitale, attraverso le trasformazioni della fabbrica sociale, della vita formativa e della socialità, gli stravolgimenti dell’organizzazione sociale nell’ambito del lavoro, dell’abitare, della circolazione dei saperi, ha fatto sì che la controparte prendesse le misure, approfondisse le proprie conoscenze, per stringere le maglie intorno a quelle dimensioni chiamate “antagoniste”. Per sommi capi ripercorriamo alcuni tra i passaggi più significativi delle due precedenti decadi. Genova, nelle implicazioni che ha avuto rispetto ai temi del conflitto e della strumentalità dei rapporti con le istituzioni, ha segnato un punto di non ritorno, aprendo la strada che ci ha condotto sino ad oggi. A livello nazionale le esperienze non compromesse su un piano di svendita della propria identità (intesa qui nel senso profondo del concetto, di identità-contro capace di aggregare intorno a sé strati sociali che non trovano la propria autovalorizzazione negli itinerari proposti dal capitale) e, di conseguenza, delle possibilità di creare e organizzare conflitto sono andate man mano diradandosi. Le ondate studentesche del 2008 e del 2010, hanno ancora assunto alcuni caratteri della protesta giovanile in senso largo, rimettendo il punto su una necessità di massa di riconoscersi come una parte in causa, collettiva, con delle pretese; i movimenti del 2011 che dal Maghreb alle acampadas nelle piazze europee hanno iniziato a ribaltare alcuni canoni, segnando la chiusura di una fase storica che ancora guardava da vicino ai movimenti sociali classici. 

Nelle accelerazioni del mondo attuale, dalla crisi del 2008 alla pandemia nel 2020 sino alle guerre dell’oggi che incarnano i primi segnali di indebolimento del dominio occidentale rappresentato dagli USA, gli anni dieci del duemila hanno rappresentato una risacca generale che, sommandosi poi alla perdita di senso evocata dal Covid19, ha trasformato i punti di riferimento, sconquassando le poche certezze rimaste. Nelle emersioni sociali spontanee, spurie, che si sono date dai forconi in avanti infatti, il “movimento”, o per meglio dire le soggettività che hanno continuato a porsi il problema del conflitto e dunque di una trasformazione sociale, ha guardato a tratti con reticenza, ha avuto poca capacità di incidere, si è dotato di pochi strumenti di inchiesta per comprendere. Parallelamente però, abbiamo assistito ad una rinnovata attivazione giovanile su temi universali, dalla crisi climatica al transfemminismo, a tratti queste mobilitazioni hanno assunto dei caratteri distanti dalla realtà e dalle contraddizioni, a tratti sono state capaci di integrare all’agenda politica istituzionale temi fondamentali. Abbiamo analizzato questi fenomeni come una polarizzazione e abbiamo letto nella necessità di ricomposizione uno degli obiettivi principali di questa fase, a fronte di una sorta di continuum paradossale sul quale situare da un lato, i delusi dalla politica istituzionale che vivono la crisi sociale nella loro accelerata decetomedizzazione e, dall’altro giovanissimi che della verginità politica, perché nemmeno nati durante gli ultimi cicli di movimento degli anni duemila, ne hanno fatta una bandiera per tagliare i ponti con un passato che non è più in grado di rappresentare un’indicazione chiara nel marasma generale. 

Sino ad arrivare all’oggi, quando una bandiera, quella della Palestina, ha avuto il pregio smisurato di favorire una ricomposizione reale che abbiamo vissuto nel suo picco nei due mesi di movimento dispiegato dell’autunno 2025. Un ciclo al momento parzialmente chiuso ma che sobbolle al di sotto della coltre di oppressione e che potrebbe riemergere nel prossimo futuro. 

Da avanguardia a retroguardia

Proprio in un momento espansivo come non si vedeva da tempo le maglie si stringono, segno dell’effettivo peso che un movimento come Blocchiamo Tutto ha avuto nei confronti della compagine governativa e al contempo sintomo di un movimento che ha colto impreparati/e anche le soggettività organizzate. 

Uno dei limiti con cui fare i conti è lo schiacciamento sul piano della controparte, che sia l’integrazione pressochè totale degli itinerari offerti tout court o che sia una spiccata idiosincrasia per essi, il tema è come alimentare una soggettività in grado di trasformare quel terreno in un ambito di conflitto – nel suo significato originario – intervenendo sulle ambivalenze e costruendo rapporti di forza in una fase in cui contano solo quelli reali. Lo strenuo tentativo della controparte di irretire e appianare in maniera da rendere compatibile da una parte o di isolare, marginalizzare e ghettizzare dall’altra, complice la dimensione generale di una fase di disciplinamento, frammentazione sociale e sfruttamento ha ottenuto dei parziali risultati, in maniera ciclica e, ne siamo certi, non risolutiva. L’obiettivo della controparte in questi anni per quanto riguarda Askatasuna, ma in generale nei confronti di chiunque abbia espresso una rigidità, è stato quello di spingere le “realtà di movimento” verso il settarismo, la disperazione, l’irrilevanza. Un altro elemento di limite è dato dal fatto che l’attività di «movimento» è stata a volte una risposta a bisogni di riconoscimento individuale, con la tendenza a richiudersi nel proprio gruppo o microgruppo cercando rifugio in “identità forti, in fondo tradizionali”, in fragili risposte ideologiche, perché i problemi aperti, indefiniti, senza certezze alimentano angosce, ansie e paura. 

La domanda che sorge allora è quale possa essere l’obiettivo oggi per le soggettività che si pongono il problema di organizzarsi, di radicarsi, di moltiplicarsi, di spingere affinché si realizzino momenti di messa in contraddizione del capitale e di una sua conseguente destrutturazione? Se da un lato è sacrosanto difendere gli spazi e le dimensioni che resistono la storia insegna che occorre anticiparla per non rimanere inerti spettatori, quando ciò viene concesso. L’urgenza è uscire da una posizione di difesa e passare a una in attacco. Allora, mentre il mondo dei movimenti per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni si sta affievolendo emergono nuove contraddizioni, nuovi fenomeni sociali, nuovi bisogni. E continua a risuonare in testa quella domanda: cosa vuol dire essere autonomi oggi?

La proposta, ancora, l’autonomia

La proposta a cui si riferisce l’autonomia contropotere è una proposta organizzativa che sia capace di essere mezzo per sviluppare conflittualità e autovalorizzazione degli strati sociali di riferimento per dotarsi della possibilità concreta di incidere nella società. Si fonda su una qualità dell’agire nella società che si ponga all’altezza delle dinamiche sociali e delle contraddizioni di una precisa fase storica. Ha bisogno di conoscere le condizioni oggettive che la controparte mette in campo nello strutturare la realtà affinché il sistema capitalista si riproduca. Ha bisogno di un progetto finalizzato a intervenire in continuo rapporto con la società stessa, si nutre del conflitto come motore, come leva, come possibilità per trasformare i rapporti di dominio e di sfruttamento, per un obiettivo più alto, collettivo. L’identità autonoma non si fonda, non coincide, non è mai stata la rappresentazione del “centro sociale” in quanto luogo fisico, materiale, in quanto organizzazione che si pone come fine la propria autorappresentazione e riproduzione. L’identità autonoma è un modo di essere e di lottare che si dispiega nella dimensione individuale e collettiva su un piano che va ben oltre le forme che le militanze nella storia si sono date per rappresentarsi. Il radicamento nella società significa porsi il problema di essere comprensibili, di rompere le proprie bolle di autorappresentazione, di essere espressione di un punto di vista che non sia separato dalla dimensione reale in cui la gente vive, di sintonizzarsi con i bisogni sociali e nel riconoscersi sulla base di aspettative opposte a quelle che il sistema propone.

Pensiamo di poter partire da un presupposto, ossia l’esistenza di una domanda sociale di autonomia: quali sono i settori sociali che oggi a partire dal rifiuto delle proprie condizioni di vita e da una richiesta di cambiamento possono diventare una forza trasformativa? Cosa vuol dire favorirne l’organizzazione autonoma?

In poche parole, che ruolo assume una proposta politica autonoma all’interno di questa fase?

L’attualità di una proposta autonoma

Ci sembra sempre più evidente che nel disfacimento del patto sociale emerso dagli anni ottanta e messo alla dura prova dalle ripetute crisi degli ultimi decenni le istituzioni che hanno retto questo patto sono sempre più delegittimate a livello sociale. Se da un lato questo ha prodotto una tendenza alla disillusione ed al ritiro nel privato, dall’altro c’è una controtendenza: una voglia di fare politica nonostante le istituzioni. Questo ci pare un sentimento trasversale che si fa più potente lì dove è più evidente che il sistema non è in grado di dare risposte credibili sui grandi nodi della contemporaneità: i cambiamenti climatici, la guerra, la crisi della cura, la compressione dei redditi e quella delle libertà per citarne solo alcuni. La critica al capitalismo nella sua attuale configurazione necrogena  non è più solo un “discorso da centri sociali”. 

Questo dato ci rende ancor più convinti che senza le masse, senza la maturazione di dei soggetti politici collettivi nessun cambiamento è possibile, nessuna vittoria all’orizzonte. 

Ecco quindi che il pallino che abbiamo in testa è come costruire e favorire questi processi di massa. Il punto uno della nostra agenda è questo oggi, tutto il resto è in subordine. A maggior ragione alla luce dei fatti, ossia che la possibilità della vittoria esiste e l’abbiamo assaporata negli scioperi di massa e nei blocchi di settembre e ottobre scorsi e che, parallelamente, lo scenario globale si complica e la tendenza della guerra e del riarmo generali diventano sempre più una realtà, favorire processi di massa è la conditio sine qua non. Proprio nella ristrutturazione del capitale sulla linea bellica esplicita e dei rapporti sociali interni e frapposti ad esso si strutturano nuovi rapporti di classe. Pensare che nella composizione esista una scissione troppo deterministica tra il campo dei bisogni materiali e quello del politico è superficiale e a volte classista: nell’allineamento degli interessi di classe da una parte all’altra del Mediterraneo e dell’Atlantico, nel riconoscersi popolo non in maniera omogeneizzante ma in quanto possibilità di esprimere una forza effettiva, vediamo i germi di una dialettica e di una effettiva contrapposizione agli interessi del campo avverso.

Certo non è scontato né automatico. Ci dobbiamo interrogare su come ricostruire una nostra opzione autonoma capace di emergere in un contesto sociale ampio, su come essere una leva per aprire spazi al protagonismo di soggetti nuovi, su come essere in grado di valorizzare l’intelligenza collettiva e il sapere prodotto dalle lotte e dalle attivazioni dal basso, come misurarsi con la necessità di punti di riferimento e risposte fisse, come immaginare e costruire nuove contro-istituzioni, infrastrutture durature, un progetto nel quale riconoscersi ma che non implichi un’adesione formale a un’organizzazione insufficiente di per sé. E’ la scommessa di sintonizzarsi con una dimensione popolare che sta maturando forme proprie, riferimenti, un’informazione propria, una comunicazione propria, un programma politico (seppur implicito) proprio. Serve costruire spazi reali e concreti, articolare la propria presenza, radicarsi sul territorio. Costi quel che costi.

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