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La guerra è pace

Uno dei famosi slogan incisi sul Ministero della Verità del romanzo di George Orwell “1984” recita così.

Si potrebbe dire che la realtà ha superato la distopia, ma sarebbe inesatto. In realtà il romanzo di Orwell, come molti altri romanzi di fantascienza, prende spunto dai corsi e ricorsi storici.

Ecco che se si volesse riassumere in poche parole quanto è successo ieri, con l’incontro tra Trump e Netanyahu alla Casa Bianca, il motto iscritto sul Ministero della Verità sarebbe la sintesi più efficace.

Come avevamo avvertito il piano di Trump per la Striscia di Gaza è pura “nebbia di guerra”. Nonostante la megalomania con cui è stato presentato durante la conferenza stampa, in cui il presidente degli Stati Uniti ha parlato di un evento storico “che risolverà millenni di conflitti”, il piano non affronta alcuna delle cause profonde che hanno portato al genocidio del popolo palestinese.

Anzi, il discorso di Trump è un coacervo di colonialismo, suprematismo e sopraffazione. Il punto è che i palestinesi non hanno alcun diritto ad autodeterminarsi, ma devono soccombere in un modo o nell’altro all’ordinamento colonialista e capitalista che regge l’Occidente.

I palestinesi hanno solo due scelte secondo il presidente USA, arrendersi, seppellire ogni aspirazione di liberarsi dal regime colonialista o morire. “La libertà è schiavitù”.

Lo abbiamo già detto, quello di ieri era un misero teatrino per permettere ad Israele di uscire dall’isolamento internazionale e tentare di calmare l’opinione pubblica internazionale sempre più indignata da quanto sta succedendo nella Striscia. E’ probabile, quasi inevitabile, che il piano naufragherà innanzitutto per le condizioni interne ad Israele. Già dal suo ritorno in patria Netanyahu sta picconando il piano affermando che l’IDF rimarrà in larga parte della Striscia. Ma nel frattempo i governi di mezzo mondo avranno l’occasione di scaricare su Hamas l’eventualità di un mancato accordo, tornando ad allinearsi serenamente con la narrazione sionista. Il cauto ottimismo con cui le principali testate giornalistiche hanno accolto questo piano è indicativo. “L’ignoranza è forza”.

Qualche anima candida si potrà stupire dell’adesione del mondo arabo ed islamico al piano. In realtà questo è l’ennesimo momento in cui si rompe una ipocrisia durata per anni: la politica di una buona parte degli Stati del Medio Oriente e dell’Asia centrale non è guidata da una qualche forma di fratellanza religiosa, ma dagli affari. I Palestinesi, con la loro ritrosia alla resa di fronte al regime coloniale, sono un’ostacolo alla prosecuzione degli affari. I regimi del Golfo, le petrolmonarchie, il governo del Pakistan, dell’Egitto hanno più interessi in comune con gli Stati Uniti di Trump che con il popolo di Gaza. Se in questi quasi due anni di genocidio hanno lanciato qualche tenue invettiva è per non perdere la faccia di fronte all’opinione pubblica dei loro paesi. Ma il loro è un pensiero a corto raggio, credono che basta essere seduti su giacimenti di petrolio e/o essere degli alleati strategici dell’impero americano per tenersi a riparo dalla voracità imperialista occidentale. Non è così. Nell’epoca del suprematismo capitalista tutti devono pagare il loro obolo per la sopravvivenza dell’impero a stelle e strisce. Presto o tardi se ne accorgeranno.

La guerra non è finita, anzi per certi versi è appena iniziata. Quello di Trump è un salvacondotto nei confronti del regime israeliano per continuare il ridisegno della regione. Nell’oscenità di questo momento storico “il re è nudo”: se si guarda ai governi, alle istituzioni capitaliste, i palestinesi sono da soli di fronte al genocidio. Ma se si guarda alle masse, alla gente comune che in tutto il mondo si sta mobilitando, si intravede uno spiraglio di forza che spaventa i governi, che può cambiare il corso della storia, o almeno di questa storia. Non facciamoci ingannare dalla “nebbia di guerra”, solo il popolo salva il popolo. Solo la solidarietà tra gli oppressi può portare un po’ di pace in questo mondo al tracollo.

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