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Blocchiamo tutto! Insieme, per Gaza

E’ difficile prendere parola sulla giornata di ieri. Sono mille gli stimoli, i punti di vista da cui guardare quanto è successo. 

Una prima cosa va detta: è stato sciopero generale. Effettivo. Uno sciopero che ha coinvolto una composizione estremamente eterogenea e trasversale in cui un ruolo centrale lo hanno occupato i giovani e giovanissimi che hanno contribuito a riempire le piazze di tutto lo stivale. Tuttavia erano in moltissimi i lavoratori e le lavoratrici di ogni settore che hanno scioperato, che hanno chiuso le proprie attività, che hanno partecipato a manifestazioni ed iniziative. Uno sciopero generale con le sembianze di un movimento popolare possibile.

E’ stato uno sciopero capillare, oltre cento piazze in tutta Italia, in territori provinciali e periferici come nelle grandi città e nelle metropoli. 

E’ stato uno sciopero politico. Bisogna dare il merito ai portuali del CALP di essere riusciti a trasformare la lotta contro il traffico di armi nei porti in un’indicazione generale per opporsi alla guerra ed al genocidio. Bisogna dare il merito ai sindacati di base, ad Usb, Cub, Sgb, Adl e SI Cobas di aver gettato il cuore oltre l’ostacolo. Di aver capito l’urgenza di questo momento ed aver scommesso sulla possibilità che qualcosa di sorprendente potesse accadere. Siamo abituati a pensare che la ricomposizione possa avvenire solo sul terreno dei bisogni, ma questa visione è pressapochista e rischia di finire nel classismo. La grande adesione allo sciopero, l’enorme partecipazione alle piazze dimostra che le persone hanno ben chiaro ciò che sta succedendo a Gaza e sono capaci di comprenderne gli effetti diretti ed indiretti sulla propria esistenza. Capiscono cosa c’è in gioco. Sottilmente comprendono che il regime genocidario di Israele è parte di un sistema generale e complessivo di disuguaglianze, violenza e sofferenza che riguarda la vita di tutti e tutte. Dunque a volte può capitare che la ricomposizione passi dal politico, dalla critica sistemica, dalla necessità di muoversi come si riesce per non essere complici di quanto produce il sistema sociale in cui siamo costretti a vivere.

E’ stato uno sciopero coraggioso. Di fronte ai numeri impressionanti, alla composizione trasversale gli ammennicoli di repressione preventiva del governo non sono serviti a nulla. Un milione di persone hanno praticato il blocco con determinazione, senza paura, senza dubbi. Porti, strade, autostrade, ferrovie, tutto è stato bloccato, non da un gruppo di sparuti manifestanti, ma da manifestazioni enormi. E lì dove le forze dell’ordine hanno tentato di impedire i blocchi i cortei non si sono sciolti, non sono arretrati, hanno tentato di praticare l’obiettivo metro per metro. D’altronde tutti e tutte sapevano qual era la parola d’ordine: blocchiamo tutto. Una pratica condivisa, diffusa, efficace, in grado di rompere le ritualità che caratterizzano le mobilitazioni sociali, in grado di pesare ed incidere. Pesare ed incidere, contare appunto. E’ questo che è stato chiaro fin da subito a chi è sceso in piazza, non si trattava semplicemente di testimoniare il proprio disgusto per quanto sta accadendo a Gaza, ma di contare, costruire un rapporto di forza che imponesse al governo di fare i conti con le proprie responsabilità nel genocidio del popolo palestinese. A vedere l’imbarazzo e la tensione che hanno segnato la comunicazione del governo il messaggio è arrivato chiaro. 

E’ stata una giornata incredibile, capace di rompere la cappa di disillusione e scoramento che aveva caratterizzato gli ultimi anni. E’ stata una giornata di messa al servizio, dove tutti e tutte hanno dato ciò che avevano per la sua riuscita, in un grande moto di generosità collettiva, senza pensare agli interessi di organizzazione, di partito, di botteguccia. Chi l’ha fatto, come la CGIL di Landini è rimasto indietro, è rimasto fuori. Questa è una lezione: non abbiamo bisogno della guida di una sinistra e di un sindacato sempre meno radicati a livello sociale e sempre meno capaci di rispondere alle domande dal basso. C’è bisogno di qualcosa di nuovo, qualcosa che lentamente può sorgere da momenti come questi. 

E’ stata dunque una giornata di protagonismo sociale, una giornata in cui hanno trovato espressione anche i quartieri popolari, le persone afrodiscendenti, il proletariato urbano razzializzato che nella bandiera palestinese vede un simbolo internazionale degli sfruttati e degli oppressi. Una generazione che sta maturando una propria identità politica autonoma, un passo dietro l’altro.

E’ stato tutto questo, ma soprattutto può essere l’innesco di un processo collettivo, di un movimento popolare e sociale di massa, un’occasione per organizzarsi e procedere fianco a fianco nella lotta. Ora il tema è come dare tenuta, durata, continuità a questa mobilitazione che ha superato ogni aspettativa, che è andata oltre le capacità e le speranze delle strutture di movimento. Quali strumenti bisogna darsi collettivamente perché non rimanga una giornata, ma diventi un processo? Sicuramente è necessario darsi dei momenti di discussione pratica, delle assemblee permanenti, dei luoghi dove rielaborare quanto successo ieri e rilanciare. L’esempio degli studenti e delle studentesse dell’Università La Sapienza di Roma che hanno occupato la facoltà di Lettere può essere uno spunto. Il presidio permanente al porto di Livorno è un altro esempio. Ma non dobbiamo guardare solo alle grandi città, alle città universitarie, dobbiamo pensare a modi nuovi di stare insieme per costruire continuità politica. Bisogna creare spazi attraversabili per l’attivazione e la partecipazione dove questa nuova identità collettiva, l’equipaggio di terra della Global Sumud Flotilla, possa mettere in campo tutta la sua intelligenza collettiva. Per allargare e generalizzare ulteriormente il processo, per costruire una prospettiva condivisa di lotta. Scuole, università, presidi permanenti nei porti e nei quartieri popolari possono diventare i luoghi materiali in cui questo movimento sociale può prendere forma e allargarsi ancora di più. E’ il momento di scommettere!

E’ un compito storico, collettivo che riguarda tutti e tutte, senza distinzioni. Ieri abbiamo visto che la speranza di un cambiamento ha le sembianze concrete di centinaia di migliaia di persone comuni che scelgono di non accettare più lo stato di cose presenti. 

Il primo passo è rifiutare le divisioni tra buoni e cattivi che la politica istituzionale e la stampa mainstream cercano di imporre con il ritornello della regia occulta, degli infiltrati, della maggioranza pacifica e della minoranza riottosa. Quella di ieri è stata una giornata incredibile anche per la grande responsabilità collettiva da cui è stata caratterizzata, responsabilità non come rifiuto del conflitto sociale, ma come cura di esso. Dopo gli scontri alla stazione di Milano il corteo non si è dissolto nonostante il fitto lancio di lacrimogeni, ma è rimasto in strada fino a sera. Sulla tangenziale di Bologna o nelle piazze di Brescia le persone in corteo si sono prese cura di chi era stato colpito dal fumo dei lacrimogeni o dalle manganellate. Gli automobilisti incolonnati nel traffico romano hanno applaudito il corteo che passava. Segni di una potenza di massa senza precedenti recenti. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà agli/alle arrestati/e della giornata di ieri, sarà un compito collettivo lottare anche per la loro liberazione.

Intanto manteniamo alta l’attenzione sulla Global Sumud Flotilla, pronti a bloccare tutto… di nuovo!

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