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Sgombero di Askatasuna: chi fa i piani e chi fa la storia

Lo sgombero di Askatasuna non può essere trattato come un semplice atto di repressione da parte di un governo di ultradestra. Questo fatto politico è la somma di vicende complesse ed articolate che è necessario comprendere a fondo.

 Sarebbe consolatorio, ma inefficace, ridurlo ad un atto di fascismo istituzionale. Attenzione: non neghiamo la progressiva deriva autoritaria in cui il governo Meloni è impegnato, ma ciò che ci interessa di più sono gli scopi di questa deriva ed i suoi dispositivi concreti. Per capire cosa significa lo sgombero di Askatasuna bisogna provare ad inoltrarsi nei diversi livelli di realtà su cui impatta questo fatto.

  1. La politica del simbolico. Lo storico centro sociale torinese è stato per quasi tre decenni un simbolo che rappresentava significati differenti a seconda di chi lo narrava. Per alcuni era un’alternativa credibile alla politica istituzionale, una rappresentazione romantica del conflitto sociale, un luogo di socialità differente, una fucina culturale e politica. Altri lo rappresentavano come una “centrale della violenza”, il “centro sociale più duro d’Italia”, una manica di teppisti e perdigiorno. Queste narrazioni erano come ombre cinesi, proiezioni di un soggetto mutevole che, a seconda della direzione da cui proveniva la luce che lo illuminava, cambiava forma. Su Askatasuna venivano proiettate speranze e paure, aspettative e timori. Questo portato simbolico è stato croce e delizia, ma non ha mai rappresentato realmente la natura di questo spazio sociale. Le centinaia di militanti che hanno attraversato le sue mura in questi decenni hanno sempre radicalmente rifiutato la rappresentazione di un oggetto alieno, di una riserva indiana, di un residuo antistorico e si sono sempre impegnate ed impegnati in prima persona nel tentare di capire la società che avevano davanti per cambiarla. In una società in cui la politica procede per lo più su un livello del simbolico, appunto, i militanti e le militanti hanno cercato invece di costruire delle trasformazioni concrete nel quartiere, in città, in Val Susa. Le quattro mura del centro sociale non hanno mai rappresentato l’interezza della proposta politica di un’area militante, quella dell’autonomia torinese che è un’esperienza vivace, fortemente radicata nella città e tra le pieghe delle sue contraddizioni. Lo sgombero di quelle quattro mura è stato in primo luogo un atto simbolico. Il governo Meloni in questo momento è impegnato in una delle politiche di austerity più dure dai governi tecnici che tanto ha contestato a parole. Non solo: è il governo protagonista del riarmo del nostro paese. Tra la popolazione italiana vi è un malcontento crescente ed una forte ostilità nei confronti di queste scelte politiche concrete, dunque la consorteria che si è installata al governo deve ogni giorno cercare nuovi simboli su cui deviare l’attenzione mentre procede allo smantellamento del welfare. Che si tratti della “famiglia nel bosco” o dello sgombero di un centro sociale, l’importante è deviare l’attenzione mediatica su un terreno differente da quello delle decisioni politiche-economiche del governo. Lo sgombero di Aska arriva proprio nei giorni in cui si compie il redde rationem interno al governo ed alla Lega sulle pensioni. Questa politica del simbolico ha due scopi principali: da un lato, come detto, spostare la discussione pubblica su argomenti meno spinosi per il governo, dall’altro quello di mantenere la fedeltà dello zoccolo duro di elettori di destra che si consolano della crisi sociale godendo di un po’ di pugno di ferro contro comunisti e migranti. Le decisioni chiave del governo sono tutte pilotate da Washington e Bruxelles e dunque bisogna sparare un po’ di fuochi d’artificio perché la gente guardi altrove. 
  2. Il governo della città. Se c’è un progetto chiaro da parte della destra di governo è quello di espugnare tutte le istituzioni che per un motivo o per l’altro non si allineano con il suo progetto. Il modello è quello trumpista, ma in una versione soft-core. Torino è una di quelle città che per tradizione, ma soprattutto per composizione sociale si è sempre dimostrata ostile alla destra. Anche in questi decenni di profonda crisi sociale e di vocazione i torinesi hanno cercato risposte a sinistra piuttosto che a destra, nonostante i ripetuti tentativi delle compagini fasciste e post-fasciste di mestare le acque nei quartieri popolari ed indirizzare la rabbia verso gli immigrati. Coloro che in Fratelli d’Italia si candidano a governare Torino nella prossima legislatura sono vecchie conoscenze dell’antagonismo torinese. Maurizio Marrone ed Augusta Montaruli fin dall’inizio della loro carriera politica nel FUAN si sono misurati con la forte opposizione antifascista ed antirazzista alla loro propaganda. Sanno che “a Torino non si passeggia” e che i movimenti sociali della città sono un ostacolo concreto alle loro mire politiche. Non tanto e non solo per via dell’antifascismo militante che è impresso nel DNA di uno dei territori al centro della Resistenza Partigiana, ma soprattutto perché la presenza di movimenti sociali radicati, strutturati e socialmente organizzati impedisce alla destra di incanalare il malcontento nelle loro narrazioni rancorose e, come si diceva sopra, nella loro politica simbolica. È questo il vero punto che tanto il centro-sinistra istituzionale che i tanti commentatori progressisti non riescono a capire. Finché le forze sociali sono organizzate e vigili, finché l’antagonismo si esprime sul terreno del conflitto sociale di massa, la destra non ha spazi per insediarsi nelle pieghe della città. La controparte punta proprio a disorganizzare queste forze, a gettarle nell’isolamento, a rompere il vincolo solidale che esse costituiscono nella prospettiva di un cambiamento radicale dello stato di cose presente. Solo così una città come Torino è espugnabile. Sono anni che la destra lavora a questo progetto. Si mormora nei precedenti tentativi di sgombero di incontri in Prefettura con il Ministro Piantedosi alla presenza di Augusta Montaruli, non si sa a che titolo. La stessa Montaruli dalla cui segnalazione sarebbero partite le pratiche per l’espulsione di Mohamed Shahin. Sui giornali i retroscena parlano di Maurizio Marrone, papabile candidato sindaco del centrodestra, come vero regista dell’operazione di sgombero. È uno spartito più o meno simile, anche se con intensità diverse, a quello che viene suonato in altre città governate dal centro-sinistra o in territori come la Val Susa dove i movimenti sociali sono particolarmente strutturati e forti.

    La pavidità del sindaco Lo Russo di fronte all’ennesimo tentativo di portare a termine questo progetto avrà un costo politico per la città ben più profondo di qualsiasi nenia sulla legalità e la sicurezza. Alle ultime elezioni il PD a Torino ha vinto più per il rifiuto di lasciare la città in mano alla destra che per la convinzione verso un’amministrazione che si è dimostrata, salvo rari casi, impalpabile, compromessa con gli interessi imprenditoriali che hanno mandato allo sfascio la città e per lo più inadatta a governare la profonda crisi sociale. Il patto per il bene comune era, non va nascosto, il punto d’incontro tattico tra esigenze e storie profondamente diverse. Da parte dei militanti e delle militanti dell’autonomia torinese c’era il bisogno di rispondere ad un attacco a 360 gradi nei confronti delle esperienze di autorganizzazione in città, ma anche di prendere atto che una stagione delle forme che aveva assunto questa autorganizzazione in passato si stava chiudendo, senza rinnegare la propria storia e la propria natura antagonista. Dall’altro lato l’amministrazione di centro-sinistra voleva evitare che la compagine di destra al governo del paese utilizzasse lo sgombero per pesare sugli assetti politici cittadini dall’esterno e che esso potesse influire sulla tenuta della maggioranza in Comune. Era chiaro fin dall’inizio che questo patto tra esperienze politiche radicalmente differenti e spesso contrapposte si reggeva, fuor di retorica, sul mutuo interesse nel contrastare il progetto delle destre e non su un tentativo di recupero istituzionale del centro sociale. Nonostante ciò la retorica che il sindaco ha messo in campo è sempre stata sulla difensiva, un tentativo di mascherare la realtà dei fatti dietro un velo di ipocrisia che si può riassumere nella parola “legalizzazione”. Questo terreno ambiguo battuto dalla comunicazione istituzionale ha costruito le premesse per il disastro politico che l’amministrazione sta affrontando. Ciò che è tristemente grottesco è che mentre il governo di destra produce quotidianamente forzature nell’ambito della legalità data, affrontando persino processi giudiziari come momento di rafforzamento della propria narrazione, il centro-sinistra giustizialista si impicca con le proprie mani alla corda della legalità. Il patto per il bene comune aveva acceso molte speranze e forse illusioni in settori della società torinese stanchi di un centro-sinistra incolore ed insapore, ma il sindaco invece di rivendicare la legittimità sociale riconosciuta di questo processo ha sempre giocato di rimessa, accettando le retoriche delle destre sul centro sociale, ma sostenendo che una sua “legalizzazione” sarebbe stata più efficace di uno sgombero violento. L’ennesimo tentativo di mascherare una scelta politica come un atto amministrativo, invece di rivendicarla apertamente. Il sindaco in parole povere voleva la botte piena e la moglie ubriaca, sperava di portare avanti la sua immagine di moderato affidabile (una posa che in questa epoca storica non produce nessun consenso) senza alienarsi i consensi di chi in città vorrebbe una sinistra perlomeno più coraggiosa. Non ha avuto né l’una, né l’altra sventolando la bandiera bianca. Il sindaco ieri si è nuovamente pronunciato mostrando di avere, almeno in parte, capito di essere caduto nella trappola appositamente confezionata. Ha ventilato l’ipotesi di una nuova assegnazione e del rilancio del patto. Difficile dire come si giocherà la partita istituzionale per recuperare il consenso a sinistra mentre i guastatori della milizia di Piantedosi stanno occupando militarmente e tentando di rendere inutilizzabile lo stabile.
  3. Sumud. Nelle dichiarazioni ai giornali attivisti ed attiviste hanno collocato lo sgombero all’interno della più ampia dinamica di attacco nei confronti del movimento in solidarietà con la Palestina che ha riempito le piazze italiane negli ultimi mesi. La stessa sequenza storica lo dimostra chiaramente: prima il tentativo di espulsione di Mohamed Shahin, punto di riferimento del movimento contro il genocidio a Torino, poi, quando l’inconsistenza delle accuse su cui era basato il decreto di esplulsione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Torino, lo sgombero di Askatasuna.
    A Torino il movimento “Blocchiamo tutto” è stata un’esperienza di effettiva ricomposizione sociale che ha visto il protagonismo di scuole, università, luoghi di lavoro, quartieri popolari. Una forza trasversale e radicale che ha investito molti ambiti della vita cittadina. 

    Come in molti altri posti d’Italia la mobilitazione ha raggiunto picchi che non si vedevano da decenni. Questo movimento ha mandato in crisi di nervi la narrazione del governo tesa a disegnare il conflitto sociale sempre in una forma criminalizzante. Gli attacchi scomposti degli esponenti della maggioranza nei confronti dei manifestanti raccontano quanto questo movimento gli sia indigesto e insopportabile. Questo per vari motivi: dal fatto che rivela la subordinazione internazionale dell’Italia ad altre potenze, fino alla dimostrazione che uno sciopero sociale reale può contare persino sugli equilibri degli scenari internazionali (ne abbiamo parlato più lungamente qui). Nonostante il finto cessate il fuoco nella Striscia di Gaza i presupposti sociali e politici che hanno portato allo sviluppo di questo movimento sono ancora tutti sul tavolo. Ma nel frattempo si sono solidificate anche nuove militanze, nuovi spazi e nuove forme di attivazione politica. La spallata al governo, più che dalle opposizioni parlamentari e dai giudici, sfere con cui la destra è abituata ad utilizzare una retorica collaudata ed efficace, può venire da questa forza potenziale delle piazze. È per questo motivo che gli apparati di disciplinamento statuali da mesi procedono con un tentativo scientifico di disarticolazione del movimento, tanto sul piano della delegittimazione delle istanze, quanto su quello poliziesco e giudiziario. Ondate di troll hanno invaso i social media con commenti fotocopia sperando di spostare un’opinione pubblica drasticamente ostile al genocidio ed ancora una volta spezzare il vincolo di solidarietà. L’efficacia di questi dispositivi è relativa: in parte perché ai tentativi di repressione si sovrappone un rancore politico tipico di quella compagine che può compiacere i fedelissimi, ma appare disarmante al resto della popolazione. Ed in parte perché questo movimento ha realmente trasformato i rapporti sociali, ha mostrato nuove possibilità di fare politica dal basso, ha generato nuovi modi di informarsi e confrontarsi, specialmente tra le giovani generazioni.
  1. L’elmetto. Quasi tutte le società europee, indipendentemente dalle compagini che le governano, stanno restringendo sistematicamente gli spazi di dissenso e contestazione. Il motivo è molto semplice: il popolo non vuole la guerra, quindi bisogna disciplinarlo alla guerra per difendere gli interessi di un capitalismo, quello europeo, in crisi profonda. Il principale problema che si trova di fronte la politica di riarmo e militarizzazione dell’UE è proprio l’opinione pubblica interna, in gran parte indisponibile a diventare carne da cannone, sia a livello economico-sociale, sia a livello prettamente militare. Per preparare la guerra non bastano gli investimenti nella difesa, la reintroduzione della leva, l’ampliamento degli eserciti di professione: bisogna che almeno in una parte significativa la società sia convinta della necessità dello scontro. Dunque bisogna neutralizzare e silenziare le forze sociali che si oppongono ad essa, bisogna impedire che questo senso comune si faccia mobilitazione, che il rifiuto della guerra da opinione passiva e privata prenda le forme di un’opposizione sociale. È proprio nelle lotte contro la guerra che sta iniziando a nascere una nuova consapevolezza politica che collega il regime di militarizzazione con la crisi economica, la stagnazione dei salari, i tagli al welfare e l’austerità.

È necessario collocare l’attacco ad Askatasuna all’interno di questo scenario per comprendere quante partite si giocano all’interno di questo evento, ma soprattutto per capire che la risposta non può riguardare solo l’identità storica dei centri sociali come spazi di  aggregazione e pensiero alternativo, ma deve investire le contraddizioni del presente ed essere all’altezza del futuro che abbiamo di fronte. È ancora un altro inizio.

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