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La procura delle banane

Sono anni che i pubblici ministeri Antonio Rinaudo e Andrea Paladino lavorano alacremente per seppellire in carcere chi, in Val Susa, resiste al progetto dell’alta velocità. Hanno cercato di cavalcare l’onda mediatica per fare carriera sulla pelle di noi tutt*, in particolare su quella dei sette arrestati per l’attacco al cantiere Tav di Chiomonte del maggio 2013 e dei 56 imputati del maxiprocesso per i fatti del 27 giugno e del 3 luglio 2011 (resistenza contro l’occupazione militare della Maddalena). Accanto a loro, altre figure; gente di secondo piano, ma impegnata nel triste lavoro di creare castelli per costruire una realtà di sbarre e muri attorno al più grande grido di libertà che si è levato in Italia negli ultimi anni.

Non sono mancate figure un tempo mediaticamente spendibili come Giancarlo Caselli, che mise la sua firma sugli arresti per il Maxiprocesso e formulò personalmente l’accusa al movimento di portare attacchi “paramilitari” e quindi “terroristici” contro chi stava devastando una delle conche montane più belle del Piemonte, la Val Clarea. Oggi sono delusi: avevano chiesto 9 anni e mezzo per Chiara, Mattia, Niccolò e Claudio, si apprestavano a chiederne altrettanti per Lucio, Graziano e Francesco, con l’accusa di attentato con finalità terroristiche (280 sexies); invece si devono “accontentare” di tre anni e mezzo, dei “soli” capi d’imputazione di violenza, porto d’armi da guerra, danneggiamento, ecc. La cassazione prima, la corte d’assise poi, hanno sancito che – ad oggi – per le leggi italiane la famosa accusa di “terrorismo” ai No Tav è infondata.

La sentenza allunga ugualmente, almeno in prospettiva, la permanenza dei quattro in carcere. Questo è per noi inaccettabile. Una sentenza, come da prassi, formulata nel linguaggio oscuro e torvo dell’impersonalità istituzionale, secondo crismi che non ci riguardano come esseri liberi e pensanti che costruiscono le proprie idee, e costituiscono le proprie pratiche, con l’unico criterio di legittimazione della resistenza al progetto faraonico, inutile e nocivo dell’alta velocità e al mondo che lo rende possibile.

Quel linguaggio arido, tuttavia, ci dice più di quanto sembra, ossia questo: la condanna pronunciata dai politicanti e dalla carta stampata (Repubblica e Stampa in modo particolarmente solerte) fin dall’estate 2012, con l’eco mediatica delle indagini per terrorismo contro i compagn* del comitato di lotta popolare di Bussoleno, e poi nel 2013 e nel 2014, con gli arresti dei sette No Tav, nulla aveva a che fare con il terreno del dettato giuridico. Semmai, come abbiamo sempre detto, con la necessità di creare un nemico pubblico per scongiurare la partecipazione di massa alle iniziative No Tav. Il risultato fu fin da subito l’opposto: mai si erano viste 10.000 persone in strada contro un’inchiesta per terrorismo (10 maggio 2013); e non per dire “non l’hanno fatto”, ma per riaffermare un familiare “c’ero, non c’ero: sticazzi, mi associo”…

Un risultato, quello del fiume di solidarietà che ha prima sostenuto umanamente e politicamente i detenuti, poi messo in difficoltà l’accusa sul piano comunicativo e del consenso pubblico, che non sarebbe emerso se non sul portato di un’esperienza speciale e incredibile come quella del movimento No Tav. Un’esperienza che coniuga la fermezza delle proprie posizioni (e la coerenza, oggi merce rara) con l’espressa volontà di spiegare alle persone comuni che la realtà non è come ce la raccontano – anche a partire dai concetti semplici, quelle che ai super-militanti sembrano talvolta discorsi scontati o “arretramenti”. Ma è così – e sarà sempre e soltanto così – che il vento (o la paura) riusciranno a cambiare direzione.

Dall’altra parte? Una pletora di servi schifosi, pur sempre una minoranza, che si alza ogni mattina per lavorare di fatto, direttamente o indirettamente, al soldo di Mafia Nazionale, del bankomat della politica e del partito trasversale degli affari che dal Mose all’Expo, fino alle cooperative rosse, ai centri per migranti e al Tav, succhia la ricchezza sociale e se ne appropria come un parassita. Si chiamano giornalisti ipocriti, poliziotti, carabinieri, funzionari di partito del nuovo ordine a larghe intese.

Il giornalismo ufficiale fa sponda ai politici, i politici all’impresa legale che fa da paravento a quella illegale, sulla testa e sulle spalle di noi tutt*. Il problema non è formale o ancora una volta giuridico, ma di sostanza: la sostanza di uno sfruttamento di classe della popolazione e del territorio che un numero sempre più grande di persone non vuole più accettare – e non solo in Val Susa, non solo in Italia. La sostanza sono le istituzioni nazionali ed europee che tengono in piedi un capitalismo selvaggio per evitare la propria autodistruzione sistemica. I compagni imprigionati, di fatto torturati con l’isolamento carcerario o in altre forme, sono per questo sistema meri numeri in capo a un faldone, danni collaterali del tentativo di spaventare e terrorizzare chiunque voglia mettersi di traverso. Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia hanno dato invece in questi mesi un contributo di resistenza cui ci rivolgiamo pieni di gratitudine e rispetto. Sono stat* un esempio di condotta per tutt* noi con i loro messaggi, le loro lettere, la loro caparbietà, la loro dignità. Li vogliamo liber* ora, resistituit* subito alla lotta!

È bastato l’emergere di una lotta sociale vera, estesa, reale per spazzare via la falsa immagine di “garanzia” che il cadavere di una sinistra losca e perbenista aveva associato negli ultimi vent’anni alla magistratura, quasi che a quest’ultima spettasse giudicare il vero e il falso, o il giusto e il necessario, nella storia. Che ne possono sapere i Rinaudo e i Padalino, le Quaglino e le Pedrotta della lotta No Tav? Che devono capirne Paolo Griseri o Massimo Numa, Esposito o Caselli? Senz’altro continueranno con rancore sempre maggiore, con sempre maggiore frustrazione a cercare la sofferenza di chi lotta per la libertà e per un mondo diverso, a giocare alla guardia e al ladro per avere un titolo sul giornale (o a scriverlo). Sanno che sono degli sconfitti da sempre e per sempre, con o senza questa o altre sentenze; peggio per loro. Il movimento No Tav continuerà e avanzerà, come sempre, fiero delle sue ragioni, nella mitezza propria di chi parla la lingua delle cose semplici ma importanti, con la determinazione di chi sa che conquistarsi un futuro significa combattere contro un nemico che è di tutte e tutti.

 

Con o senza – è evidente – il placito della procura delle banane.

 

Redazione Infoaut

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