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JobsAct-Nestlè. What else?

Dopo il caso eclatante della Electrolux – rispetto al quale sembra si sia trovata una “finta” soluzione –  ora assistiamo all’attacco di un altra multinazionale: la Nestlè.

Partiamo dalla prima. In queste ore leggiamo che si ipotizzano soluzioni che congelano la chiusura dei 4 stabilimenti, ma che mantengono la problematica dei 1200 esuberi da gestire fino al 2017. Salvo rilanci economici improvvisi, l’Elettrolux italia è una “dead factory walking”. Interrogata sul cosa succederà ai lavoratori/trici dopo la data fatidica, la neo-ministra risponde serafica che “il governo si sta occupando dell’orizzonte temporale del piano, che arriva fino al 2017”. Come dire… non sappiamo neanche se saremo ancora in carica!

La Nestlè, produttrice dei famosissimi Baci Perugina, utilizzando anch’essa l’arma del ricatto prova ora a sperimentare una nuova via d’attacco contro il mondo del lavoro, arrivando a chiedere – con la scusa della stagionalità dei prodotti – l’eliminazione di tutti i contratti a tempo indeterminato e tempo pieno, e la loro sostituzione con contratti più flessibili. Questa multinazionale aveva già sperimentato modalità di gestione del mondo del lavoro come “patto generazionale” tra padri dipendenti e figli futuri dipendenti, per poi ritornare alla classica cassa integrazione.

Insomma, ci troviamo nuovamente di fronte a modalità “creative” di pensare il mondo del lavoro, prima diretta applicazione del Jobs Act di Renzi-Poletti. Ancora una volta si sperimentano nuovi paradigmi direttamente sulla pelle di lavoratori e lavoratrici; se Poletti aveva dichiarato che il pacchetto di riforme sul lavoro del governo avrebbe avuto i primi effetti in 3-4 anni, è evidente invece che così non è, e che anzi la precarizzazione e la flessibilizzazione di ogni rapporto lavorativo vengono ricercate sin da subito. Spingendo verso la totale deregolamentazione delle relazioni industriali, in una fase in cui il coltello dalla parte del manico ce l’hanno i datori di lavor.

Di questi casi che trovano le luci della ribalta a livello nazionale, ne potremmo elencare a centinaia, come quello della Firem di Formigine di Modena (lo descriviamo in quanto si è seguito la vicenda), dove i padroni dell’azienda durante le ferie hanno chiuso e se ne sono andati in Polonia lasciando a casa, dopo diversi tentativi di trovare soluzioni culminati con il fallimento, 40 lavoratori.

Tutto questo è il frutto anche di strategie volutamente sbagliate, fatte proprie da chi si reputa difensore dei lavoratori (i sindacati confederali) ma che hanno di fatto creato – atraverso la concertazione – i presupposti e gli spazi nei quali la controparte ha saputo inserirsi per portare avanti un attacco deciso e determinato contro il mondo del lavoro. Dall’altra l’incapacità del soggetto lavoratore di uscire dal guscio del mondo fabbrica o luogo di lavoro in generale, per riversarsi in toto all’interno del welfere più generale per riappropriarsene. Di esempi concreti ne potremmo fare diversi, ma rimangono sempre molti pochi casi dove a fronte di chiusure improvvise di posti di lavoro vediamo riversarsi nelle strade, piazze e quartieri la rabbia del soggetto lavoratore, ancora troppo legato al concetto della salvaguardia del proprio orticello senza avere una visione più ampia del problema e della lotta.

Mancano pochi giorni al 12 Aprile e alla manifestazione nazionale a Roma che porta con se queste parole d’ordine: casa – reddito – dignità. E’ necessario che la componente oggi presente in maniera ancora insufficiente nella galassia delle lotte cominci, proprio da questa data, a ridare un segnale forte, non solo ai padroni che ogni giorno tentanto di toglierci diritti ma anche a quel modo di fare sindacato che ha devastato un mondo una volta  protagonista di ben altri  momenti di di lotta conflittualità.

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